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Non è più il tempo dei sagomanti o delle prese in giro che, spesso, sono le due facce della stessa medaglia. Oggi contano i fatti, la serietà, le scelte. E il coraggio. Torino è un laboratorio interessantissimo. Si batte su molti fronti e su ognuno di essi propone modelli o soluzioni. Intendiamoci, parliamo di dinamiche in un periodo di crisi nera, quindi nulla su cui sorridere, ma chi può farlo, oggi, in Italia? Però dal salone del libro, al festival del cinema, ai 150 anni dell’Unità d’Italia; dalla Fiat a un piano avveniristico di urbanizzazione; dal Politecnico (il cui rettore oggi è un ministro) fino al calcio c’è tanto su cui riflettere.

A Torino il pallone sta trovando una nuova dimensione con due club in testa ai rispettivi campionati. Entrambi i cammini sono frutto di determinazione, di scelte e, appunto, di coraggio. Strade trovate anche dopo alcuni errori. Insomma nessun “miracolo” dietro i successi, ma lavoro e ricerca della qualità. La Juventus è ancora un cantiere e se non si lascerà sedurre dalle tante sviolinate riuscirà a completare l’opera ovvero la costruzione di una squadra e di una mentalità vincente. Il Torino ha un percorso più lungo davanti, ma è finalmente nella direzione giusta.

Juventus e Torino sono esempi di un cambiamento determinato da logiche di mercato e da modelli economici, perché in ogni campo, anche quello legato alle passioni, alle emozioni e all’amore per la propria squadra, bisogna far quadrare i conti. Dunque ben vengano investimenti su uno stadio perché poi darà i suoi frutti, giusto evitare aste sui giocatori in nome di un fair play che si impone ancor prima di essere imposto. Inevitabile curare organizzazione e creare progettualità. Ma basilare è poi lavorare e competere in un mondo in cui esistano regole certe e valide per tutti. E il nostro calcio non è affatto questo luogo.

Guardiamo con attenzione all’iniziativa di Petrucci di offrire una data (14 dicembre) per suturare/non suturare vecchie ferite di un sistema sbagliato. Ma riteniamo che l’idea lanciata da Diego Della Valle, ripresa da Andrea Agnelli e accolta dal presidente del Coni non fosse questa. Ogni annacquamento rispetto alla via maestra di una spiegazione nitida sulla giustizia sportiva del 2006 non avrebbe alcun significato.

Mantenere segreta l’agenda della discussione e un alone di mistero sul nome degli invitati non facilita il raggiungimento dell’obiettivo finale che resta quello, molto più profondo, di riformare l’intero settore su questi cardini: credibilità delle istituzioni, codice di giustizia sportiva, riforma dei campionati, diritti televisivi e legge sugli stadi. Perché Abete non tiene conto delle forti richieste di cambiamento che gli giungono da più parti e si arrocca nella difesa dell’indifendibile? Lo diciamo con spirito costruttivo e con assoluto rispetto delle figure istituzionali, ma non è con atteggiamenti natalizi che si risponde a chi ha bisogno di regole certe per poter continuare a investire in un gioco.

 
 
 
 
 
 
 

Scusate se, per una volta, rac­conto una piccola esperienza personale. Non mi permetto mai per rispetto del lettore e del reso­conto dei fatti. Ma in questo caso l’eccezione è consentita da un evento che si basa soprattutto sul­l’emozione, appunto, personale. Ieri era il sessantunesimo anniver­sario della tragedia di Superga. Da quando dirigo Tuttosport mi reco ogni anno, il 4 maggio, alla Basili­ca. Su quell’aereo perì anche il fondatore del nostro giornale, Re­nato Casalbore, insieme al Grande Torino. Lo considero un dovere e un piccolo atto d’amore. L’ho sem- pre fatto nell’assoluto anonimato sia per naturale riservatezza, sia per comprendere meglio il senti­mento del popolo che si raduna. Nell’angolo interno vicino all’in­gresso della Chiesa si coglie tutto. Le parole di don Aldo, gli applau­si, i giocatori del Torino (ogni an­no diversi) seduti vicino all’altare insieme ai parenti delle vittime. C’è un rispettoso vociare, l’omelia di don Aldo è sempre accompa­gnata da un’emozione che attra­versa la chiesa creando un’atmo­sfera da stadio. Quest’anno, il pre­taccio da strada (come ama definir­si) ha rivolto un appello all’unità dei tifosi. Ha chiesto rispetto per tutti, ha esortato i giocatori a com­prendere lo spirito della gente gra­nata, ha invocato la rinascita del Filadelfia. Cose semplici, niente di irrealizzabile, almeno lì dentro. Come esci dalla Basilica si accen­de la luce della realtà: tutto cambia e diventa diverso. Eppure questa magia non esiste da nessun’altra parte del mondo. Mettersi in un angolo di quella chiesa e ascoltare, per sentire l’anima del tifo nella terra della fede.

 
 
 
 
 
 
 

Non sappiamo se questo sia il punto di non ritorno per il Torino con il conseguente ab­bandono di ogni speranza di risalita in serie A. Il calcio è imprevedibile e può sempre riserva­re sorprese. Possiamo però affermare che la sconfitta in casa contro l’ultima in classifica (che aveva un distacco di undici punti dalla pe­nultima) è il fallimento del presidente Cairo, è la mortificazione dell’allenatore Colantuono, è la bocciatura del direttore sportivo Petrachi, è la vergogna dei giocatori del Toro.

Presentiamo subito gli alibi per tutti. Eccoli. Cairo potrà sostenere di essersi affidato com­pletamente al nuovo allenatore e al nuovo diret­tore sportivo. Già, ma a quale costo? Rispon­diamo noi: a costo zero. Raccattando tutti i pre­stiti a miglior prezzo sul mercato riparatorio, chiudendo la sessione di gennaio in pareggio, ri­chiamando un allenatore dopo averne silurato un altro che si era permesso di parlar chiaro e di chiedere rinforzi veri e non scarti. Non com­prendiamo, a questo punto, la perseveranza di Cairo. Ma chi lo costringe a inanellare un fia­sco dietro l’altro? Nessuno. E allora prenda l’u­nica decisione possibile: liberare il Toro.

Colantuono potrà affermare di avere l’organi­co ridotto all’osso per gli infortuni. Ma ci per­mettiamo di obiettare che anche il Toro 2 non avrebbe dovuto rimediare questa figuraccia contro la Salernitana. La squadra era senza né capo né coda, sciatta, assolutamente demotiva­ta e priva di ogni minima capacità di reazione. I tre cambi in corsa sono ulteriore testimonian­za di idee confuse. Ora lo spogliatoio è stato completamente ribaltato e Colantuono non può presentare scuse. Anche le sue responsabilità sono solari.

Petrachi è stato l’autore del rinnovamento ope­rato a gennaio. Non lo dirà mai, ma potrà si­curamente sostenere di non aver avuto risor­se adeguate e di essersi arrangiato con poco. La quantità ( 12 arrivi) non basta per soppe­rire alla qualità. Il Toro è andato in clamoro­sa sofferenza per due- tre assenze pesanti. In­credibilmente una rosa che appariva lunghis­sima è diventata drammaticamente corta. Tanti “ prestiti”, ma inutili? Comunque le scelte sono state sue.

Vogliamo parlare dei giocatori? No, ormai so­no quelli che sono e bisognerà affidarsi a loro per non finire peggio. Purtroppo. Ma ricordia­mo che il Toro doveva “tornare in Agià a mar­zo”, così era stato incautamente detto.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Umanamente siamo vicini ai giocatori del Tori­no che descrivono l’aggressione subita merco­ledì sera in un ristorante. Condanniamo senza alcu­na riserva episodi che possano aver traumatizzato i familiari dei calciatori presenti. Comprendiamo l’a­marezza, lo spavento e persino il ricorso a una cla­morosa protesta. Allo stesso tempo è necessario por­si una domanda: perché si è giunti a tanto?
La fotografia del Torino in questo momento è disar­mante. Giocatori sotto assedio che leggono un co­municato di denuncia e di protesta, un presidente che parla di destabilizzazione dell’ambiente, un al­lenatore appena subentrato e già messo sulla grati­cola, un direttore sportivo (Foschi) dimissionario e un nuovo direttore sportivo (Petrachi) che parla di “rischio C”. Aggiungiamo i risultati sportivi depri­menti, un mercato di riparazione destinato a tra­sformarsi in un mercato di rifondazione e un oriz­zonte sempre più nebuloso con l’incombente man­naia di un’indagine per scommesse che rischia di far deflagrare tutto.

Che cosa si può prospettare di peggio per questo povero Torino? Niente. Adesso occorre solo chia­rezza. Chiarezza sulla società, chiarezza sui ruoli di­rigenziali, chiarezza sul mercato e sui soldi da spen­dere, chiarezza sui giocatori, chiarezza sull’allena­tore, chiarezza sul vivaio, chiarezza sul Filadelfia, chiarezza sull’effettiva dinamica dell’aggressione subita dai giocatori, chiarezza sui rapporti fra so­cietà e ultrà, chiarezza sull’inchiesta della Procura. Non crediamo di chiedere molto. In fondo è ciò che vogliono i tifosi veri ai quali sta a cuore il destino di una società dal passato glorioso e dal futuro sempre più incerto.

E’ormai indispensabile un salto di qualità su tutti i punti da noi elencati perché più in basso di così è an­cora possibile andare, ma sancirebbe la fine di ogni speranza. Chi ha vero senso di responsabilità faccia un passo avanti, o un passo indietro. Per il bene del Toro perché non tutto è ancora perduto.

 
 
 
 
 
 
 

Questa è energia pura nelle gambe e nella testa della Juve in vista del match di mar­tedì contro il Chelsea. Vero che la partita l’ha condotta il Toro, ma i bianconeri sono stati pe­ricolosi in almeno tre occasioni caratterizzate da altrettante, strepitose parate di Sereni e in­fine efficaci a una manciata di minuti dalla fi­ne quando ormai si pensava che il risultato fos­se destinato a non sbloccarsi dallo 0-0.
Ci ha pensato Giorgio Chiellini, uno degli uo­mini simbolo della nuova Juve che con la grin­ta (e le parole al termine dell’incontro) ha mo­strato quanto i bianconeri tenessero a vincere questa sfida delicatissima e molto importante anche per non chiudere il discorso campionato. Ieri la Juve aveva in panchina una squadra me­ravigliosa, ma quella che è andata in campo ha giocato soprattutto con il cuore dimostrando coraggio e carattere. Ovviamente non si può giudicare questa prova con un eccessivo rigore tattico perchè, appunto, la squadra risentiva di un evidente squilibrio, ma è lampante che la Juve ha sempre bisogno di qualità per riuscire a fare la differenza. Non a caso, l’inserimento di Nedved, che ha poi offerto l’assist a Chielli­ni, è stato decisivo come importante è stato l’in­gresso in campo di un Sissoko che ha contri­buito, negli ultimi minuti, a gestire meglio il possesso del pallone davanti alle continue e or­mai disperate folate offensive dei granata.
Il Toro non esce ridimensionato da questa scon­fitta. Anzi, ai granata resta più rabbia (anche per quell’occasione di Stellone che ha sorvola­to la traversa) che delusione. Si interrompe la serie positiva, ma la sensazione di un Toro in sa­lute rimane, soprattutto in vista delle prossime sfide che risulteranno decisive per la salvezza. Aproposito della classifica, Mourinho, dall’al­to del suo primo posto, bontà sua, ha voluto ri­sparmiarsi in commenti sul gol fantasma realiz­zato (?) da Balotelli (che continua ad avere in campo atteggiamenti discutibili). Di sicuro l’In­ter ha una fase offensiva e una difensiva ormai molto chiare. La prima è: palla a Ibrahimovic che poi ci pensa lui. La seconda è: avere in por­ta Julio Cesar. Ci sembra poco per andarne fie­ri, soprattutto per chi è venuto in Italia con l’a­ria di insegnare qualcosa agli altri. Finora le uniche “lezioni” sono state date in alcune con­ferenze stampa da pub.

 
 
 
 
 
 
 

De Biasi si è irritato con gli intervistatori perché ha detto di aver visto un buon Torino per almeno un’ora. Leggi tutto

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fra gol fantasma, crisi rossonere, cadute vio­la e giallorosse, beh, la migliore sembra pro­prio la Juventus. Il dominio della squadra di Ranieri sull’Udinese è lampante (anche se Mel­lberg nel finale stava per metterci nuovamente lo zampino): un gol, un palo, una traversa e nu­merose occasioni. Volendo proprio esagerare, alla Juve manca forse solo quel pizzico di cat­tiveria per chiudere le partite senza patemi fi­nali, ma resta comunque l’impressione di una squadra solida che si affaccia alla Champions accompagnata dalle sensazioni più positive. E Ranieri mostra coraggio anche nei confronti dei suoi campioni spazzando subito il terreno da potenziali equivoci: sarà turnover per tutti e senza tante discussioni perché solo uniti e uti­lizzando al meglio le energie si potrà arrivare in fondo al percorso tracciato. L’entusiamo c’è, la chiarezza anche.

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