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E così all’ennesimo tentativo di rianimazione, il cadavere del campionato di calcio tornò a vivere. Le pratiche fatte sul corpo ormai privo di respiro e battito della lotta scudetto sono state svariate: episodi arbitrali quasi univocamente e decisivamente a favore del Milan (bastino, per il passato recente il rigore negato alla Fiorentina e il gol valido tolto al Chievo sullo 0-0); un gioco di calendari simile a quello delle tre carte; un’Inter che s’è fatta prendere dalle contorsioni e che - ormai vittima/dipendente da Mou - scivola in preda al nervosismo e a Muntari. Se c’è un complotto partecipano in tanti: anche la Roma che sembra astenersi nei momenti topici e che riscopre la vena di un Ranieri col braccino e che a Roma cominciano a “rivedere” criticamente ricordando certi salti in alto mancati al Chelsea e alla Juventus. Ultima considerazione: fa fuori Balotelli, Mourinho, e si mette tutta la pressione addosso. Con l’ennesimo rischio che si presta alla solita doppia lettura: indipendenza di scelta portata alle estreme conseguenze (un altro tecnico avrebbe portato Balo a Londra e tenuto a bada la polemica, magari mandandolo pure in campo) o voglia di creare i presupposti per un addio? 

 
 
 
 
 
 
 

Era zio porco e il Padreterno non c’entrava niente, ma adesso chi li paga i danni a Giuseppe Scurto, passato su tutti i giornali e tg come primatista di blasfemia per una norma sballata e controversa, quella della prova tv per bestemmia? Sì, perché il difensore della Triestina è stato scagionato grazie alla relazione di una sordomuta che legge il labiale da quando è nata, ma nel frattempo la squalifica e il clamore sono gia arrivati e passati. Come farà un onesto difensore di serie B a riconquistare il titolo nei tg della sera per dimostrare che lui non è tipo da bestemmia? E poi: lo sapete che nella norma è previsto che per discolparsi si debba scrivere alla Figc in contemporanea con la denuncia della bestemmia? E come fai a saperlo che ti stanno per etichettae come bestemmiatore? E ancora, il privilegio di essere pescati con la prova tv: se ti denunciano gli 007 federali in campo non puoi fare appello, se capiti nella rete del Grande Fratello invece sì. Ultima nota: questo genere di regole di comportamento normalmente vengono introdotte a inizio stagione o - al limite - dopo il girone di andata. Stavolta si agisce in corsa, creando danni d’immagine e tecnici, confusione e provocando tentazioni blasfeme solo a leggere la norma… Anche in chi deve applicarla inventando una specializzazione nello studio del labiale. La domanda è la seguente: ma davvero c’era questo bisogno di creare questo nuovo polverone nel calcio italiano che non riesce a frenare il fiume in piena dei veleni arbitrali?  

 
 
 
 
 
 
 

Non ve lo diranno mai, ma dalla mia recente visita al quartier generale dell’Uefa, a Nyon, due gioni prima della sventurata serata anti-Fiorentina di Ovrebo, ho maturato una convinzione-provocazione: l’Italia dovrebbe uscire dalla Uefa per un motivo molto semplice, non è gradita. La punizione incredibile che Platini e i suoi pards si sono inflitti pur di dare una bella tortorata all’Italia, appena uscita da Calciopoli e dal pandemonio Raciti, assegnando gli Europei del 2012 a Polonia e Ucraina costerà all’Uefa 200 milioni di euro. A certi numeri a Nyon stanno attenti un bel po’. Gli Europei del 2008 avevano già avuto in Ovrebo un protagonista anti-italiano e vedere la stangata inflitta all’italiana Fiorentina contro la tedesca Bayern proprio quando Italia e Germania si giocano per il lustro dal 2011 al 2016 il quarto posto in Champions è sembrata un spinta fuori dal sistema. E lo stesso chiacchiericcio che vede la candidatura francese per gli Europei 2016 come sostenuta dal silenzioso assenso al Roi Platini da parte dei membri dell’Esecutivo, senza il segnale forte e chiaro dato alla povera Italia di farsi da parte per evitare un’altra bocciatura solenne, fa capire. Hanno molte ragioni per volerci fuori dal contesto: giochiamo ad un calcio che ha poco a che vedere con quello del resto d’Europa. Stadi degni, un clima degno sugli spalti e fuori, un gioco positivo e meno violento o più leale non sono valori costitutivi di questo calcio italiano, ma la responsabilità di far retrocedere l’Italia un passo indietro impoverisce l’Europa. Si è avuto il coraggio di spingere i paesi emergenti dell’Est al centro dell’Uefa, Platini tiri fuori il coraggio di fare dell’Italia un paese calcisticamente riemergente. Altrimenti l’Italia si tiri fuori da un’Uefa che non la vuole protagonista.   

 
 
 
 
 
 
 

L’Italia avrà il sostegno formale del Governo per tentare, da sfavorita, di farsi assegnare gli Europei del 2016: 12 città candidabili, molto maquillage (e molti skybox, cioè salette per gli sponsor) agli impianti vecchi e stantii, lontani dall’idea di calcio moderno che ispira tutt’Europa, un solo stadio nuovo (Torino) certo di vedere la luce (Palermo e Cagliari sono opinioni e progetti, roba da architetti non ancora da carpentieri). La Figc non intende mollare e ci prova, sperando che a Platini e all’Uefa badino al conflitto d’interessi rappresentato dalla candidatura forte, quella di Francia e magari regalino mezzo Europeo (a 24 squadre, ricordiamolo: ogni città potrà veder giocare 4 o 5 gare) all’Italietta ancora in attesa di una legge anti-speculazione e pro-stadi. Ma se il Governo firma la lettera, se il Parlamento sta lavorando da mesi alla legge, se la Figc ha fatto il giro d’Italia e i sindaci hanno detto sì o no (Genova ha rinunciato), dov’è la prima interessata al rifacimento degli stadi, cioè la Lega di Milano? Dov’è Beretta, il presidente lobbista che doveva assicurare entrature romane e corsie preferenziali, grazie al suo curriculum di uomo di Confindustria? Da quando alla Camera si parla di emendamento che frena l’aumento al cubo delle cubature di quanto c’è attorno ai futuri stadi, molto più timidi i presidenti, defilatissima la Lega. E a via Rosellini ora non si fa altro che discutere di calendarietti di Coppa e di spostamenti, cercando di fare più attenzione ad evitare favori a Galliani e di non urtare troppo Moratti. Ma aumentare i ricavi per non essere più schiavi dalle tv non era il primo comandamento dei presidenti di calcio, azionisti della Lega? Galliani, a riguardo, si tiene stretto San Siro e le eventuali migliorie. E allora perché spingere tutti assieme per avere - davvero - una legge che Europei o no riporti l’Italia in Europa? Di spinte forti in Parlamento da parte della Confidustria del calcio non ne hanno sentite. Insomma: di avere stadi nuovi, pieni, fruibili, degni interessa a tutti meno che a quelli che avrebbero dovuto fiutare il business, i presidenti, che frenato il comma sulle possibili lottizzazioni tornano a pensare a come sbarcare il lunario. A proposito, un’ultima domanda: la legge sui diritti tv, ormai in vigore da tre anni obbligava alla creazione di una Fondazione della Lega per gestire un tesoretto da destinare per i finanziamenti dei progetti sui nuovi stadi. Non si sa se esista la Fondazione, non si sa chi ne sia responsabile: se gli Europei 2016 parleranno - per caso - italiano sapremo a chi non dire grazie.

 
 
 
 
 
 
 

Genova per noi è un’isola: c’è peccato e redenzione, caduta e risalita lenta. E’ continuità nel progetto Samp, ad esempio, dove le rivoluzioni sono sempre riforme e a cambiare è il tecnico mai il vero timoniere (Peppino Marotta, che giustamente piace e deve piacere ad una parte della proprietà Juve), con il solismo perfetto di Cassano. E’ cambiamento continuo, frenetico, nel rimescolare motivazione e campioni, progetti di giocatore e restyling accurati (Thiago Motta prima, Crespo ora) lasciando costanti due elementi, il vulcano Preziosi e l’acqua cheta Gasperini,con la certezza nel collettivo. In testa al campionato, adesso che la serie A è giovane: ma la crescita fino al tetto ha fondamenta solide. A Genova fanno meglio che altrove, in quasi tutti gli altrove d’Italia nel calcio. Hanno anche lo stadio più calcistico e meno futuribile d’Italia (quello dell’impianto sarà il vero problema di crescita di Genoa e Samp: in Champions lì non ce le fanno giocare!). Genova è per noi, che amiamo il calcio in Italia, un porto sicuro: osservate le mosse più recenti, sono sempre decenti. Preziosi ha il peso di uno scandalo che pare antichissimo e comunque figlio di una passione smisurata, di un innamoramento per il riscatto rossoblù che non lo assolve, ma nell’empireo genoano lo riscatta, santifica: non è un santo, nè può essere preso ad esempio se non per la dirigenza delle ultime quattro stagioni. Dagli errori, se si è intelligenti forti e profondi, si esce migliori: tanto perfetto è nessuno. Garrone non ha sperperato mai, ma gli piacciono i gioielli come Cassano e Pazzini: è un presidente presente che deve vincere la scommessa dello stadio. Vedere ora le genovesi prime e pensare ad un futuro mozzo per mancanza di un prato che valga Marassi sarebbe imperdonabile, come stava per essere imperdonabile - anni dopo Spagnolo - quella curva stretta del pullman della Fiorentina sulle membra di un altro tifoso. Passione e raziocinio: questo deve essere il segreto. Genova per noi, cantavano i Grandi Genovesi che erano della canzone. I Grandi Genovesi ora sono nel calcio e fanno bene a tutti. Genova per noi e per tutti.

 
 
 
 
 
 
 

Ha vinto Mourinho, ha fatto poker: una scala ad incastro, incastro non semplice perché aveva gli occhi del mondo addosso, gli artigli di chi - legittimamente, alla faccia del suo finto moralismo - gufava, deve gufare
perché rivale impalmato. Ha fatto poker, perché ha una faccia da poker Mourinho, non proprio quella che canta la controversa Lady Gaga, ma quasi. S’è giocato tutto sull’ultima carta, Sneijder, anche se poi a far vincere l’Inter è il più trascurato (dai titoli e non dai tituli, da Lippi non da Mou) Thiago Motta. La sfida che lancia al secondo derby stravinto (uno quando non contava in America in amichevole, adesso che straconta e
debilita la verve milanista). Sarà ancora il campionato di Mou, nel senso che sarà al centro della contesa. Col rumore dei nemici e quello delle sue parole, con la sua faccia da poker. E il rivale sarà quello scugnizzo di
Ciro Ferrara, che ha un sorriso che pare il settebello: una carta che vale doppio, triplo se fai pure scopa. L’enigmatico e profondo Leonardo riflette e riguarda le carte, ma a sparigliare il mazzo c’è la Juve, stavolta, e ci sarà fino alla fine.

 
 
 
 
 
 
 

 

 

Era l’ottobre 2008 e Marcello Lippi, il ct che agita i sonni di Mourinho, che risveglia i pruriti complottardi dell’interismo, diceva: «L’Inter è in assoluto la squadra più forte». Era tanto tempo fa, ma lo scudetto poi vinto con merito e 10 punti di vantaggio, era in discussione. Non aveva cupi pensieri sul calcio italiano che - per voce del ct - preparava una discesa comoda per la sua Inter verso il titulo (a dire il vero proprio in autunno certi arbitraggi farebbero dire che Mourinho avrebbe avuto ragione a sospettare…).

Veniamo al passato più recente, quasi al presente: il 23 lugio ultimo scorso il sempre loquace Lippi (che i pronostici in genere li “canna” alla grande: aveva previsto un’Udinese da titolo e il Napoli in Champions…) aveva dato il suo vaticinio post-feriale. «Inter da Champions e Juve da scudetto; Eto’o non inferiore ad Ibra, Lucio grande colpo» e la squadra di Mourinho messa le podio delle favorite alla coppa delle grandi orecchie con Barcellona e Marchester. Il 23 luglio pesava meno il favore per una Juve della quale a Lippi piaceva «tutto, Ferrara tecnico, Gaudino preparatore e Diego».

Il 23 luglio, però, il debutto della serie A era troppo lontana per creare il polverone giusto. Il messaggio di polemica preventiva fa più colpo in attesa del varo dela stagione al ritiro arbitrale di giovedì mattina con Abete, Nicchi e Collina a tagliare il nastro. Il nastro di Mou, invece, s’è messo in azione: mani avanti, sperando che qualche fischietto condizionabile o umorale ci caschi. La Figc non replica, ma una domandina a designatore, presidente Aia e presidente Figc giovedì la promettiamo.

 
 
 
 
 
 
 

 

C’era una volta il Milan, quello di Sacchi e Capello e Ancelotti, degli olandesi e degli slavi (Boban e Savicevic), degli Italiani (Donadoni, Baresi, Maldini, Pirlo, Gattuso, Inzaghi, Nesta), quello dei grandissimi extracomunitari dal Pallone d’Oro (Weah, Kakà, Shevchenko). E’ stato anche quello di De Napoli, sottratto al Napoli offrendo un megaingaggio per non giocare più… E’ lo stesso Milan che oggi lo stesso Berlusconi illanguidisce, con Galliani costretto a giocare da comprimario, offrendo messaggi contraddittori dopo un improvviso giro di valzer. Dall’usato insicuro di calciatori declinanti e costosissimi come Ronaldinho, Emerson e Sheva, all’assalto (virtuale) degli under 23 (ma anche Dzeko e Cissokho sono giovanotti, ricordava il bel carneade Leonardo): il progetto dei Milan di cui abbiamo ricordato nomi e cognomi, omettendo l’elenco dei trofei (lunghissimo), era chiaro tecnicamente e imprenditorialmente. Spendevano e spandevano, con criteri tecnici e grandi allenatori. Adesso si fanno trattative, venuti al dunque del prezzo il Milan di Galliani scappa via e fa brutta figura: con Panucci, con Dzeko, con Luis Fabiano… Poi se la prendono coi tifosi che si lamentano se vedono Kakà venduto - dopo gli annunci d’amore eterno (elettorali)  di gennaio - e la squadra perdere tutte le amichevoli. Perfino l’aziendalista Leonardo s’è lamentato… E’ lecito chiedere dove sia finito il Milan e pensare che l’ipotesi di cessione - nonostante il tantissimo fatto - possa essere vissuta come un sogno dai tifosi del club più titolato del mondo?  

 
 
 
 
 
 
 

 

Premessa: il diritto è diritto e chi lo usa malamente rischia il rovescio… La battuta tennistico-giuridica ci viene in mente pensando alle tante parole che leggiamo in questi giorni sul caso del ritorno in pista del Cittadino Luciano. Cittadino Luciano, sì, perché secondo le regole della Federcalcio, quelle che sono valse a squalificarlo a giugno 2006 per cinque anni con proposta di radiazione che da tre anni giace in qualche cassetto, Moggi non si sa bene cosa sia: squalificato? Beh, parola grossa se a giugno 2006 lo sanzioni (e con lui e le sue responsabilità trascini la Juve in fondo al mazzo), poi sanzioni nell’aprile 2008 quelli che come Spinelli e altri dirigenti chiedi consigli per acquisti, ma nell’ottobre 2008 ti accorgi (caso delle sim svizzere, ilcuore di Calciopoli) il Giudice Supremo della Figc, il dottor Coraggio, s’accorge che non è processabile, il Cittadino Moggi, che estraneo al mondo del calcio da fine maggio 2006. Scrivendo una sentenza che esclude vita natural durante Moggi dal sistema sportivo (a meno di una richiesta di grazia con mea culpa che ci sentiamo di escludeere), evitandogli però la radiazione. Perché può consigliare il Cittadino Luciano chi vuole e non può essere radiato dal calcio, uno che dal calcio s’è già allontanato.  E allora: estraneo o squalificato? Radiabile o no?

 
 
 
 
 
 
 

Kakà al Real o al Chelsea; Pato aggredito dalle avances dello stesso Chelsea; Ibrahimovic che si offre (o quasi) al Barcellona o al Real o a chiunque lo porti via dal nostro campionato venutogli a noia a furia di vincerlo (due scudetti con la Juve, che lui rivendica eccome, e tre con l’Inter). Le classifiche internazionali che vedono le italiana scivolare sempre più in basso, sempre meno in condizione di raggiungere le cinque-sei big d’Europa che - in attesa del nuovo emiro che piomba in Premierleague - si spartiscono il meglio sul mercato e fanno a gara per i “tituli”. Il calcio italiano è in una crisi profondissima e mai è stato nella sua storia così distante, con le sue squadre di club, dagli altri campionati. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: l’Inter senza Ibra, il Milan senza Kakà e forse Pato lanciano la Juve di Diego e - se si risolvessero i problemi in società - rimette in pista la Roma; o apre una chance alla Fiorentina.  

P.S. In ogni caso state tranquilli se questa è la crisi più nera di sempre, gli alti papaveri non lo vogliono sapere.