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Ma di chi è una squadra di calcio? La domanda mi risale su, come i peperoni, in questi giorni in cui si discute molto il caso Roma e ci si dibatte in uno scontro di opinioni pesante sulla Juventus. Nei giorni in cui vincente pare sia solo il modello del presidente che butta i soldi a fondo perduto (o “vinciuto”… se parliamo dell’Inter). La Sensi, che percepisce dalla società di cui è proprietaria di oltre il 60 per cento, uno stipendo di oltre un milione si vanta dell’autofinanziamento come strumento sano di gestione del club sempre al top in questi anni, a parte l’ultimo. Ma i suoi tifosi non ne possono più, impossibilitati a incidere, di sapere che compreranno forse bene se venderanno bene (a chi tocca dopo Samuel, Emerson, Chivu, Mancini, a Mexes o a Vucinic?): l’autofinanziamento significa che i soldi per andare avanti li tira fuori la gente: pagando i biglietti e gli abbonamenti tv. Poi c’è la Juve: anche lì, si parla di modello di calcio sostenibile. Da chi? Si deve tenere davvero completamente fuori dal meccanismo decisionale la Gente che “autofinanzia” i progetti di dirigenti stipendiati, come sono anche quelli che scelgono se andare o meno avanti con Ranieri, che in pochissimi ormai tra gli “autogestori” bianconeri vogliono in panchina? E allora lo ripetiamo: di chi sono i club calcistici? Se non sei il riccone che butta i soldi nel buco nero del pallone (Abramovich o Glazer, anche se pure loro pagano mutui intestati ai loro club per riavere i soldi dei loro debiti), sei una cooperativa come il Barcellona e se vuoi fare il figo per l’Europa con la coccarda di presidente ti vai a conquistare il consenso in assemblea..

All’estero mi pare più chiaro capire di chi è un club di calcio, qui da noi molto ma molto meno. Di chi è allora la squadra del cuore?

 
 
 
 
 
 
 

L’abbiamo trovato in prima pagina, oggi, su Tuttosport, il luogo naturale: questo articolo di don Rabino coglie nel profondo: mi ha sempre colpito, da non tifoso del Toro quale sono, l’attaccamento a quella cerimonia, il vissuto di memoria e rimando padre-figlio o nonno-nipote, quello che c’è dentro la tragedia nazionale di Superga, quello che c’era dentro il mito e la realtà del Grande Toro. Vorrei discuterne con voi, rileggendo quelo che don Aldo Rabino, da tempo chiamato a commemorare sulla Collina Granata, i 31 morti, calciatori e giornalisti, tecnici e aviatori, rimettendo l’orologio all’ora di oggi. Superga e oggi: qual è il senso profondo? Perché ci muove tutti quel ricordo, più trasversale di una partita della Nazionale?

“Sessant’anni e sembra ieri. Sessant’anni di passio­ne, di sofferenze, di affetti stroncati… Quasi noz­ze di diamante con la storia, prima ancora che con la morte. Sessant’anni di un serpentone di persone che sale in pellegrinaggio per un appuntamento che non può essere dimenticato mai. La gente, con ogni mezzo, con sole o pioggia, si fa presente, quasi a rim­piazzare i parenti dei giocatori caduti a Superga, im­possibilitati ad essere sul posto per età o per aver già raggiunto i propri cari. C’è una domanda che sale dal profondo del cuore di ognuno. Che cosa si na­sconde dietro al mistero di una tragedia infinita che, anziché farmorire, continua ad emettere germogli di vita? Che cosa pulsa dentro questo Toro spesso mes­so in liquidazione da tanti e da troppi e che – nono­stante tutto – continua a riproporre un’infinita voglia di vivere? Che cosa provoca la gente di altre terre, paesi e nazioni a salire sul colle di Superga e a doman­darsi: «Dov’è il campo di gioco di questa squadra?»… E che cosa è stata questa squadra da incutere rispet­to ed ammirazione nel mondo intero, tanto da esse­re ricordata come il segno più evidente di un popolo che – oltre a vincere sui campi da gioco – aveva una sola aspirazione: risorgere, tornare a vivere dopo le macerie della guerra?
Sessant’anni di vita si rinnovano quassù, dove si sa­le a ritemprare forze ed energie fisiche e a ritrovare nuovi stimoli di vita… Sessant’anni di preghiera, perché Superga ha soprattutto il sapore dell’Eucari­stia, che è memoria viva del Cristo risorto. Ses­sant’anni di fede, perché salire a Superga equivale a sondare il nostro cuore, che sempre ripete a se stes­so che le persone amate sono solamente assenti ai no­stri occhi, ma vive e presenti ed un giorno le ritrove­remo.
Che cos’era il Grande Torino? Perché una marea di ragazzi e di giovani ancora oggi ha circondato la Ba­silica come in un abbraccio, per rendere omaggio a persone scomparse sessant’anni fa? Quelli erano amici veri, capaci di condivisione! Il Grande Torino è stato un mito trainante per una dignità civile da ri­conquistare, un patrimonio comune della nazione.
SAREBBE bello se i ri­sultati sportivi fossero oggi migliori; se fossimo stati trattati meglio in questo campionato; se fossero riemersi quel tre­mendismo e quelle radi­ci che un po’ si sono ina­ridite. Mi ha fatto tene­rezza e commosso un vecchio papà - con a fian­co il nipotino - che mi di­ceva: «Mi piacerebbe, pri­ma di morire, vedere il Filadelfia rimesso a nuo­vo” » L’ho guardato in si­lenzio e dentro di me ho aggiunto: «Anche a me piacerebbe, dopo quasi quarant’anni di vita de­dicata al Toro…!».
Caro amico Presidente, hai fatto tanti miracoli in questi anni: hai sal­vato il Toro dal fallimen­to, hai tenuto per tre an­ni la squadra in serie A, hai reso economicamen­te sana la società. Pochi altri possono vantare si­mili successi… Ora oc­corre il miracolo mag­giore, per il quale ti sei già esposto… Convoca, agisci, provoca, batti i pugni se è il caso! Ma ri­costruisci il Filadelfia, perché, senza ritorno al­le radici, non ci può esse­re storia; senza una ca­sa, non ci può essere fa­miglia. Te lo chiede il po­polo granata, ed è un se­gno che la gente del Toro ti vuole bene e ti stima. Questa è l’impresa che – se realizzata – ti farà passare alla storia.
Ho fiducia che ci salvere­mo, ma - qualunque sia il finale - voglio dire gra­zie a Giancarlo Camole­se per aver detto sì met­tendoci la propria fac­cia, per lo spirito che ha trasfuso, per la passione Toro che mette in ogni suo gesto. E - comunque andranno a finire le co­se – già fin d’ora sono certo che egli sarà la pie­tra angolare su cui co­struire il futuro.Vorrei ri­volgermi a qui stat, per­ché qui stat videat, come dicevano i Romani… Mi sorge spontanea una do­manda: ma per il Fila­delfia esiste una chiara volontà politica di rico­struzione? E quali sono i veri intoppi ad un iter che sembra ogni giorno registrare nuove diffi­coltà? Si levano natura­li tanti interrogativi… è possibile ricostruirlo o sono solo chiacchiere? E quali sono i veri ostaco­li? È proprio solo que­stione di soldi? C’è qual­cosa che non funziona… Per piacere: diteci la ve­rità! Si faccia o no il Fi­ladelfia, diteci la verità! Sono sempre stato dell’i­dea che la gente deve es­sere il motore capace di fare risorgere il Fila, pa­gando di tasca propria.
Nel 2011 si celebreranno i centocinquant’ anni dell’Unità d’Italia. Qua­le migliore occasione per onorare in concreto il To­ro di Superga, che ha da­to lustro a questa città e ha contribuito a far rial­zare la testa all’Italia del dopoguerra, se non quel­la di rivedere risorgere il più vecchio impianto sportivo di Torino?
Un ultimo pensiero ri­volto a quelli che ogni giorno faticano e soffro­no per questo colore e questa maglia. Restia­mo uniti, remiamo tutti dalla stessa parte, solo incoraggiandoci a vicen­da ed avendo ben chiaro che la meta è comune ed il premio è per tutti, sarà possibile ancora una volta risorgere. Superga, ogni anno, ci insegna che – se siamo insieme - nes­sun traguardo è vietato, neppure l’ennesimo mi­racolo, anche se tutto sembra giocare contro.
La Madonna venerata in questa Basilica ci gui­di a ridare slancio e nuo­va vitalità a questo Toro.
DON ALDO RABINO