Tutto Sport

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A qualcuno, forse, fa piace­re che la Juve si trovi in questa condizione. Probabil­mente ritiene, seguendo ragio­namenti pseudo giustizialisti, che sia normale non avere fret­ta nel rivedere una Juve vin­cente. E’ inevitabile, per costo­ro (una sorta di partito trasver­sale), seguire i bianconeri di­battersi in posizioni di classifi­ca meno elevate ancora per qualche anno e poi, magari, riapplaudirne ipocritamente il ritorno al vertice. Perchè loro, i bianconeri, devono continua­re a espiare chissà quali colpe. Siamo all’arbitrio e alla pura arroganza anti-Juve che noi combattiamo. Risulta altresì curioso notare chi, adesso, mo­strando un coraggio fuori dal comune, rivaluta il lavoro di Ranieri dopo averne condiviso, a denti stretti, l’esonero. Per­ché fu opportuno quell’esone­ro. Leggi tutto

 
 
 
 
 
 
 

E alla fine il cambio è avvenuto. La Juve è arrivata a un punto tale da non riuscire a disputare con Ranieri le ultime due partite della stagione. Al suo posto ci sarà Ciro Ferrara. Questo cambio l’avevamo auspicato già il 16 ottobre scorso. E siamo convinti che, forse, la Juve avrebbe potuto ottenere qualche risultato. I cambi in corsa non rappresentano affatto un salto nel buio, anzi, Hiddink con il Chelsea ha dimostrato l’esatto contrario. E’ anche vero però che sarebbe sbagliato adesso avventurarsi in simili previsioni, ma qualche dubbio rimane. Ora c’è da salvare l’accesso diretto alla Champions e Ferrara dovrà far ricorso a tutto il suo carisma per rimotivare una squadra a terra psicologicamente e mentalmente. Riuscisse nell’impresa entrerà anche lui nel gruppo dei candidati a sedere sulla panchina della Juve nella prossima stagione.

 
 
 
 
 
 
 

Quando è il momento di dire la verità, spuntano fuori i “coraggiosi” e con chi se la prendono? Con i giocatori. Invece in questo momento è sbagliato attaccare la squadra: è l’atteggiamento più dannoso che si possa assumere, perché c’è un secon­do posto ancora acquisibile e soprattutto c’è un terzo posto da difendere con le un­ghie e con i denti. Le responsabilità, piutto­sto, sono dell’allenatore e della società. E mai come stavolta emergono chiare, limpi­de, cristalline.
Sabato Ranieri sosteneva: «Potevamo fare di più», ieri al contrario ha detto «Con que­sti giocatori stiamo già ottenendo il massi­mo ». Insomma, si decida. L’allenatore si è spesso contraddetto nella stagione, ma mai con tanta rapidità. In effetti è stato sempre poco chiaro su Poulsen, sul mercato in ge­nere (vedi il caso Diego), su Del Piero, sugli obiettivi della stagione. Un continuo proce­dere a zig-zag, fotografia dell’andamento in campo della sua squadra che dalle stelle delle sette partite vinte consecutivamente è caduta nella polvere dell’ultimo periodo, con sette gare senza vittoria. Ma limitarsi a criticare il tecnico è semplice e riduttivo.
La verità sulla situazione attuale della Ju­ventus trova la sua esaltazione nell’ultimo Cda, seguito poi da una lunga riunione del direttivo sportivo durata più di sette ore. Un incontro nel quale non era presente nes­sun personaggio con conoscenze specifiche di calcio. Spia di una significativa lacuna del club. In qualche modo, però, sono stati delineati i problemi della Juve e, al di là dei formali ringraziamenti a Ranieri, sono sta­ti messi a nudo i guai di un gruppo che da due stagioni non migliora. Anzi. Ieri contro un’Atalanta priva di molti titolari (tra i quali Floccari, Guarente, Padoin, Valdes, Ferreira Pinto) la Juventus ha rischiato an­che di perdere (i nerazzurri hanno colpito tre traverse e Buffon è stato protagonista di interventi decisivi), ma soprattutto è stata surclassata dall’ordine e dall’organizzazio­ne di una squadra che, senza nessuna voglia di strafare, ha messo per ben 12 volte in fuorigioco l’attacco bianconero. Ribadiamo, gli ultimi da colpevolizzare so­no i giocatori. Più vittime che protagonisti di questa situazione. In altri tempi le intem­peranze di Buffon e Camoranesi avrebbe­ro meritato delle sacrosante censure, ma noi comprendiamo quegli atteggiamenti e quegli sfoghi perché nascono soprattutto dalla rabbia di aver buttato via un’altra stagione quando si poteva fare meglio. E siamo convinti che gente come Del Piero e Nedved, o giocatori come Chiellini, Zanet­ti e Legrottaglie, provino lo stesso sentimen­to. Questa squadra ha bisogno di fatti con­creti come, ad esempio, una preparazione che non la svuoti di energia nei momenti to­pici della stagione e anche di un’attenzione alle dinamiche (infortuni e mercato) che la quotidianità propone.
Volete sapere chi è la persona più sensibile a certe problematiche all’interno della so­cietà? Gian Paolo Montali. L’ex d.t. della Nazionale di pallavolo è da mesi che si sbat­te, inascoltato, per fornire una mano con­creta. Niente da fare. La tanto sbandierata compattezza e unità di intenti nel nome del progetto si svuota ogni giorno di valore di fronte a personalismi ed egoismi che stan­no trasformando il club in un mi(ni)stero dove tutto svanisce nella nebbia o nelle ri­picche contro chi osa criticare. Noi ribadia­mo l’elenco delle cose che non funzionano: da due anni la squadra non ha un gioco e un’identità precise, l’approccio alle partite è incostante e spesso sbagliato, la prepara­zione solleva molti dubbi e i continui infor­tuni sono strettamente legati ad essa, la so­cietà non esprime una vera e riconosciuta personalità sportiva in grado di rapportar­si con tecnico, giocatori e intervenire sul mercato. Il peso politico della Juventus non ha salvaguardato la squadra da anticipi e posticipi spesso penalizzanti. L’unico del club a dare legittimità a questi problemi è stato Gian Paolo Montali. Però tutti fanno finta che non esista(no).

 
 
 
 
 
 
 

E’ un grandissimo colpo, questo di Diego: forse cambia il destino della Juventus del futuro, di sicuro regala speranze per il domani prossimo nelle ore in cui si mette in ballo il presente e il recente passato. Non basta, però: ci sarà anche Cannavaro, ma la Juve - che ha fatto bene a spendere tanto per il brasiliano vero uomo-squadra - cerca un allenatore e deve intervenire con un mercato forte. Spalletti, Conte, Gasperini i nomi in lizza: tanto lavoro per la dirigenza in una primavera caldissima… Ognuno di questi tre nomi è un progetto diverso, in ogni caso una scelta per costruire un ciclo nuovo.

 
 
 
 
 
 
 

Eppure l’esempio ce l’hanno in casa e si chiama Sergio Marchionne. Che cosa fa l’amministratore delegato della Fiat di macroscopicamente comprensibile? Pensa in grande, delega e punta sui giovani. Con quale intento? Vincere per non morire. Sarebbe bello applicare questo slogan e la stessa ricetta alla Juve. Scendiamo più a fondo. Marchionne è meticoloso, non lascia nulla al caso, programma, corregge in corsa, lavora dalla mattina alla sera. Ha cambiato un’intera classe dirigente per promuoverne una con più capacità e più coraggio. Affronta difficoltà immani (c’è ancora la cassa integrazione), ma sta ponendo le basi per un futuro competitivo con le altre grandi case mondiali del settore auto. E intanto genera un tale entusiasmo che persino il presidente degli Stati Uniti applaude al progetto Fiat: come aver vinto la Champions! Al contrario, alla Juve troviamo stagnazione, povertà di idee, risultati deludenti e ora persino una preoccupante frattura all’interno della squadra perché ormai i dissapori con l’allenatore sono sedimentati. Insomma granellini che vanno ulteriormente a inceppare un ingranaggio già difettoso.
I fronti su cui intervenire sono tanti: mercato, squadra, tecnico, politica di Palazzo, strategie, difesa dei propri diritti. Perché anche dopo un pareggio deludente contro il Lecce bisognerebbe metterci la faccia. E non basta quella triste e sconsolata dell’allenatore. Sinceramente questa dirigenza sembra ormai inadeguata alla situazione. Va bene il progetto stadio, ma c’è bisogno di più. Soprattutto di risposte a troppi interrogativi. Perché la squadra è così affaticata rispetto agli avversari? Perché tanti infortuni in questa stagione? Perché non schierare mai dal primo minuto la formazione migliore ed essere spesso costretti a cambiamenti in corsa? E poi perché tanti errori arbitrali (l’ultimo anche contro il Lecce)? Perché tanti anticipi e uno “spezzatino” che chiede vendetta? E soprattutto perché non marcare con più assiduità un avversario impegnativo e insidioso come Galliani? Questi sono impegni da dirigenti, come è impegno da dirigenti comprendere gli umori di una squadra in cerca di una saldatura fra vecchi e nuovi campioni, ma anche di un dialogo maggiore che possa migliorarne il comportamento tattico. E vogliamo parlare del mercato? Lasciamo da parte il discorso Poulsen-Xabi Alonso, ormai fin troppo criticato; ma non è possibi le che la Juve non abbia una equipe di osservatori fra le migliori al mondo e soprattutto non è possibile non riuscire ad agire con grande anticipo e programmazione su questo settore. Il problema? Purtroppo una macchina burocratica che blocca tutto nel nome di decisioni collegiali che poi non ven­gono mai prese. O peggio, si rivelano sbagliate.
La Juve, oggi, si macera nelle sue piccolezze. Eppure, come la Fiat, ha tecnologia (leggasi campioni) e storia che le possono per mettere un radioso futuro. E’ necessario avere il coraggio di pensare in grande, come sta insegnando Marchionne. E seguirlo. In fondo fanno parte della stessa famiglia.

 
 
 
 
 
 
 

La Juve non può vivere di alibi: la serie B, la difficile risalita, la ricostruzione, il proget­to. Basta! Ieri John Elkann ha detto stop alle chiacchiere e «pensate a vincere». Finalmente! Era ora che dalla proprietà si levasse un nitido messaggio in grado di riposizionare la Juve nel suo alveo naturale lontano dalle modestie delle ultime settimane. Ne abbiamo viste e sentite troppe in questi giorni: era necessario chiarire. Il progetto «economicamente sostenibile» (che coinvolge anche lo stadio) proceda pure, ma quello sportivo è, al momento, deludente. E co­me potrebbe essere altrimenti? I risultati (nes­suno finora) dei bianconeri piacciono a tutti tranne che ai tifosi della Juve. Un motivo ci sarà e forse diventerà necessario prendere qualche decisione importante a fine stagione. Lo spar­tiacque dovrebbe essere il raggiungimento o meno del secondo posto.
Su un altro punto Elkann è stato netto: non ha confermato Ranieri «a prescindere» come inve­ce aveva detto qualche giorno fa l’amministra­tore delegato e direttore generale Jean Claude Blanc. «I bilanci si faranno alla fine della stagio­ne » ha detto il proprietario della Juve. Giusto.
La squadra deve dare il massimo per vincere tutte le cinque partite che restano al termine. Un’azienda sportiva come quella bianconera deve raggiungere dei risultati ogni anno, altri­menti è indispensabile intervenire.
Badate, questo concetto è ben presente ai gioca­tori. Tutti, dal primo all’ultimo, si sono battuti avendo questo convincimento nella testa. Ma i 66 infortuni non sono colpa loro, né tantomeno della sfortuna. Come non sono responsabilità dei giocatori le continue recidive o le partite se­rali o gli anticipi bislacchi o le scelte tecniche improbabili o le «sviste» arbitrali.
L’incontro Blanc-Lippi non può essere motivo di «disorientamento» per dei professionisti, ma, forse, certe cose si possono anche organizzare con maggiore accortezza. Siamo convinti che l’intervento di John Elkann riporti alcuni argo­menti nei giusti binari. Appuntamento a fine stagione.

 
 
 
 
 
 
 

E’ da mesi che sosteniamo un concetto: la competitività della Juve.
Il discorso scudetto è ancora aperto e l’ultima sfida contro la Roma conforta molto sullo stato di forma della squadra. C’era soprattutto un ragionamento che respingevamo con forza: “Con questi uomini la squadra sta già facendo il massimo”. Ma chi l’ha detto? Rileggetevi i nomi della rosa: parliamo dei Sissoko, degli Amauri e poi i Giovinco, i Marchisio e quando sarà di nuovo disponibile anche i De Ceglie per avere un quadro molto confortante perché a questi nomi vanno aggiunti i “grandi” come Del Piero, Trezeguet, Nedved (mamma mia che gol contro la Roma), Camoranesi, Buffon, Iaquinta, Chiellini e Legrottaglie. Ma c’è qualcosa da dire anche su nomi come quello di Mellberg o su Salihamidzic, Molinaro, Tiago o Grygera? No, spazziamo via ogni alibi e parliamoci con molta chiarezza come abbiamo fatto sin dall’inizio della stagione. Certo, completezza imporrebbe il discorso della qualità a centrocampo: ci sarebbe bisogno dell’ulteriore iniezione di un campione. Come di un solido difensore.
Ma siamo sicuri che arriveranno. Per il resto c’è poco da dire. La squadra c’è ed ha sostanza. Quanto fanno recriminare, adesso, quelle prove opache (poche, per la verità) che sono costate gli attuali punti di distacco da un Inter per nulla trascendentale. Noi però continuiamo ad avere fiducia soprattutto per i segnali incoraggianti che arrivano dai secondi tempi delle ultime due partite della Juve.

 
 
 
 
 
 
 

Ranieri è un signore e ri­sponde sempre al telefo­no, ci sarà rimasto male quan­do Mourinho ha lasciato squil­lare a vuoto il cellulare veden­do apparire il numero del col­lega. Chissà che cosa voleva dirgli l’allenatore della Juve. Di sicuro, il tecnico nerazzur­ro si è comportato male per l’irriverenza (non è la prima volta) e per l’indelicatezza esi­bita nel comunicare l’episodio ai giornalisti. Non è stato l’u­nico scivolone di Mourinho. Ieri mister Josè è stato prota­gonista di un autentico show mandando in onda la sua rab­bia contro la stampa, contro Ranieri e Spalletti, contro un clima che non gli piace e lo in­duce a contare i giorni che lo separano dal suo mese e mez­zo (beato lui) di vacanze. Dal­l’alto dei 9 milioni di euro che guadagna all’anno è facile pontificare contro tutti. In fondo, se dovesse finire male, andrà via con un bel mucchio di soldi e tanti saluti alle chiac­chiere e a chi si arrabbia. Pronto a firmare un altro con­tratto miliardario. Però lui specifica: «A me non piace la prostituzione intellettuale…». Da urlo.
Al di là dell’aspetto coreogra­fico e delle simpatie o antipa­tie che suscita Mourinho, abi­tuato spesso a spaccare l’opi­nione pubblica per le sue posi­zioni forti, il tecnico dell’Inter ha usato parole e concetti ver­gognosi per un motivo molto chiaro: ha paura e non regge la pressione. L’avete visto al termine del suo intervento? Aveva gli occhi lucidi come se stesse per piangere e il suo vol­to era provato come dopo una notte insonne. Gli altri allena­tori che lavorano in Italia, pur non percependo gli stessi com­pensi di Mourinho, sono inve­ce temprati a reggere le tensio­ni. E, francamente, una spara­ta come quella del tecnico ne­razzurro rappresenta una ve­ra novità (negativa) per il no­stro campionato. Guardate le reazioni che ha suscitato. Ri­portiamo una perla della con­ferenza stampa: «E’ meglio che Marino e Novellino non giochino contro Roma e Juve. Che mandino la seconda squa­dra o la Primavera. Chissà, magari sarà meglio anche per noi perché sta arrivando il giorno dello scandalo». Che cos’è questa? Istigazione? O invece, considerandolo un semplice paradosso, soltanto tanta paura per un avversario che si è avvicinato in classifi­ca? Torniamo su questo tema perché è forse quello centrale. Mourinho ha un punto in me­no rispetto all’Inter dello scor­so anno guidata da Mancini e nell’imminenza dell’incontro di ritorno contro il Manche­ster ricordiamo che nell’ulti­ma Champions i nerazzurri furono eliminati negli ottavi. Dunque, il tanto esaltato Spe­cial One rischia di non fare meglio del suo predecessore. Comprendiamo lo smacco, meno le parole usate per lo spavento.

 
 
 
 
 
 
 

Contano i fatti. E nel calcio soprattutto i numeri: la Juve, dopo aver battuto il Napoli, ha 4 punti in più rispetto al girone d’andata (alla stessa giornata), ha 5 punti in più rispetto alla scorsa stagione e un distacco di 6 punti, rispetto ai 13 dello scorso campionato, nei confronti della prima in classifica. Statisticamente la Juve ha fatto un bel balzo in avanti. Non solo, il discorso campionato è ancora aperto e la qualificazione ai quarti di Champions non è un’illusione. Infine c’è una semifinale di coppa Italia alle porte. Insomma la Juve c’è e si presenta con le carte in regola alla fase decisiva della stagione. Certo, i conti si faranno alla fine, ma in questo momento i numeri parlano chiaro. Altro discorso è quello tecnico-tattico e di mercato. Ci sarà tempo per riparlarne tenendo presente che, spesso, i traguardi si conquistano anche con i denti.

 
 
 
 
 
 
 

La vittoria contro il Siena serviva come il pane e la Juve ha stretto i denti con orgoglio smisura­to pur di raggiungerla, perché dietro questo succes­so ora i bianconeri inquadrano, a soli quattro pun­ti di distanza, un’Inter sempre più vicina e sempre più ricca di problemi. Non è stata una gran partita, ma non importa, ci sarà tempo per recuperare rit­mo e sicurezza di gioco.

Certo che Ranieri non si smentisce mai. Ma davve­ro l’allenatore della Juve crede che l’ottima caval­cata dei bianconeri sia merito suo? Presunzione o protagonismo? Ma quale cretino o Einstein (frase sua)? La verità è che il tecnico bianconero stava per rompere un ottimo giocattolo ad inizio stagione, sal­vo poi ravvedersi e rattoppare in fretta e furia tutte le crepe che aveva creato. Aggiungiamo che grazie anche alle critiche di questo giornale, Ranieri ha proposto un gioco con i reparti più compatti e un ap­proccio alla gara sempre proteso alla ricerca del gol­tranquillità. Atteggiamenti tattici e mentali che la Juve, nella prima parte della stagione, non applica­va in campo. Non solo, si è stabilito, come avevamo chiesto, un dialogo migliore con alcuni giocatori fon­damentali. Se bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, occorre un’analisi approfondita e soprat­tutto sincera. Il tecnico continua a manifestare insof­ferenza nei nostri confronti a causa del titolo: “Ra­nieri, via”, ma evidentemente non sa o il suo amor proprio gli impedisce di capire quanto, quel titolo, gli sia stato utile. Il nostro quotidiano non ha mai fat­to una campagna personale (logica che non ci ap­partiene) contro Ranieri, ma ha espresso sempre e solo una critica giornalistica. Non ci andava di rive­dere difetti emersi anche nella scorsa stagione e ri­conducibili alla fiacchezza della guida tecnica. Era­vamo convinti, come rimaniamo convinti, del poten­ziale umano e professionale di una Juventus compe­titiva sia per il campionato, sia perla Champions. In estate abbiamo più volte esortato i dirigenti bianco­neri ad aggiungere qualità a centrocampo e siamo rimasti fortemente perplessi di fronte alla scelta, vi­dimata da Ranieri, di acquistare un altro interdito­re come Poulsen attraverso il quale si manifestava il cambiamento di idee del tecnico rispetto alla sta­gione precedente nella quale invece aveva puntato soprattutto su Tiago. Amen. Avevamo ragione noi. La Juve si esprime meglio al centro del campo quan­do riesce ad abbinare robustezza e piedi buoni che addirittura sono stati ritrovati in quel Tiago, psico­logicamente recuperato e adesso in Marchisio.

Il punto cruciale della vicenda, però, è un altro e lo diciamo con chiarezza: noi stiamo con la squadra. I giocatori della Juve sono riusciti a forgiare, con la propria forza, con il proprio convincimento e con la dottrina di fuoriclasse diventati autentici maestri di vita per i giovani, un gruppo che ha superato traver­sie incredibili. Difficoltà alle quali non tutti hanno re­sistito (andando via nell’estate del 2006) anche per banalissimi e volgarissimi motivi economici. Quelli che sono rimasti, e che rivendicano con orgoglio gli scudetti vinti sul campo, hanno piantato il seme del­la quercia cresciuta nella scorsa stagione e germo­gliata quest’anno. Ranieri faccia il giardiniere con diligenza: sfrondi qua e là, poti dove c’è da potare ma stia attento a non tagliare i rami vitali di questa pianta con scelte o decisioni sbagliate. Il tecnico del­la Juve ha 57 anni e per quanto ci racconti di Palan­ca e del suo Catanzaro, del Chelsea arrivato fino al­la soglia di qualche successo e dei pochi aneddoti di una carriera lunga, ma povera di vittorie, non fac­cia danni. Stia vicino, come sta facendo, a questi ra­gazzi che hanno una gran voglia di vincere e ne ap­profitti perché in fondo al percorso potrà finalmen­te cogliere quel primo significativo trionfo che inse­gue da una vita. Lo aspettiamo anche noi.