
Sembrava una rivoluzione senza facce, quella della Juve: tante novità, dalla panchina al campo, ma un’identità difficile da individuare. Ora i risultati cominciano ad arrivare, ma con loro soprattutto emergono facce e nomi nuovi. Quel bambino che chiedeva alla mamma quale nome scrivere sulla maglia bianconera appena comprata può cominciare ad avere una risposta.
Krasic non è il nuovo Nedved, ma è uno che fa sperare davvero. E vedere uno col tocco di Aquilani, nella squadra che fu di Zidane, riscalda il cuore e rende piacevole il pomeriggio all’Olimpico. Anche l’inchino per il gol di Quagliarella o il tocco un po’ folle di Melo sul rigore rivelano sicurezze nuove e incrostazioni scalfite.
Senza esaltarsi per una casa in costruzione, senza per questo doversi flagellare al primo passo indietro, giusto cominciare a identificare una Juve nuova che nasce e cresce. A distanza non abissale da altri conclamati interpreti a strisce verticali. Il tutto nel giorno in cui si guarda al futuro, quando presente e storia si saldano nella festa di Del Piero che raggiunge Boniperti.

C’è una parola chiave nell’ascesa di Andrea Agnelli al trono di presidente della Juve: e- n- t- u- s- i- a- s- m- o. La pronuncia John Elkann nel benedire il cugino che si appresta ad assumere ufficialmente la carica. Un patto di ferro quello siglato in questi mesi da John e Andrea sul quale risorgerà una nuova Juve basata su « scelte sicure e ambiziose » .
E’ questo il primo, vero mattone di un’opera di ricostruzione totale. Poi toccherà all’assetto societario, per passare alla definizione dell’allenatore, dello staff tecnico ( già sicuro l’inserimento di Nedved alla guida del settore giovanile) e infine il parco giocatori. In questo ultimo ambito avverranno ulteriori ribaltamenti. La Juve ha bisogno di ritrovare certezze nei ruoli chiave con giocatori di valore assoluto. Già si lavora da tempo, la nomina di Andrea Agnelli darà impulso e determinazione a tutti i cambiamenti in programma.
La rivoluzione era nell’aria, se ne avvertiva l’esigenza. Le delusioni sportive sono state troppe, soprattutto nell’ultimo anno. Ora ci sono risorse, capacità e tempo per rifarsi senza più l’enfasi di traguardi annunciati e mai centrati. Che cosa porterà Andrea Agnelli? Oltre all’entusiasmo, di sicuro il valore di una storia personale poggiata su una mentalità vincente. Questo è solo l’inizio, il bello deve ancora venire.

Contro il Nancy, la Juve ha giocato senza Melo e Diego, priva dei nazionali, di Trezeguet e con una difesa così schierata: Zebina, Grygera, Ariaudo, Salihamidzic. Aggiungiamo che siamo in una fase interna della preparazione, tale da rendere molto pesanti le gambe dei giocatori. Insomma un bel Tir di giustificazioni ci sarebbe dietro l’1-1 in terra francese.
Eppure quello che apparentemente è un insignificante dato di cronaca, il pareggio in amichevole, viene accolto dall’allenatore della Juve, Ciro Ferrara, con notevole fastidio. Come fosse un’imprecisione del sistema. Una distonia sul programma. Un segnale importante da analizzare perché i successi si costruiscono con la testa ancor prima che con le gambe.
Che cosa pretende il nuovo tecnico dei bianconeri? Che dal primo dei campioni della Juve (ovviamente già in sintonia) all’ultimo dei ragazzi della Primavera venga concepito un solo risultato possibile: la vittoria. L’ha detto: «Io e la squadra vogliamo vincere tutte le partite, anche le amichevoli». E non importa la durezza degli allenamenti, le assenze, le condizioni climatiche, le insidie del terreno di gioco, la forza dell’avversario (sempre da rispettare), l’errore dell’arbitro o qualsiasi altro stramaledetto alibi. Ogni difficoltà, un puntello peraccrescere la propria autostima.
L’inconsapevole ricerca dell’asperità per trasformare tutto in un’impresa pur di arrivare all’unico risultato possibile. È uno snodo cruciale, questo, e passa anche dal rinnovo del contratto di Del Piero sancito con enfasi dalla visita ufficiale di John Elkann a Pinzolo.
Nella Juve c’era un seme. Quel piccolo germoglio era stato quasi distrutto tre anni fa da calciopoli, ma era rimasto nello spogliatoio. Coltivato dalla classe e dalla voglia di vincere di chi era restato: Buffon, Del Piero, Nedved, Camoranesi, Trezeguet e di chi si era aggiunto: Chiellini, Legrottaglie, Zanetti, Amauri, Sissoko. Prima la sopravvivenza, poi la risalita, infine l’assestamento hanno messo a dura prova quel grumo di speranza.
C’era il rischio di trasformare una mentalità vincente in una logica legata all’opportunità del momento. Perfortuna qualcosa (tanto) è cambiato e anche il peso dato al rinnovo di contratto del capitano ha rimarcato l’immediato ritorno al progetto vincente che è sempre stato nel Dna della squadra.
Auspichiamo che a questa causa possa essere riconquistato anche un altro campione come Nedved. Ferrara ha tracciato il percorso e sta lavorando sodo su fisico e mentalità. Ecco perché ci piace tanto quel suo disappunto.

E’ una questione di stile, ma anche di sostanza. Non si può trattare così un campione come Pavel Nedved costringendo un fuoriclasse del suo livello a sparare due frasi che equivalgono a cazzotti: «Lascio la Juve, ma non il calcio» e «Non vado via per una questione economica ». Tradotto, significa che continuerà a giocare (ma non nella Juve) e che non ha gradito (usiamo un eufemismo) l’atteggiamento della società nei suoi confronti.
Ma perché? Al netto del fastidio prodotto da tutte le mediazioni di procuratori più o meno esosi, c’è una considerazione che doveva cancellare il resto: l’ex Pallone d’Oro Pavel Nedved non è un giocatore come tutti gli altri perché fa parte del manipolo di eroi che ha reso possibile il miracolo di riportare subito la Juve in serie A, di farle conquistare il terzo posto (con qualificazione alla Champions) l’anno scorso e di mantenere, quanto meno, allo stesso livello di competitività la squadra anche in questa stagione.
Perché, se qualcuno crede che i meriti vadano anche suddivisi con altri componenti, allora non ci siamo proprio e vi spieghiamo perché. Sull’allenatore non ritorniamo per evitare di sembrare persecutori, ma Ranieri, non riuscendo a dare né gioco, né continuità alla squadra (e ci fermiamo qui), è solo la punta dell’iceberg e forse anche un comodo capro espiatorio dietro il quale non possono essere nascoste responsabilità precise della società.
Il presidente Cobolli Gigli e l’amministratore delegato, nonché direttore generale, Blanc devono riconoscere i tanti errori commessi. Per carità, persone perbene, manager di qualità che si sono assunti il compito di traghettare la Juve in un momento difficilissimo della sua storia, ma adesso basta. La verità va detta e affrontata. La realtà dice che ci vuole un salto di qualità dirigenziale e che non fosse stato per quei campioni (Nedved, Del Piero, Camoranesi, Buffon e Trezeguet), oggi presidente e amministratore delegato non potrebbero appuntarsi alcuna medaglia sul petto. Non fosse stato per la rabbia che quegli eroi hanno messo e per la loro voglia di cancellare i momenti brutti, adesso la Juve non si batterebbe per il secondo posto in campionato. Quei fuoriclasse non si sono mai accontentati, hanno sempre combattuto per vincere su ogni fronte, alla faccia di tutti i progetti a lunga scadenza. Non ci sono riusciti perché scarsamente assistiti e ascoltati. Tutto ciò ha accresciuto lo scollamento fra una solida base di giocatori che ha piantato un seme importante nello spogliatoio e una società latitante, capace di fare emergere, invece, tutta la sua leggerezza.
I problemi da risolvere sono principalmente due. 1) La mancanza di un vero direttore generale o direttore sportivo, chiamatelo come volete, capace di curare i rapporti fra squadra, tecnico e società e in grado di gestire al meglio le operazioni di mercato. 2) L’assenza di un presidente veramente rappresentativo, “pesante” e soprattutto meno discutibile per l’estemporaneità delle sue esternazioni: basterebbe il recente caso Pandev (con bacchettata di Lotito), per non parlare dell’assenza su questioni cruciali quali anticipi e posticipi spesso svantaggiosi e alla lunga determinanti per le gambe dei giocatori.
Siccome ci piace essere sempre costruttivi nelle nostre analisi, ribadiamo che già ad ottobre avevamo segnalato la via per risolvere il problema in panchina. Caso ha voluto che la nostra indicazione sia stata poi quella adottata dalla società. Ferrara ci sembrava e ci sembra una buona scelta. Nella Juve c’è anche Gian Paolo Montali, unica voce che si sia più volte levata per sottolineare i problemi da risolvere. Purtroppo non è stato ascoltato. Un errore al quale ci sembra giusto porre rimedio consegnando all’ex ct della Nazionale di volley un ruolo operativo. Aggiungiamo infine, perché da lì siamo partiti, che tutti i grandi campioni che hanno aiutato la Juve in un periodo delicatissimo andrebbero trattati con uno stile diverso. Per la cronaca, Andrea Agnelli tornerà oggi allo stadio per l’addio di Pavel Nedved, dopo un’assenza di tre anni. La Juve c’è e ha in casa risorse incredibili, basta non sciuparle e metterle in grado di rendere al meglio.

Alex Del Piero è patrimonio della Juve: lo dice Ranieri, lo sanno i tifosi. L’anno scorso è stato capocannoniere e trascinatore della squadra, come, del resto, aveva fatto nella stagione precedente quando era diventato il simbolo di una formazione mortificata e sbattuta in serie B. Insieme a Buffon, Camoranesi, Nedved, Trezeguet ha resistito, ha combattuto e infine ha riportato la Juve nei sacri lidi che le competono: Champions e lotta scudetto. Di tutto questo va tenuto conto per rispetto al campione e all’uomo.
Ranieri si ritrova fra le mani un patrimonio di risorse che deve tener conto del passato. E lo sa benissimo.