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Dzeko

La delusione per la vicenda Dzeko ha attraversato come una spada il popolo juventino. Non fosse stato per Mancini che ha improvvisamente rialzato la testa chiedendo l’acquisto dell’attaccante  bosniaco, la Juve avrebbe avuto certamente più chance se la trattativa fosse stata affrontata a giugno. Ma chi può contare su un emiro che non badi a spese, ovviamente ne approfitta. Eppure la Juve ha combattuto fino all’ultimo istante per fare saltare l’affare del City e Tuttosport è stato l’unico giornale che ha riportato ora per ora lo sviluppo della vicenda perché l’ha seguita praticamente in diretta mentre altri giornali davano per fatto un accordo che fatto non era per niente. Poi nella notte del 4 gennaio c’è stata la firma del giocatore che nel frattempo aveva chiesto ulteriore tempo per decidere. Al di là della cronaca e dei retroscena che riportiamo sul nostro quotidiano, resta, ovviamente, l’amarezza per un affare sfumato. Dzeko avrebbe rappresentato (a giugno, prima non sarebbe stato possibile) un’altra delle pietre angolari sulle quali edificare la nuova Juve. Il nostro giornale ha spiegato con forza e chiarezza quale sarebbe stata l’importanza di un simile acquisto. Di più non potevamo fare. Nessuno, però, esclude che la Juve possa proporre valide alternative. Le piste sono tante e interessanti. 

Adesso è indispensabile guardare avanti ed evitare gli effetti deleteri della delusione. La Juve continua a muoversi avendo la priorità di un difensore centrale, poi di un attaccante, infine di un laterale senza per questo trascurare la pista di un centrocampista che possa rimpiazzare Sissoko. Ora c’è il campionato, le trattative restano aperte e noi le seguiremo tutte come sempre, senza illudere nessuno, ma esponendo i fatti per come si sviluppano e ricordando che non è colpa di Tuttosport se poi gli affari avviati non si concludono sempre in un acquisto. 

 
 
 
 
 
 
 

Juve
I numeri, fortunatamente, non sono opinabili ma fanno discutere. I numeri dicono, per esempio, che la Juve ha vinto uno scudetto (stagione 2001-2002) pur avendo (appena) 17 punti dopo undici giornate di campionato. Ma ne ha vinto anche altri due “girando” all’undicesima rispettivamente con 22 e 23 punti.

Oggi la Juve ha 21 punti, gli stessi della scorsa stagione (nel suo momento migliore, quarta vittoria consecutiva). I numeri dicono che la Juve può ancora raggiungere la prima posizione del suo girone di Champions. I numeri (dell’infermeria), infine dicono che la Juve ha ancora fuori giocatori come Del Piero, Sissoko, Marchisio, Iaquinta, Salihamidzic, Zebina. I numeri (5-1) dicono che la Juve ha demolito una Sampdoria che fino a quel momento era la squadra rivelazione (per gioco) del campionato.

Quello che i numeri (degli schemi) non dicono è che non basta un 4-4-2 o un 4-1-3-2 o un 4-2-3-1 se poi i giocatori non sputano l’anima in campo dal primo all’ultimo minuto per conquistare il successo. Contro il Napoli, Ferrara è stato criticato (anche da noi) per aver sostituito Poulsen con Trezeguet. Cioè un centrocampista con un attaccante. Gli è andata male perché poi ha perso la partita.

Contro la Dinamo Kiev, Mourinho, ha tolto un difensore (Chivu) per inserire un attaccante (Balotelli), poi nel finale ha fatto uscire un altro difensore (Samuel) per un centrocampista (Muntari). A lui è andata bene perché poi ha vinto la partita. Al diavolo il sistema di gioco! Giusto avere una impostazione di squadra, ma sono poi il carattere dei singoli e lo spirito di squadra a fare la differenza. E’ quello che ancora manca alla Juve.

 
 
 
 
 
 
 

Cannavaro e Diego
Contro il Nancy, la Juve ha giocato senza Melo e Diego, priva dei nazionali, di Trezeguet e con una difesa così schierata: Zebina, Grygera, Ariaudo, Sa­lihamidzic. Aggiungiamo che siamo in una fase interna della preparazione, tale da rendere molto pesanti le gambe dei giocatori. Insomma un bel Tir di giusti­ficazioni ci sarebbe dietro l’1-1 in terra francese.

Ep­pure quello che apparentemente è un insignificante dato di cronaca, il pareggio in amichevole, viene accol­to dall’allenatore della Juve, Ciro Ferrara, con note­vole fastidio. Come fosse un’imprecisione del sistema. Una distonia sul programma. Un segnale importan­te da analizzare perché i successi si costruiscono con la testa ancor prima che con le gambe.

Che cosa pretende il nuovo tecnico dei bianconeri? Che dal primo dei campioni della Juve (ovviamente già in sintonia) all’ultimo dei ragazzi della Primavera venga concepito un solo risultato possibile: la vittoria. L’ha detto: «Io e la squadra vogliamo vincere tutte le partite, anche le amichevoli». E non importa la durez­za degli allenamenti, le assenze, le condizioni climati­che, le insidie del terreno di gioco, la forza dell’avver­sario (sempre da rispettare), l’errore dell’arbitro o qualsiasi altro stramaledetto alibi. Ogni difficoltà, un puntello peraccrescere la propria autostima.

L’incon­sapevole ricerca dell’asperità per trasformare tutto in un’impresa pur di arrivare all’unico risultato pos­sibile. È uno snodo cruciale, questo, e passa anche dal rinnovo del contratto di Del Piero sancito con en­fasi dalla visita ufficiale di John Elkann a Pinzolo.

Nella Juve c’era un seme. Quel piccolo germoglio era stato quasi distrutto tre anni fa da calciopoli, ma era rimasto nello spogliatoio. Coltivato dalla classe e dal­la voglia di vincere di chi era restato: Buffon, Del Pie­ro, Nedved, Camoranesi, Trezeguet e di chi si era ag­giunto: Chiellini, Legrottaglie, Zanetti, Amauri, Sis­soko. Prima la sopravvivenza, poi la risalita, infine l’assestamento hanno messo a dura prova quel gru­mo di speranza.

C’era il rischio di trasformare una mentalità vincente in una logica legata all’opportunità del momento. Perfortuna qualcosa (tanto) è cambia­to e anche il peso dato al rinnovo di contratto del ca­pitano ha rimarcato l’immediato ritorno al progetto vincente che è sempre stato nel Dna della squadra.

Au­spichiamo che a questa causa possa essere riconqui­stato anche un altro campione come Nedved. Ferra­ra ha tracciato il percorso e sta lavorando sodo su fi­sico e mentalità. Ecco perché ci piace tanto quel suo disappunto.