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Un esempio, ma anche un monito per il calcio italiano; traduzione di un sogno, ma anche amara realtà: lo stadio della Juventus sarà te­nuto a battesimo doma­ni, 8 settembre 2011, a 12 anni dall’idea della Juve di Giraudo. Tanto c’è voluto per tradurre quell’Idea in Progetto, poi Cantiere, ora Sta­dio. Tutto ciò è stato pos­sibile solo perché Torino è stata una città - unica in Italia - in cui tutte le congiunzioni astrali, politiche, manageriali e burocratiche si sono combinate in modo per­fetto. Una municipalità che, anche grazie all’oc­casione olimpica, ha po­tuto riprogettare e mo­dernizzare (economiz­zando sui costi di ge­stione) la politica degli stadi dando a ciascuno il suo (senza il fallimen­to del 2005 l’Olimpico sarebbe cosa, oltre che casa del Toro); una so­cietà - la Juventus - che è passata nel cerchio di fuoco di Calciopoli, sen­za mai arretrare sulla centralità del progetto stadio perseguito dagli eredi di Giraudo: Blanc e Agnelli. L’esempio di Torino - compreso il contributo del Credito Sportivo, al fianco del club da 12 anni, appun­to - ad oggi è unico e ir­ripetibile in Italia e il vantaggio sui “competi­tor” italiani di almeno un lustro.

 
 
 
 
 
 
 

E’ un problema di certificazione: chi è autenticamente, sovranamente, trasversalmente autorizzato - al primo errore arbitrale, ma anche al secondo - ad agitare la Juve come parametro d’insulto, come sinonimo di fumisterie? Le parole, come spesso al vento, di Zamparini (sedicente amico di Nicchi, telefonista di Collina - circostanze smentite dagli interessati -, consolidato compare anche in affari calcistici con Moggi, datore di lavoro di frequentatori di fischietti), ma anche le uscite insensate di Moratti sul tema degli stranieri (<meglio comprare stranieri che partite>) hanno sempre il solito retrogusto. Lo dicano pure i tifosi nei reciproci bar sport o anche in questi nostri blog, va benissimo. Non va bene che si cimentino dirigenti che attendono - per colpe di investigatori (<piaccia o non piaccia le telefonate di Moratti, Campedelli, Sensi etc. non ci sono>, Narducci dixit) e negligenza federale (inascoltate le testimonianze dirette di Bergamo, De Santis e altri nel 2006) - un passaggio cruciale, anche se forse solo simbolico, di fronte alla lentissima e bolsa Procura Federale di questi tempi: questo è, non solo per Andrea Agnelli, intollerabile. Parli chi non parlava: le telefonate appena ammesse al processo penale sono prove, ormai, che parlavano tutti; grigliavano tutti; ammiccavano e regalinavano in molti; che entravano nei giochi di Palazzo a decine, raccomandando, spingendo. E firmavano i contratti con Mediaset e Sky, spartendosi la torta, le Grandi tutte (Entente Cordiale?). Rivoli di un sistema, affluenti se la Juve era il fiume. Il problema, come nel caso di Recoba e delle decine di calciatori con passaporti taroccati (spesso pure male), era e resta lo stesso: ma chi t’ha dato la patente? A quattro anni dallo sventramento juventino, giustificato dagli atti accusatori napoletani, si attende un’altra giustizia: non cancella quella, si aggiunge a quella. Nessun reato sportivo viene cancellato, ma pretendere che vengano perseguiti anche i sangue blu - se colpevoli - è un modo per togliere (come capitato al Chino dopo i processi penali) la patente tarocca. Che tanto guidava con quella buona, uruguagia.

 
 
 
 
 
 
 

Kakà al Real o al Chelsea; Pato aggredito dalle avances dello stesso Chelsea; Ibrahimovic che si offre (o quasi) al Barcellona o al Real o a chiunque lo porti via dal nostro campionato venutogli a noia a furia di vincerlo (due scudetti con la Juve, che lui rivendica eccome, e tre con l’Inter). Le classifiche internazionali che vedono le italiana scivolare sempre più in basso, sempre meno in condizione di raggiungere le cinque-sei big d’Europa che - in attesa del nuovo emiro che piomba in Premierleague - si spartiscono il meglio sul mercato e fanno a gara per i “tituli”. Il calcio italiano è in una crisi profondissima e mai è stato nella sua storia così distante, con le sue squadre di club, dagli altri campionati. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: l’Inter senza Ibra, il Milan senza Kakà e forse Pato lanciano la Juve di Diego e - se si risolvessero i problemi in società - rimette in pista la Roma; o apre una chance alla Fiorentina.  

P.S. In ogni caso state tranquilli se questa è la crisi più nera di sempre, gli alti papaveri non lo vogliono sapere.

 

 
 
 
 
 
 
 

Ma di chi è una squadra di calcio? La domanda mi risale su, come i peperoni, in questi giorni in cui si discute molto il caso Roma e ci si dibatte in uno scontro di opinioni pesante sulla Juventus. Nei giorni in cui vincente pare sia solo il modello del presidente che butta i soldi a fondo perduto (o “vinciuto”… se parliamo dell’Inter). La Sensi, che percepisce dalla società di cui è proprietaria di oltre il 60 per cento, uno stipendo di oltre un milione si vanta dell’autofinanziamento come strumento sano di gestione del club sempre al top in questi anni, a parte l’ultimo. Ma i suoi tifosi non ne possono più, impossibilitati a incidere, di sapere che compreranno forse bene se venderanno bene (a chi tocca dopo Samuel, Emerson, Chivu, Mancini, a Mexes o a Vucinic?): l’autofinanziamento significa che i soldi per andare avanti li tira fuori la gente: pagando i biglietti e gli abbonamenti tv. Poi c’è la Juve: anche lì, si parla di modello di calcio sostenibile. Da chi? Si deve tenere davvero completamente fuori dal meccanismo decisionale la Gente che “autofinanzia” i progetti di dirigenti stipendiati, come sono anche quelli che scelgono se andare o meno avanti con Ranieri, che in pochissimi ormai tra gli “autogestori” bianconeri vogliono in panchina? E allora lo ripetiamo: di chi sono i club calcistici? Se non sei il riccone che butta i soldi nel buco nero del pallone (Abramovich o Glazer, anche se pure loro pagano mutui intestati ai loro club per riavere i soldi dei loro debiti), sei una cooperativa come il Barcellona e se vuoi fare il figo per l’Europa con la coccarda di presidente ti vai a conquistare il consenso in assemblea..

All’estero mi pare più chiaro capire di chi è un club di calcio, qui da noi molto ma molto meno. Di chi è allora la squadra del cuore?

 
 
 
 
 
 
 


Russi, americani, arabi e tedeschi hanno trattato e trattano in questo momento la Roma, una delle squadre più importanti d’Italia, che porta il nome della Capitale. A differenza di quanto avviene in Inghilterra, però, nessun imprenditore straniero ha vinto la corsa alla conquista di un club italiano: perché siamo così protezionisti nel calcio? Cosa temiamo dall’arrivo di nuovi padroni stranieri? Io penso che ci sentiamo profondamente inadeguati e incapaci di confrontarci col libero mercato. In stadi scomodi e che fanno perdere ai club centinaia di milioni d’incassi e decine di campioni (che se ne vanno giovani giovani in Inghilterra, dominando l’Europa) l’Italia si chiude e spera sempre di avere un “padrone” che butti i soldi aprendo il rosso del proprio bilancio come sta facendo Moratti da anni. Discutiamone.

 
 
 
 
 
 
 

Stadio

Questo è un messaggio per quelli che hanno cantato i cori di sabato sera; una riflessione per chi non è permeato di un odio così grande da impedirgli il dibattito sereno.

Si discute e si dibatte, oggi, sul ricorso della Juventus: legittimo, giusto o no? Il problema - purtroppo - è altrove: una partita di calcio, lasciatevelo dire da chi visse la serata del derby sospeso a Roma, è come un liquido esplosivo. Come un fuoco d’artificio: può deflagrare e brillare nel cielo divertendo grandi e bambini, può anche deviare il proprio corso e fare danni. Ebbene i danni di sabato sera non saranno comunque cancellati dalla eventuale cancellazione della squalifica: il danno c’è già, grandissimo. L’immagine della società più vincente d’Italia è stata lesa. Non c’è antipatia per l’Antipatico di turno, Balotelli o altri, che valga un danno così grande.

Nessuno, di quelli che - non razzisti e tifosi della Juve - ha cantato l’altra sera deve averci pensato.