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Complimenti anche al Napoli, ma ormai i de­meriti della Juve sono ampiamente superio­ri ai meriti di qualsiasi avversario. Quella bian­conera non è più una squadra, non è più niente. La Juve è a pezzi e ogni avversario passeggia perché appare sempre più in forma. Sotto accu­sa ci sono la preparazione e la clamorosa catena di infortuni che ha mietuto la sessantesima vit­tima: Poulsen. Ieri la squadra di Zaccheroni, pur graziata da un rigore fallito da Hamsik, ha continuato a subire fino a soccombere. Pazze­schi gli errori di Camoranesi, Grosso, Mannin­ger, Zebina ma possiamo citarli tutti, serve a po­co fare l’elenco dei giocatori imbrocchitisi stra­da facendo. Noi diciamo solo basta allo scem­pio! Comprendiamo lo sciopero dei tifosi ormai stufi di assistere a continue mortificazioni: han­no ragione e lo esprimono in maniera civile.
Il clamoroso silenzio della proprietà, invece, è talmente assordante da risultare incomprensibi­le. La società è ormai alla deriva: non possono questi uomini riproporre un qualsiasi progetto di rilancio. Le responsabilità sono di Blanc, Sec­co e adesso anche di Bettega. Saranno pure ab­battuti, preoccupati, nervosi, ma il disastro lo hanno creato loro: la Juve è drammaticamente fuori da tutto e bisogna ringraziare il cielo per aver già raggiunto la quota salvezza, altrimenti gli scenari sarebbero stati ancora peggiori. C’è da vergognarsi perché nella storia bianconera non si è mai vissuto un punto più basso. Bisogne­rebbe avere la capacità di prenderne atto e di pretendere, sì pretendere, l’arrivo di gente capa­ce. Il resto è Napoli che vola e aggancia i bian­coneri. Complimenti alla squadra di Mazzarri.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Qualcosa sta succedendo alla Juve. La presa d’atto del fallimento sta per essere superata da una svolta societaria importante. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni, ma è forte l’idea di un cambiamento. In questi giorni abbiamo invitato la proprietà a intervenire per chiarire alcuni equivo­ci. Uno su tutti quello di Lippi. Il ct si è chiamato fuori. La sua posizione non è stata quella del sug­geritore. E la Juve che brancola nel buio in questa stagione non è una sua creatura. Ma potrebbe di­ventarla in futuro. Con il ruolo di presidente, rap­presenterebbe la società in quella complessa ra­gnatela di rapporti a livello istituzionale: Federa­zione, Lega, Uefa.
La carica di amministratore delegato rimarrebbe nelle mani di Blanc. Indipendentemente dallo sci­volone di questa stagione, al manager francese vie­ne riconosciuta competenza nella gestione econo­mica e capacità nel portare avanti il progetto del fu­turo: lo stadio.
Si fa sempre più strada la figura di un direttore ge­nerale. Possiamo ipotizzare diversi nomi, il venta­glio è ampio e include quanto di meglio possa offri­re il mercato. Bettega resterebbe come responsabi­le dell’area tecnica e Secco come direttore sportivo. L’allenatore, altro tasto importante. Si punta su un tecnico con il quale sia possibile programmare un ciclo basato su un solido assetto tattico e un concre­to investimento su giovani talenti. Parallelamente si procederà a una rivoluzione nella squadra. Via i giocatori con pochi stimoli e con la pancia piena. La crisi di questi mesi ha ormai certificato l’esigenza di un cambiamento totale che faccia attenzione al­la qualità e alla carta d’identità.
I soldi? Non sono un problema a patto che non va­dano a tappare falle momentanee, ma facciano parte di un piano organico basato su un reale rilan­cio della squadra. Occhi aperti anche sulle dinami­che dei tanti infortuni. Se sarà necessario si rimet­terà in discussione anche la struttura di Vinovo vi­sta la forte incidenza dell’umidità. Insomma, che sia rivoluzione.

 
 
 
 
 
 

 

Il fallimento della Juve in Champions non può essere liquidato con un’analisi condizionata dal campiona­to da salvare o da altri traguardi (coppa Italia? Europa League?) da raggiungere. L’avevamo detto a inizio sta­gione, lo ribadiamo adesso: l’uscita dalla principale com­petizione europea, oltre a una mazzata economica, rap­presenta anche una cocente delusione sportiva. Ed è un momento terminale della stagione, purtroppo. Urge ca­pirne le cause e trovare le possibili soluzioni. Leggi tutto

 
 
 
 
 
 
 

Lineare, efficace, essenziale, Jean Claude Blanc è ufficialmente il nuovo presidente della Juve. Il secondo straniero dopo Alfred Dick (che poi fondò il Torino). «Non è un’era che si apre, ma un ciclo che continua», ci tiene a precisare per dare il giusto valore al cammino compiuto finora e il necessario riconoscimento a chi l’ha preceduto. Cobolli Gigli gli cede il po­sto con un saluto denso di emozione. Poi, il bot­to in una frase: «Vincere lo scudetto per conqui­stare la terza stella». E in una puntualizzazione: «Gli scudetti sono 29». Un affondo deciso, che allontana gli equivoci su un argomento delicato e vissuto con sofferenza dal tifo bianconero. Il manager francese si scrolla di dosso un po’ di ghiaccio per mostrare un aspetto inedito del suo carattere: la passione. Sentimento, quest’ulti­mo, indispensabile per interpretare al meglio il nuovo ruolo.

Assemblea e Cda sono stati il pavè della sua vo­lata verso la consacrazione. L’ambiente juven­tino è, per storia, esigente. Domande al vetriolo da parte di una base che chiede competenza e ri­sultati. Blanc si concederà poco più di sei mesi per dimostrare la prima e ottenere i secondi. Non è un’impresa facile, però stavolta le parole sono state chiare. E non si tratta di proclami per accattivare simpatie.

Rinforzi nell’area tecnica potranno arrivare, ma per il momento la squadra capitanata da Blanc è composta da Secco, Bergero e Fassone. E con questi uomini al suo fianco intende raggiungere l’obiettivo dichiarato ufficialmente: vincere. La Juve volta pagina, dando continuità a un proget­to che avrà nella realizzazione del nuovo stadio e nella politica (già intrapresa) del fair play eco­nomico le sue punte di diamante. Una società in grado di alimentare se stessa attraverso il piace­re di seguirla. Il proposito è ambizioso e unico, finora, in Italia, ma va ovviamente realizzato at­traverso la linfa dei successi.

E dai propositi ai fatti il passaggio è immediato: oggi la Juve è attesa da un delicatissimo test scu­detto contro la Samp. Il calcio è questo: alla fi­ne contano i fatti. Non i propositi.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

E’ una questione di stile, ma anche di sostanza. Non si può trattare così un campione come Pavel Nedved costringen­do un fuoriclasse del suo livello a sparare due frasi che equival­gono a cazzotti: «Lascio la Juve, ma non il calcio» e «Non vado via per una questione economi­ca ». Tradotto, significa che con­tinuerà a giocare (ma non nella Juve) e che non ha gradito (usiamo un eufemismo) l’atteg­giamento della società nei suoi confronti.

Ma perché? Al netto del fasti­dio prodotto da tutte le media­zioni di procuratori più o meno esosi, c’è una considerazione che doveva cancellare il resto: l’ex Pallone d’Oro Pavel Ned­ved non è un giocatore come tutti gli altri perché fa parte del manipolo di eroi che ha reso possibile il miracolo di riporta­re subito la Juve in serie A, di farle conquistare il terzo posto (con qualificazione alla Cham­pions) l’anno scorso e di mante­nere, quanto meno, allo stesso livello di competitività la squa­dra anche in questa stagione.

Perché, se qualcuno crede che i meriti vadano anche suddivisi con altri componenti, allora non ci siamo proprio e vi spieghia­mo perché. Sull’allenatore non ritorniamo per evitare di sem­brare persecutori, ma Ranieri, non riuscendo a dare né gioco, né continuità alla squadra (e ci fermiamo qui), è solo la punta dell’iceberg e forse anche un co­modo capro espiatorio dietro il quale non possono essere nasco­ste responsabilità precise della società.

Il presidente Cobolli Gigli e l’amministratore delegato, non­ché direttore generale, Blanc devono riconoscere i tanti erro­ri commessi. Per carità, persone perbene, manager di qualità che si sono assunti il compito di traghettare la Juve in un mo­mento difficilissimo della sua storia, ma adesso basta. La ve­rità va detta e affrontata. La realtà dice che ci vuole un salto di qualità dirigenziale e che non fosse stato per quei campioni (Nedved, Del Piero, Camorane­si, Buffon e Trezeguet), oggi presidente e amministratore de­legato non potrebbero appun­tarsi alcuna medaglia sul petto. Non fosse stato per la rabbia che quegli eroi hanno messo e per la loro voglia di cancellare i momenti brutti, adesso la Juve non si batterebbe per il secondo posto in campionato. Quei fuo­riclasse non si sono mai accon­tentati, hanno sempre combat­tuto per vincere su ogni fronte, alla faccia di tutti i progetti a lunga scadenza. Non ci sono riusciti perché scarsamente as­sistiti e ascoltati. Tutto ciò ha ac­cresciuto lo scollamento fra una solida base di giocatori che ha piantato un seme importante nello spogliatoio e una società latitante, capace di fare emer­gere, invece, tutta la sua legge­rezza.
I problemi da risolvere sono principalmente due. 1) La man­canza di un vero direttore gene­rale o direttore sportivo, chia­matelo come volete, capace di curare i rapporti fra squadra, tecnico e società e in grado di gestire al meglio le operazioni di mercato. 2) L’assenza di un pre­sidente veramente rappresenta­tivo, “pesante” e soprattutto meno discutibile per l’estempo­raneità delle sue esternazioni: basterebbe il recente caso Pan­dev (con bacchettata di Lotito), per non parlare dell’assenza su questioni cruciali quali anticipi e posticipi spesso svantaggiosi e alla lunga determinanti per le gambe dei giocatori.

Siccome ci piace essere sempre costruttivi nelle nostre analisi, ribadiamo che già ad ottobre avevamo segnalato la via per ri­solvere il problema in panchi­na. Caso ha voluto che la nostra indicazione sia stata poi quella adottata dalla società. Ferrara ci sembrava e ci sembra una buona scelta. Nella Juve c’è an­che Gian Paolo Montali, unica voce che si sia più volte levata per sottolineare i problemi da risolvere. Purtroppo non è sta­to ascoltato. Un errore al quale ci sembra giusto porre rimedio consegnando all’ex ct della Na­zionale di volley un ruolo opera­tivo. Aggiungiamo infine, per­ché da lì siamo partiti, che tutti i grandi campioni che hanno aiutato la Juve in un periodo delicatissimo andrebbero trat­tati con uno stile diverso. Per la cronaca, Andrea Agnelli tor­nerà oggi allo stadio per l’addio di Pavel Nedved, dopo un’as­senza di tre anni. La Juve c’è e ha in casa risorse incredibili, basta non sciuparle e metterle in grado di rendere al meglio.