
E’ un problema di certificazione: chi è autenticamente, sovranamente, trasversalmente autorizzato - al primo errore arbitrale, ma anche al secondo - ad agitare la Juve come parametro d’insulto, come sinonimo di fumisterie? Le parole, come spesso al vento, di Zamparini (sedicente amico di Nicchi, telefonista di Collina - circostanze smentite dagli interessati -, consolidato compare anche in affari calcistici con Moggi, datore di lavoro di frequentatori di fischietti), ma anche le uscite insensate di Moratti sul tema degli stranieri (<meglio comprare stranieri che partite>) hanno sempre il solito retrogusto. Lo dicano pure i tifosi nei reciproci bar sport o anche in questi nostri blog, va benissimo. Non va bene che si cimentino dirigenti che attendono - per colpe di investigatori (<piaccia o non piaccia le telefonate di Moratti, Campedelli, Sensi etc. non ci sono>, Narducci dixit) e negligenza federale (inascoltate le testimonianze dirette di Bergamo, De Santis e altri nel 2006) - un passaggio cruciale, anche se forse solo simbolico, di fronte alla lentissima e bolsa Procura Federale di questi tempi: questo è, non solo per Andrea Agnelli, intollerabile. Parli chi non parlava: le telefonate appena ammesse al processo penale sono prove, ormai, che parlavano tutti; grigliavano tutti; ammiccavano e regalinavano in molti; che entravano nei giochi di Palazzo a decine, raccomandando, spingendo. E firmavano i contratti con Mediaset e Sky, spartendosi la torta, le Grandi tutte (Entente Cordiale?). Rivoli di un sistema, affluenti se la Juve era il fiume. Il problema, come nel caso di Recoba e delle decine di calciatori con passaporti taroccati (spesso pure male), era e resta lo stesso: ma chi t’ha dato la patente? A quattro anni dallo sventramento juventino, giustificato dagli atti accusatori napoletani, si attende un’altra giustizia: non cancella quella, si aggiunge a quella. Nessun reato sportivo viene cancellato, ma pretendere che vengano perseguiti anche i sangue blu - se colpevoli - è un modo per togliere (come capitato al Chino dopo i processi penali) la patente tarocca. Che tanto guidava con quella buona, uruguagia.

Se ne va, lacrimando lui e non il presidente Moratti. Ci lascia Mou, allora, e il dispiacere è grande: ha saputo andare contro tutto e tutti, a cominciare dallo scossone (benefico per l’Inter) quando ricordò ai giocatori lo scudetto vinto in segreteria. Poi gli zeru tituli rinfacciati a chi - effettivamente - di tituli non ne ha vinti in presenza di Mou (Ranieri, Spalletti; ha toppato con Ancelotti che con un Chelsea logoro ha fatto double). Ora, viste e sentite le dichiarazioni chiarissime del Mou, niente lamentazioni: se ne va al Real Madrid perché lo ritiene una sfida più interessante della permanenza in un’Inter che ha portato (lui, soprattutto) a vincere tutto e alla quale ha inculcato una cultura vincente, sfrontata, arrogante talora come s’era visto in alcune edizioni della Juve di Lippi o di Capello (niente concessioni all’estestica milanista o al casareccismo di Ancelotti, vincente e simpatico). Si lamenticchia di squalifiche e di un pressing della Procura federale arrivata dopo un anno di piazzate scomposte che anche in Inghilterra e ovunque l’hanno esposto alle critiche. Ma non va via perché l’Italia lo rifiuta, visto che lo fa santo ora e simpatizza per lui quando legttima anche il tifo contro tipico anche in Portogallo e Spagna, va via perché il Real Madrid è più dell’Inter e Mou vuole sempre di più. Quando vorrà una sfida di quelle toste davvero, riveda al ribasso le pretese e faccia l’occhiolino alla Juve: far ritornare alla vittoria la Signora dopo lo tsunami di Calciopoli è più difficile che reggere ai piccoli marosi italiani navigando sul transatlatico nerazzurro, da lui condotto benissimo e con idee rivoluzionarie. La rivoluzione “via Ibra, dentro Milito, Motta, Sneijder e Lucio” non somiglia all’addio a Zidane buono per comprare Nedved e Buffon? Arrivederci, Mou: la sua è una storia lunga e di popoli del calcio da portare alla Rivincita ce ne sono tanti in giro per il mondo.

Non ci si nasconda, ora, dietro la prescrizione scritta nelle norme della giustizia sportiva. Quella giustizia stravolta nel 2006 nei tempi, nei modi, nelle persone delle corti giudicanti. E non si rimanga fermi. Perché stanno come d’autunno, in Figc, i fogli… Quelli di giornale che ormai intasano il faldone su Calciopoli2 tenuto dal viceprocuratore Tornatore e dai sostituti Avagliano e Barone (prima new entry nel pool, ne seguiranno altre). Chissà che aspettano, ormai, in via Allegri e via Po dove ha sede la Procura federale. Certo, l’acquisizione delle trascrizioni delle intercettazioni richieste dalla difesa di Moggi a Napoli e che saranno disponibili solo tra una quarantina di giorni è elemento decisivo, dal punto di vista delle prove, perché il fascicolo aperto e istruito con tanto di assegnazione e ora ampliamento del pool attende elementi ufficiali, passati al vaglio del giudice Casoria… Tutto questo perché siamo nel 2010, lontani quattro anni dal clamore e clangore di Calciopoli1, allora le informative (di parte, quella dell’accusa) bastavano; o perché non ci sarebbe la fretta di assegnare posti nelle coppe o decidere iscrizioni al campionato; o perché perqualcuno la questione della prescrizione è già bella e decisa (con sollievo o con rabbia per aver scoperto, solo ora, cose che potevano far parte del fascicolo nel 2006). In realtà, al netto del dovuto rispetto formale per ogni passaggio giusto da fare ci sarebbe la Questione Morale: perché pensiamo che anche in via Allegri si percepisca quello che ormai la gran parte degli organi d’informazione italiani si pone come prima decisione da prendere: rivalutare l’assegnazione dello scudetto 2006, e a questo punto non solo. Adire il vero, pensando di interpretare un comune sentire che va al di là dei termini di prescrizione, crediamo che sia desiderio di tutti (anche in Procura federale) di ascoltare dalla viva voce di Massimo Moratti (ma anche di Foschi, Foti, Cellino, Spalletti, Pradè ad esempio) una versione autentica dei fatti già acclarati. Ma non solo lui: parlavano tutti, sentiamoli tutti. Può il calcio italiano andare avanti senza questa elementare ricerca della chiarezza?

Ha vinto Mourinho, ha fatto poker: una scala ad incastro, incastro non semplice perché aveva gli occhi del mondo addosso, gli artigli di chi - legittimamente, alla faccia del suo finto moralismo - gufava, deve gufare
perché rivale impalmato. Ha fatto poker, perché ha una faccia da poker Mourinho, non proprio quella che canta la controversa Lady Gaga, ma quasi. S’è giocato tutto sull’ultima carta, Sneijder, anche se poi a far vincere l’Inter è il più trascurato (dai titoli e non dai tituli, da Lippi non da Mou) Thiago Motta. La sfida che lancia al secondo derby stravinto (uno quando non contava in America in amichevole, adesso che straconta e
debilita la verve milanista). Sarà ancora il campionato di Mou, nel senso che sarà al centro della contesa. Col rumore dei nemici e quello delle sue parole, con la sua faccia da poker. E il rivale sarà quello scugnizzo di
Ciro Ferrara, che ha un sorriso che pare il settebello: una carta che vale doppio, triplo se fai pure scopa. L’enigmatico e profondo Leonardo riflette e riguarda le carte, ma a sparigliare il mazzo c’è la Juve, stavolta, e ci sarà fino alla fine.

Kakà al Real o al Chelsea; Pato aggredito dalle avances dello stesso Chelsea; Ibrahimovic che si offre (o quasi) al Barcellona o al Real o a chiunque lo porti via dal nostro campionato venutogli a noia a furia di vincerlo (due scudetti con la Juve, che lui rivendica eccome, e tre con l’Inter). Le classifiche internazionali che vedono le italiana scivolare sempre più in basso, sempre meno in condizione di raggiungere le cinque-sei big d’Europa che - in attesa del nuovo emiro che piomba in Premierleague - si spartiscono il meglio sul mercato e fanno a gara per i “tituli”. Il calcio italiano è in una crisi profondissima e mai è stato nella sua storia così distante, con le sue squadre di club, dagli altri campionati. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: l’Inter senza Ibra, il Milan senza Kakà e forse Pato lanciano la Juve di Diego e - se si risolvessero i problemi in società - rimette in pista la Roma; o apre una chance alla Fiorentina.
P.S. In ogni caso state tranquilli se questa è la crisi più nera di sempre, gli alti papaveri non lo vogliono sapere.

Togliamo di mezzo la categoria del nemico, discutiamo sulla figura di Mourinho. Una cosa è certa: non è un crociato. Attacca la Juve, poi è il vero avvocato difensore sul caso Balotelli. Parla di zeru tituli e si dimostra profeta (o Cassandra), comunque innova il linguaggio. Di sicuro Mou ti costringe al dibattito: sbaglia e scantona, talvolta, ma chi non lo fa? Solo quelli che vivono per lo 0-0, lui che in campo - mi pare - punta all’1-0, è il valore aggiunto di questo campionato. Insomma: a prescindere dalle fedi e delle appartenenze, Mourinho vista simpatico o no?

Russi, americani, arabi e tedeschi hanno trattato e trattano in questo momento la Roma, una delle squadre più importanti d’Italia, che porta il nome della Capitale. A differenza di quanto avviene in Inghilterra, però, nessun imprenditore straniero ha vinto la corsa alla conquista di un club italiano: perché siamo così protezionisti nel calcio? Cosa temiamo dall’arrivo di nuovi padroni stranieri? Io penso che ci sentiamo profondamente inadeguati e incapaci di confrontarci col libero mercato. In stadi scomodi e che fanno perdere ai club centinaia di milioni d’incassi e decine di campioni (che se ne vanno giovani giovani in Inghilterra, dominando l’Europa) l’Italia si chiude e spera sempre di avere un “padrone” che butti i soldi aprendo il rosso del proprio bilancio come sta facendo Moratti da anni. Discutiamone.