
Mai come quest’anno lo scudetto passa per il mercato di gennaio. Mercato di riparazione, lo chiamavano: una finestra invernale per mettere le toppe e cercare di regalarsi speranze dopo i primi fallimenti dei progetti estivi. Mai come quest’anno, invece, con l’Inter che s’è autoimmolata sull’altare del mondialino per club e del traumatico dopo Mourinho, le gerarchie sono imperfette - quindi affascinanti - e le squadre tutte perfettibili. Chi è in vetta, il Milan ha preso Cassano per quel deficit di tecnica che denota gni volta che affronta una squadra di pari liello in Champions (Real Madrid) e campionato (Lazio, Juve e Roma). Chi insegue a sorpresa, Lazio e Napoli, pensa che possa essere l’annata buona: inseguiamo lo scudetto, poi magari ciscappa la Champions. E allora urgono rinfozi di livello per non abbassare il ritmo: la Lazio cerca un centravanti e un esterno sinistro, il Napoli ha preso un difensore e forse farà altri due colpi. La Juventus, che non perde mai, pareggia troppo: segna tanto, ma è decismente perfettibile. Il centravanti da 20 gol, sarebbe l’urgenza, per Del Neri: Sissoko in uscita per un terzino l’opzione di mercato intelligente. Ma la chance di vincere per la prima volta dopo Calciopoli e senza più l’Europa cresce e l’appetito pure. L’Inter sul mercato cerca allenatori, ma Benitez che chiede quattro rinforzi non è mica matto: sa che l’Inter è consumata e va rimpolpata. C’è, poi, la Roma che sul mercato di gennaio deve trovare la forza per dire qualche no, in attesa di un nuovo padrone; deve trovare la forz di convincere Totti e Pizarro che non sono più loro i leader; che Adriano non deve cedere alla tentazione della saudade e possibilmente trovare un terzino destro per non piangere ad ogni assenza di Cassetti. Tutte risposte che il mercato può fornire ad una domanda: chi si rinforza di più vince lo scudetto? Forse sì.

Ma voi l’avete ascoltate o lette le dichiarazioni del sindaco di Firenze, Renzi, in cui si condannano senza se e senza ma i cori dei suoi colleghi tifosi della Fiesole sulle vittime dell’Heysel? Noi no. Abbiamo letto, dopo un oblio lungo lungo, l’ad Mencucci e anche Montolivo. Ricordiamo poco se dopo le magliette e il gemellaggio posticcio coi tifosi del Liverpool, invero ormai molto diversi da quelli dell’85, lo stesso primo cittadino fiorentino abbia chiesto scusa anche a nome della città. Perché Firenze non merita certi vuoti di memoria che non possono essere, nel caso dell’ultrà viola Renzi, una giustificazione: lui ricorda tutto e ha attaccato, proprio alla vigilia del match con la Juve, con parole becere e piene di fiele la squadra bianconera parlandone come di nemico. Un odio che chissà quanto condividono i suoi concittadini votanti che amano la Juve. Di certo un innesco inatteso e ingiustificato che ha fatto ripartire la girandola dei cattivi pensieri e delle pessime azioni (a partire dai bomboni ingiustificabili dell’Olimpico di Torino). Chi ha più senno lo dovrebbe adoperare, diceva un adagio antico. Forse troppo antico per il giovane sindaco di Firenze. Usiamo, però, questo blog per ricordare tutti assieme gesti e parole di solidarietà per chi è morto assurdamente; per segnalare le cose che uniscono. Che di quelle che dividono si occupano con parole e bombe carta, gli altri. E riprendere l’idea del forum della memoria delle vittime dell’Heysel, fatta dal signor Laudadio, custode di quella memoria: una targa anche al Franchi, perché le parole le porta via il vento, le parole scritte sulla pietra restano. Il Franchi, tra l’altro, è uno stadio comunale. O no?

Ne avevamo parlato proprio qui, su Tuttosport.com ( guarda il video ), all’indomani del weekend di campionato scorso: grandi squadre che godono (democraticamente, plutocraticamente) degli errori arbitrali a scapito di club per l’immaginario collettivo meno potenti. Aiutini e aiutoni che al mercoledì si sono riproposti e che portano il presunto non potente Zamparini a denunciare, mettere in vendita il Palermo (ah, come vorremmo che qualcuno si presentasse soldi in bocca per vedere l’effetto che fa…). Richiama - come un disco rotto (l’avevano fatto lui e altri presidenti in passato) - Calciopoli, denunciando un peggioramento della situazione di sudditanza pre-2006. Nel libro delle favole aperto nel nostro intervento rileggevamo l’almanacco Panini della stagione 2004-2005 riascoltando telefonate edite e quelle inedite: l’idea che ci si forma è quella di un campionato regolare o irregolare come altri a cui abbiamo assistito. Con potenti cui si corre facilmente in aiuto, allora come ora. Con arbitri che di risalire la corrente contraria come storioni non ne vogliono sapere, se non nei turni primordiali della stagione (perché nelle prime giornate hanno urlato Milan con gli arbitri comunisti e la Roma a Brescia). Ora come allora verrebbe da dire, ma senza intercettazioni e sim svizzere. Andiamo agli effetti, dunque, quali conclusioni dobbiamo trarre ora se gli errori continuano a favorire i potenti, in gran parte e non in assoluto (come nel 2004-2005), nonostante siano cambiati arbitri e designatori e se manca - soprattutto - il lupo cattivo della favola di Calciopoli, ovvero Moggi. Esiste - chiediamo a Zamparini - un altro Moggi? Chi muove cosa? Almeno Sensi (vincente come Cragnotti e come lui spesso piazzato), ai tempi suoi, aveva il coraggio di dire chi era il nemico. In questi ultimi cinque anni in Italia ha vinto solo l’Inter, se trascuriamo le frattaglie concesse sotto forma di coppe Italia e Supercoppe a Lazio e Roma. Zamparini, lei che Moggi lo conosce bene, ce lo indichi dove sta di casa il nuovo lupo cattivo. Come nel 2006 qualcuno per andarlo a stanare magari lo si trova.

E’ un problema di certificazione: chi è autenticamente, sovranamente, trasversalmente autorizzato - al primo errore arbitrale, ma anche al secondo - ad agitare la Juve come parametro d’insulto, come sinonimo di fumisterie? Le parole, come spesso al vento, di Zamparini (sedicente amico di Nicchi, telefonista di Collina - circostanze smentite dagli interessati -, consolidato compare anche in affari calcistici con Moggi, datore di lavoro di frequentatori di fischietti), ma anche le uscite insensate di Moratti sul tema degli stranieri (<meglio comprare stranieri che partite>) hanno sempre il solito retrogusto. Lo dicano pure i tifosi nei reciproci bar sport o anche in questi nostri blog, va benissimo. Non va bene che si cimentino dirigenti che attendono - per colpe di investigatori (<piaccia o non piaccia le telefonate di Moratti, Campedelli, Sensi etc. non ci sono>, Narducci dixit) e negligenza federale (inascoltate le testimonianze dirette di Bergamo, De Santis e altri nel 2006) - un passaggio cruciale, anche se forse solo simbolico, di fronte alla lentissima e bolsa Procura Federale di questi tempi: questo è, non solo per Andrea Agnelli, intollerabile. Parli chi non parlava: le telefonate appena ammesse al processo penale sono prove, ormai, che parlavano tutti; grigliavano tutti; ammiccavano e regalinavano in molti; che entravano nei giochi di Palazzo a decine, raccomandando, spingendo. E firmavano i contratti con Mediaset e Sky, spartendosi la torta, le Grandi tutte (Entente Cordiale?). Rivoli di un sistema, affluenti se la Juve era il fiume. Il problema, come nel caso di Recoba e delle decine di calciatori con passaporti taroccati (spesso pure male), era e resta lo stesso: ma chi t’ha dato la patente? A quattro anni dallo sventramento juventino, giustificato dagli atti accusatori napoletani, si attende un’altra giustizia: non cancella quella, si aggiunge a quella. Nessun reato sportivo viene cancellato, ma pretendere che vengano perseguiti anche i sangue blu - se colpevoli - è un modo per togliere (come capitato al Chino dopo i processi penali) la patente tarocca. Che tanto guidava con quella buona, uruguagia.

Se protesta sarà, analogamente a quanto capitò il 16-17 marzo del ’96, avremo uno sciopero assai diverso da quello che vide come leader Vialli e il sempiterno Campana. Ma i calciatori sembrano non saperlo. Ascoltavamo Cristiano Lucarelli dire ieri (come Vialli) che si sciopera soprattutto per i colleghi da mille euro al mese, vitto e alloggio non compresi. No, nel ’96 i grandi scioperarono per il fondo di garanzia che tutelava i calciatori rimasti a piedi per i fallimenti di presidenti allegri. Oggi sciopera la serie A dei guadagni medi da 1,3 milioni (se togliamo i “primavera” al minimo salariale). Perché la Lega Pro il contratto prorogato ce l’ha. Dallo sciopero a ridosso del caso Bosman, i calciatori non erano partito pesante (con i tecnici) in consiglio federale; i procuratori non erano i “deus ex machina” dell’equilibrio finanziario e psicologico di un club senza essere imbrigliati da ruoli istituzionali. Proposte: agenti in consiglio, i più potenti si prendano le loro responsabilità. E i sondaggi negativi. I trasferimenti di contratti non devono diventare traslochi di esseri umani. Ok. Ma è pensabile tenere sotto lo stesso cappello da Cipputi la star Ibra e l’operaio Giaccherini?
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Nell’anno I e nella settimana I della tessera del tifoso se ne sentono e vedono di tutti i colori. Vanno in piazza per una battaglia a colpi di petardi e auto incendiate, provando l’aggressione al ministro dell’Interno come mai s’era visto, neanche negli Anni di Piombo. Un popolo che non si ribella per telecamere ovunque nei centri storici, banche, aeroporti, stazioni, e mail ma che allo stadio vuole vederci tutti, anche quelli che hanno incassato il Daspo (senza domandarsi perché glielo abbiano affibbiato) o condanne per reati da stadio negli ultimi cinque anni. Insomma tutto questo per aprire le porte degli stadi a quelli che hanno fatto di tutto per far entrare nel nostro sistema giuridico tornelli, biglietti nominali, scorte e tafferugli. E’ noiosissimo e a volte persino umiliante spogliarsi e farsi addirittura radiografare in aeroporto: è un prezzo che paghiamo all’emergenza nata dopo l’11 settembre, non lo facciamo volontieri ma lo facciamo. Un’ultima notazione: hanno fatto tantissimo rumore le minoranze di chi protesta, ma quelli che hanno pagato il prezzo della tessera sembra - a conti fatti - una larga maggioranza. Non sarà i caso di dare voce anche a quelli che lo stadio non lo vedono come territorio ma come luogo di spettacolo?

Lippi le colpe ce le ha, in buona parte se le assume, in altra parte (vedrete) le scaricherà altrove, anche dove è giusto: il calcio italiano fa di tutto per essere d’intralcio alla Nazionale. Ma ci sono responsabili meno visibili all’orizzonte fumigante che appare adesso, dopo una eliminazione che impone un repulisti complessivo al quale non andremo incontro: ha sbagliato e di brutto anche la Federazione, nella persona del suo presidente Abete. Con che fretta estromise il grigio Donadoni, perché rivoleva Marcello, il suo Marcello col quale tutta la Federazione ha battibeccato nell’ombra e nel silenzio prima dell’impresa del 2006 e prima di questa. Andava per conto suo, Marcello Lippi, ci sono anche le intercettazioni telefoniche che riemergono in queste ore a testimoniarlo: ha fatto quel che ha voluto, ha fatto quel che Abete e la struttura federale gli hanno consentito di fare. E tutti insieme hanno messo sale sulle ferite profondissime che il calcio italiano porta come stimmate dal 2006. Lippi a casa, con troppo anticipo e sollievo di tutti, ci va da sè felice della sua esperienza senza lo sposo Cassano e il maturando Balotelli. E senza Tiago Motta, che italiano voleva esserlo: avremmo avuto almeno un campione d’Italia e d’Europa in campo anche noi. Lippi fuori gioco c’è da mesi, restano gli altri incapaci di gestire un calcio professionistico che produce fallimenti, violenza, incapacità di crescita e respiro corto, oltre che fenomeni grotteschi come quelli della giustizia sportiva, specchio - come la Nazionale - del fallimento di un sistema. Dispiace dirlo: non basta che a casa vada il solo Lippi o che si rosoli per bene capitan Cannavaro. Loro sono il passato, a noi preoccupa il presente e il futuro di chi deve fare le scelte e che non paga per quelle sbagliate.

Se ne va, lacrimando lui e non il presidente Moratti. Ci lascia Mou, allora, e il dispiacere è grande: ha saputo andare contro tutto e tutti, a cominciare dallo scossone (benefico per l’Inter) quando ricordò ai giocatori lo scudetto vinto in segreteria. Poi gli zeru tituli rinfacciati a chi - effettivamente - di tituli non ne ha vinti in presenza di Mou (Ranieri, Spalletti; ha toppato con Ancelotti che con un Chelsea logoro ha fatto double). Ora, viste e sentite le dichiarazioni chiarissime del Mou, niente lamentazioni: se ne va al Real Madrid perché lo ritiene una sfida più interessante della permanenza in un’Inter che ha portato (lui, soprattutto) a vincere tutto e alla quale ha inculcato una cultura vincente, sfrontata, arrogante talora come s’era visto in alcune edizioni della Juve di Lippi o di Capello (niente concessioni all’estestica milanista o al casareccismo di Ancelotti, vincente e simpatico). Si lamenticchia di squalifiche e di un pressing della Procura federale arrivata dopo un anno di piazzate scomposte che anche in Inghilterra e ovunque l’hanno esposto alle critiche. Ma non va via perché l’Italia lo rifiuta, visto che lo fa santo ora e simpatizza per lui quando legttima anche il tifo contro tipico anche in Portogallo e Spagna, va via perché il Real Madrid è più dell’Inter e Mou vuole sempre di più. Quando vorrà una sfida di quelle toste davvero, riveda al ribasso le pretese e faccia l’occhiolino alla Juve: far ritornare alla vittoria la Signora dopo lo tsunami di Calciopoli è più difficile che reggere ai piccoli marosi italiani navigando sul transatlatico nerazzurro, da lui condotto benissimo e con idee rivoluzionarie. La rivoluzione “via Ibra, dentro Milito, Motta, Sneijder e Lucio” non somiglia all’addio a Zidane buono per comprare Nedved e Buffon? Arrivederci, Mou: la sua è una storia lunga e di popoli del calcio da portare alla Rivincita ce ne sono tanti in giro per il mondo.

Chiedendo scusa a tutti per il ritardo, dopo aver moderato quasi 600 post sull’indagine che abbiamo fatto riaprire in Figc, torno a scrivere: rispetto ad un mese fa il quadro è un po’ più chiaro. Neanche Guido Rossi sa come giustificare la sua decisione del 2006, visto che se la prende con uno che è già squalificato (Moggi) e che in Figc non sanno se devono e possono radiare e (senza nominarla) con la società (la Juve) che nel 2006 ha pagato il prezzo più alto e visti cambiati i suoi stessi connotati. Rifarebbe tutto, nonostante quanto emerso, lui: peggio per lui, che se ne sta fermo di fronte alle nuove evidenze. Epperò chiunque senti, anche nei piani più alti della Figc, ti dice - magari in un orecchio - che lo scudetto 2006 sarà tolto all’Inter, perché (e lo sostiene pure la Gazzetta) sono da deferimento sicuro certe telefonate di Facchetti (ma anche altri hanno goduto in questi anni dell’anonimato regalato da chi non volle o seppe ascoltare tutte le 171 mila telefonate). Anche i pm si sono messi alla ricerca di nuove telefonate che certificano quanto sballata sia stata l’indagine condotta a tesi dal 2004 e che non possono aumentare il carico d’accusa: ricordiamo che più che accusare Moggi e company di associazione per delinquere e frode sportiva non si può…
Insomma, chi si riteneva affamato di verità sta mangiando, ora. Ma se mangiano anche quelli che non frequentavano i blog e i forum, se stanno cominciando a capire e cambiare idea su Calciopoli anche gli altri, quelli che di calcio s’interessano frugalmente e che nel 2006 l’opinione se la formavano sapete come, ebbene qualche merito si deve anche al lavoro paziente e costante di chi certe cose le scrive su pagine di carta, su un Tuttosport diffuso in tutt’Italia e che finisce nelle mazzette di giornali a disposizione dei colleghi di altre testate, che urlando e portando tesi ha aperto il dibattito nazionale. Senza Tuttosport, lasciatecelo dire dopo quattro anni di corsa in salita, Calciopoli2 non sarebbe esistita. Dobbiamo tutti un grazie a Ju29ro, all’uccellinodidelpiero, a “Giù le mani dalla Juve”, calcioblog, vecchiasignora e tutti i forum ma anche le trasmissioni tv e radio, chi ha scritto libri che hanno scavato come noi, a mani nude: con Tuttosport e gli altri mezzi di stampa a seguire stiamo ottenendo qualcosa di impensabile solo 3-4 anni fa, anche la Juve è nuova e ha scritto un esposto di fuoco che sostiene la battaglia. Facendo il tifo per la ricerca della verità sperando - un giorno - di avere meno fame di verità e tornare ad aver solo sete di calcio.

Non ci si nasconda, ora, dietro la prescrizione scritta nelle norme della giustizia sportiva. Quella giustizia stravolta nel 2006 nei tempi, nei modi, nelle persone delle corti giudicanti. E non si rimanga fermi. Perché stanno come d’autunno, in Figc, i fogli… Quelli di giornale che ormai intasano il faldone su Calciopoli2 tenuto dal viceprocuratore Tornatore e dai sostituti Avagliano e Barone (prima new entry nel pool, ne seguiranno altre). Chissà che aspettano, ormai, in via Allegri e via Po dove ha sede la Procura federale. Certo, l’acquisizione delle trascrizioni delle intercettazioni richieste dalla difesa di Moggi a Napoli e che saranno disponibili solo tra una quarantina di giorni è elemento decisivo, dal punto di vista delle prove, perché il fascicolo aperto e istruito con tanto di assegnazione e ora ampliamento del pool attende elementi ufficiali, passati al vaglio del giudice Casoria… Tutto questo perché siamo nel 2010, lontani quattro anni dal clamore e clangore di Calciopoli1, allora le informative (di parte, quella dell’accusa) bastavano; o perché non ci sarebbe la fretta di assegnare posti nelle coppe o decidere iscrizioni al campionato; o perché perqualcuno la questione della prescrizione è già bella e decisa (con sollievo o con rabbia per aver scoperto, solo ora, cose che potevano far parte del fascicolo nel 2006). In realtà, al netto del dovuto rispetto formale per ogni passaggio giusto da fare ci sarebbe la Questione Morale: perché pensiamo che anche in via Allegri si percepisca quello che ormai la gran parte degli organi d’informazione italiani si pone come prima decisione da prendere: rivalutare l’assegnazione dello scudetto 2006, e a questo punto non solo. Adire il vero, pensando di interpretare un comune sentire che va al di là dei termini di prescrizione, crediamo che sia desiderio di tutti (anche in Procura federale) di ascoltare dalla viva voce di Massimo Moratti (ma anche di Foschi, Foti, Cellino, Spalletti, Pradè ad esempio) una versione autentica dei fatti già acclarati. Ma non solo lui: parlavano tutti, sentiamoli tutti. Può il calcio italiano andare avanti senza questa elementare ricerca della chiarezza?