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La nuova Juventus si è rifatta il look
Sono trascorsi appena quaranta giorni dalla fine del campionato ma la rivolu­zione che ha trasformato la Juve sembra aver tramutato questo piccolo lasso di tempo in un’era geologica. Siamo senza fiato per le tante sorprese positive che han­no magistralmente riavviato i motori del­l’entusiasmo attorno ai bianconeri in par­tenza (oggi) per l’avventura 2009-2010. Alla presentazione delle maglie, avvenuta ieri in un’atmosfera suggestiva all’inter­no di una ex officina per la riparazione dei treni, l’amministratore delegato Blanc ha ostentato un legittimo orgoglio per il lavo­ro svolto e un contenuto riserbo per l’ulti­mo colpo da ufficializzare.

Quel Felipe Melo che rappresenterà, dopo Diego e Cannavaro, un’altra fondamentale inie­zione di qualità per la Juve pronta a dare ufficialmente la caccia all’Inter e alla Champions. Se poi si riuscirà a vendere qualche giocatore in lista di partenza, al­lora si potrà ulteriormente intervenire an­che con l’ultimo ritocco in difesa. Ma procediamo con calma e riassaporia­mo tutte le novità con cui la Juve si presen­ta ai nastri di partenza. Real a parte, nes­suno in Europa ha fatto meglio dei bianco­neri sul mercato. Va però precisato che il profondo cambiamento subito dai madri­disti è talmente radicale da costituire an­cora un’incognita sapendo benissimo che le leggi del calcio sconvolgono con molta facilità ciò che sembra bello e vincente sul­la carta. E proprio i Galacticos hanno rap­presentato l’ultimo bruciante esempio in materia.

La Juve, invece, su un telaio già consolida­to, ha inserito pedine di assoluto valore. Tali da rendere spettacolari e fra i miglio­ri in assoluto reparti come il centrocampo e l’attacco. Si potrebbe discutere della di­fesa, ma quella è materia su cui Ferrara è preparatissimo. Aspettiamo con fiducia.

Rinnovato lo staff dei preparatori e par­zialmente quello medico, la società è inter­venuta in breve tempo e in maniera chi­rurgica là dove occorreva. La politica di un calcio economicamente sostenibile, un mercato incisivo, un tecnico vincente (da calciatore) e attento ai giovani, il nuovo stadio rappresentano, adesso sì, gli ele­menti fondanti di un progetto destinato a durare nel tempo. Infine il peso di una proprietà che ha promesso il giorno prima e mantenuto il giorno dopo. Sono passati appena quaranta giorni. E non è finita. Anzi, comincia.

 
 
 
 
 
 
 

Gaetano D'Agostino, centrocampista dell'Udinese
Il mercato della Juve è in una fase cruciale. Dopo Diego e Cannavaro si attende il regista. La trattativa non sembra facile però la Juve si sta muovendo su più fronti. Salvo sorprese il lotto dei candidati si restringerà sempre più su due giocatori: D’Agostino e Felipe Melo. La sensazione che dietro tutte le strategie di mercato ci siano idee chiare è forte. Il cambio di marcia rispetto alla scorsa stagione è notevole. Sia per la caratura dei giocatori presi e da prendere, sia per il modo di condurre le trattative. Abbiamo anche il ragionevole presentimento che una volta trovato il regista la Juve non trascurerà la difesa. Insomma ci sono tutti i segnali per avere fiducia in attesa di tuffarsi nella nuova stagione con un ritrovato entusiasmo.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

E’ una questione di stile, ma anche di sostanza. Non si può trattare così un campione come Pavel Nedved costringen­do un fuoriclasse del suo livello a sparare due frasi che equival­gono a cazzotti: «Lascio la Juve, ma non il calcio» e «Non vado via per una questione economi­ca ». Tradotto, significa che con­tinuerà a giocare (ma non nella Juve) e che non ha gradito (usiamo un eufemismo) l’atteg­giamento della società nei suoi confronti.

Ma perché? Al netto del fasti­dio prodotto da tutte le media­zioni di procuratori più o meno esosi, c’è una considerazione che doveva cancellare il resto: l’ex Pallone d’Oro Pavel Ned­ved non è un giocatore come tutti gli altri perché fa parte del manipolo di eroi che ha reso possibile il miracolo di riporta­re subito la Juve in serie A, di farle conquistare il terzo posto (con qualificazione alla Cham­pions) l’anno scorso e di mante­nere, quanto meno, allo stesso livello di competitività la squa­dra anche in questa stagione.

Perché, se qualcuno crede che i meriti vadano anche suddivisi con altri componenti, allora non ci siamo proprio e vi spieghia­mo perché. Sull’allenatore non ritorniamo per evitare di sem­brare persecutori, ma Ranieri, non riuscendo a dare né gioco, né continuità alla squadra (e ci fermiamo qui), è solo la punta dell’iceberg e forse anche un co­modo capro espiatorio dietro il quale non possono essere nasco­ste responsabilità precise della società.

Il presidente Cobolli Gigli e l’amministratore delegato, non­ché direttore generale, Blanc devono riconoscere i tanti erro­ri commessi. Per carità, persone perbene, manager di qualità che si sono assunti il compito di traghettare la Juve in un mo­mento difficilissimo della sua storia, ma adesso basta. La ve­rità va detta e affrontata. La realtà dice che ci vuole un salto di qualità dirigenziale e che non fosse stato per quei campioni (Nedved, Del Piero, Camorane­si, Buffon e Trezeguet), oggi presidente e amministratore de­legato non potrebbero appun­tarsi alcuna medaglia sul petto. Non fosse stato per la rabbia che quegli eroi hanno messo e per la loro voglia di cancellare i momenti brutti, adesso la Juve non si batterebbe per il secondo posto in campionato. Quei fuo­riclasse non si sono mai accon­tentati, hanno sempre combat­tuto per vincere su ogni fronte, alla faccia di tutti i progetti a lunga scadenza. Non ci sono riusciti perché scarsamente as­sistiti e ascoltati. Tutto ciò ha ac­cresciuto lo scollamento fra una solida base di giocatori che ha piantato un seme importante nello spogliatoio e una società latitante, capace di fare emer­gere, invece, tutta la sua legge­rezza.
I problemi da risolvere sono principalmente due. 1) La man­canza di un vero direttore gene­rale o direttore sportivo, chia­matelo come volete, capace di curare i rapporti fra squadra, tecnico e società e in grado di gestire al meglio le operazioni di mercato. 2) L’assenza di un pre­sidente veramente rappresenta­tivo, “pesante” e soprattutto meno discutibile per l’estempo­raneità delle sue esternazioni: basterebbe il recente caso Pan­dev (con bacchettata di Lotito), per non parlare dell’assenza su questioni cruciali quali anticipi e posticipi spesso svantaggiosi e alla lunga determinanti per le gambe dei giocatori.

Siccome ci piace essere sempre costruttivi nelle nostre analisi, ribadiamo che già ad ottobre avevamo segnalato la via per ri­solvere il problema in panchi­na. Caso ha voluto che la nostra indicazione sia stata poi quella adottata dalla società. Ferrara ci sembrava e ci sembra una buona scelta. Nella Juve c’è an­che Gian Paolo Montali, unica voce che si sia più volte levata per sottolineare i problemi da risolvere. Purtroppo non è sta­to ascoltato. Un errore al quale ci sembra giusto porre rimedio consegnando all’ex ct della Na­zionale di volley un ruolo opera­tivo. Aggiungiamo infine, per­ché da lì siamo partiti, che tutti i grandi campioni che hanno aiutato la Juve in un periodo delicatissimo andrebbero trat­tati con uno stile diverso. Per la cronaca, Andrea Agnelli tor­nerà oggi allo stadio per l’addio di Pavel Nedved, dopo un’as­senza di tre anni. La Juve c’è e ha in casa risorse incredibili, basta non sciuparle e metterle in grado di rendere al meglio.