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Juventus

La sentenza di Napoli e il conseguente comunicato della società bianconera rappresentano il definitivo scioglimento del connubio Juventus-Moggi. Il rapporto viene disintegrato dal pronunciamento del giudice Casoria che condanna Moggi a 5 anni e 4 mesi e assolve la Juventus (unico fra i club coinvolti) dalla responsabilità civile a fronte di una richiesta danni per 120 milioni. Ciò significa che la Juventus è stata riconosciuta estranea alle attività del suo ex direttore generale. Non solo, siccome tale scissione non era stata riconosciuta dalla giustizia sportiva, la Juventus intende rivalersi sulla Figc.

Sarà questa la strategia che perseguirà ora la società bianconera, uscita per certi aspetti rinfrancata dalla sentenza. In parole chiare: la Juventus ritiene Moggi il cattivo che l’ha danneggiata. Quindi è ingiusto togliere gli scudetti al club che era all’oscuro delle manovre compiute dal suo manager. Il quale agiva in associazione con altri. Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni, naturalmente sarà necessario aspettare tutti i gradi di giudizio, però è questa scissione il dato politico più importante assieme all’innegabile peso delle condanne.

Per Luciano Moggi è stato un giorno nerissimo. Nessuno degli avvocati del collegio difensivo si aspettava una mazzata così pesante. Riconoscimento dell’associazione, interdizione perenne dai pubblici uffici e Daspo. Erano convinti, gli avvocati Trofino e Prioreschi, di aver contribuito con le nuove prove (di cui si è avvalsa anche la Juventus sul fronte sportivo) di aver allargato il fronte dei colpevoli per dimostrare l’assenza di una vera cupola. Della bontà di questa strategia erano sicuri in molti, ma evidentemente non è stata accettata. Bisogna prendere atto della sentenza e avere il coraggio di voltare pagina. La Juventus l’aveva già fatto in passato, continuerà su questa direttrice con più forza. Certamente molti tifosi saranno delusi, ma forse sarà opportuno registrare il cambiamento per cercare quelle soddisfazioni negate attraverso altre strade.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Juventus

Sì, Juve, assaporala fino in fondo. A diavolo ogni scaramanzia sulla parola scudetto, la vittoria di San Siro ti autorizza a pronunciarla (ogni scongiuro è legittimo). Contro l’Inter sei stata meravigliosa. Hai battuto un avversario che negli ultimi anni ti ha tolto troppo e hai reagito con carattere al pareggio, mettendolo ancora una volta sotto. Poi sei stata brava a controllare la gara sfiorando più volte il terzo gol. Guardati allo specchio e godi per questa serata: sei ancora splendidamente prima. Sei stata più forte di un arbitraggio che ti ha negato un rigore solare, frutto, forse, di una settimana di lamentele. Si può protestare per un rigore che non c’è, ma non per un dato numerico. Sarebbe stato anche il sesto subito dall’Inter, ma sarebbe stato sacrosanto. E complimenti a Ranieri che l’ha ammesso dopo la partita. Almeno questo dopo aver dato tanti inutili numeri.

Ora per la Juve c’è il Napoli, ma aver superato l’Inter ha un peso enorme: per l’autostima, per la crescita di un gruppo che assume sempre più consapevolezza dei propri mezzi. Conte sta lavorando benissimo e trasmette la sua fame e la sua mentalità ai giocatori. Certo, c’è ancora molto da migliorare, ma dopo una gara del genere non si può andare in cerca delle pecche. Sono stati i nervi e la grinta a spingere la Juve prima ancora dell’organizzazione. A quest’ultima si penserà da oggi in avanti.

 
 
 
 
 
 
 

Juventus
Segnare un gol non ba­sta. Cosa scatti nelle teste dei giocatori della Juve dopo aver realizza­to il vantaggio è un mi­stero. Ma non è certo ciò che predica Conte. Una formazione che aspiri a tornare grande non esul­ta in quel modo dopo aver segnato un gol al Genoa. Una formazione che aspiri a tornare grande non arretra per gestire la gara. Gestire? Ma poi che significa ge­stire? Un beneamato nulla. La Juve deve cercare co­stantemente il gol. Uno, due, tre, quattro, cinque. Così ragiona una squa­dra che aspiri a tornare grande. E invece il dram­ma comincia dopo ogni rete che sancisca il van­taggio. Un inconcluden­te giochicchiare senza in­seguire il colpo del ko con l’avversario che ri­conquista pallone e ri­lancia: naturale che poi pareggi, magari grazie a un rimpallo o a un difen­sore distratto. Insomma un insopportabile deja­vu (già visto) per i tifosi costretti sempre a guar­dare ansiosamente l’oro­logio. Basta, con questo approccio insulso. Basta, con questo blocco men­tale. Basta, con questo atteggiamento inadegua­to. Assimilare trame e ve­ra organizzazione di gio­co richiede tempo, ma per il momento alla Juve si chiede di spingere sem­pre sull’acceleratore per puntare su grinta e spiri­to di squadra come con­tro il Milan. Il resto si co­struirà con applicazione e umiltà. Come si può, adesso, avere la velleità di “gestire il gioco”? For­se con i piedi di Chiellini o con i lanci di Bonucci? Però non dipende solo da loro se si ritrovano co­stantemente in quelle si­tuazioni. E non c’è Pirlo che tenga, in grado di tamponare e costruire continuamente. Occorre che l’intera squadra non vada giù di corrente.
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«Sbagliati i tempi», «Inelegan­te », «Uno schiaffo vendicati­vo»: abbiamo raccolto molte prote­ste di tifosi della Juve a proposito del­la frase con la quale Andrea Agnelli ha congedato Del Piero. Tanto da sentirci in dovere di parlare con il presidente della Juve per chiarire l’argomento. Senza veli, la risposta: «Ribadisco quanto detto: il mio è sta­to un tributo al nostro capitano. Ag­giungo che mi è sembrato un atto do­veroso vista la presenza di Giampie­ro Boniperti, che gli fece firmare il primo contratto in bianco». Già, in bianco, come quello che Del Piero annunciò di voler sottoscrive­re il 25 febbraio scorso e poi forma­lizzato a maggio. «L’ultimo» aveva sottolineato Alex in un video lancia­to sul suo sito. Il gesto d’amore del­l’ormai trentasettenne (li compirà il 9 novembre) campione che colse un po’tutti di sorpresa. Agnelli, eviden­temente, non ha dimenticato tanta generosità e ha voluto ringraziare il suo asso davanti a una platea ade­guata. Insomma nessuno sgarbo, tutt’altro nelle intenzioni del presi­dente bianconero. Però sappiamo quanto sia vasto l’amore dei tifosi nei confronti del capitano e sentire la pa­rola «fine» sulla sua carriera suscita una marea di reazioni anche se tutto è stato stabilito da mesi. Il futuro di Alex? Agnelli ha chiarito che non ci sarà alcun problema nel sedersi a un tavolo per parlare anche di ruoli di­rigenziali. E nel frattempo speriamo di godercelo ancora sul campo…

 
 
 
 
 
 
 

Matri, Quagliarella, Toni, Elia… l’elenco degli assenti è lungo ma non coincide con quello dei rimpianti dopo lo 0-0 col Chievo. Nessuna tenta­zione di cedere ai “ma con”, anzi. Una squadra non è una vetrina dove esporre la merce. Per formare un gruppo non si procede con tentativi e l’approc­cio pragmatico di Conte ha fondamen­to. Giusto puntare sui migliori e su quelli utili perché i secondi non sono meno indispensabili dei primi. Il tecni­co non utilizza alcuni giocatori perché non li ritiene appartenenti a nessuna delle due categorie. Per ora. Il lavoro estivo e gli allenamenti setti­manali servono per questo. Un gruppo vincente non si forma seguendo piagni­stei dei singoli, differenze contrattuali, logiche di mercato o spinte emotive del­la piazza. Contano le idee chiare del­l’allenatore e la disponibilità di una ro­sa che lavori nel tempo per migliorarsi e non per lacerarsi. Vista la parabola di Krasic? Sembrava un fenomeno, ora è in una fase involutiva perché ancora non riesce a sincronizzarsi con i compa­gni. Qualcosa di analogo è accaduto an­che a Matri. Ma nessuno ha messo una x su questi giocatori. Tempo e applica­zione potranno premiare entrambi. Ie­ri Vucinic non ha brillato come ci si aspettava e sulle fasce la Juve ha avuto difficoltà. Detto questo, i bianconeri so­no stati padroni della partita. Ricordia­moci che cosa è accaduto l’anno scor­so. I celoduristi di una Juve vincente ovunque potranno storcere il naso, co­loro che registrano i miglioramenti sa­pranno apprezzarla più avanti. Lo ave­vamo già scritto dopo lo scempio fatto del Milan e lo ribadiamo dopo l’eserci­zio di comando sul Chievo. A proposi­to, la Juve è ancora prima.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Matri, Quagliarel­la, Del Piero sono delle risorse e non dei problemi. Come Kra­sic, Elia ed Estigarribia. Prima o poi saranno parte integrante di una formazione in continua crescita. Ma forse an­che no, chissà, dipen­derà da loro. Solo chi non ha seguito attenta­mente le ultime vicende della Juve può sorpren­dersi di ciò che accade. La Juve non è quella vi­sta contro il Bologna e il Catania, ma nemmeno quella che ha travolto il Milan campione d’Ita­lia. La Juve non è un re­bus, ma una nuova idea di calcio contro la qua­le si infrangono i giudi­zi convenzionali. Verrà un tempo in cui questa squadra farà veramen­te parlare di se, ma non è ora. In fondo anche l’anno scorso Milan, In­ter, Roma e Lazio furo­no battute. Questa Ju­ve non insegue l’effime­ro, ma il definitivo. Aspettiamola senza proclami. Quel giorno arriverà.

 
 
 
 
 
 
 

L’anno scorso la Ju­ventus avrebbe perso una partita come quella di Catania. E for­se anche due anni fa.
Come, probabilmente, avrebbe perso anche con­tro il Bologna. Fa bene Conte a ricordare da do­ve sia partita la Juve, co­me giova rammentare che proprio di quella Ju­ve non è rimasto quasi nulla, per fortuna.

Abbiamo ancora davan­ti agli occhi quelle anna­te disastrose con certi svarioni clamorosi, segui­ti poi dalla paura e infine dalla dissoluzione totale dei bianconeri dell’ulti­mo Ranieri, di Ferrara e di Del Neri. Ieri la Juven­tus è stata sul punto di ri­cadere in quei gorghi mentali, ma non l’ha fat­to. Già, non l’ha fatto. Ha saputo resistere al disfa­cimento. Anche dopo i colpi sciagurati di un gio­catore una volta simbolo e ora incubo: Chiellini. Il fatto nuovo è che la Juve ha resistito allo sbraca­mento. Contro il Bologna era stata capace di reagi­re, con orgoglio, in dieci. Ieri a Catania ha prova­to a vincere. Rischiando sì, ma inseguendo un obiettivo e senza smarrir­si nel nulla. Se a qualcu­no può sembrare mode­sto questo atteggiamento per una squadra che si chiama Juventus, dicia­mo che non siamo affatto d’accordo.

Troppe volte i bianconeri sono stati lanciati verso l’Olimpo delle illusioni, troppe volte sono finiti con la faccia nella polve­re. Il percorso del risana­mento passa attraverso la sofferenza anche da­vanti ad avversari che adesso non hanno più al­cun timore reverenziale verso una formazione contro la quale da troppi anni appare legittimo per chiunque togliersi stori­che soddisfazioni. Chia­rito questo fondamenta­le approccio mentale sul quale Conte sta lavoran­do egregiamente, restano i problemi tecnici di alcu­ni singoli. Chiellini era una roccia, sembra un fringuello. Che gli sta succedendo? Torni il guerriero di una volta. Può farcela. Prenda esempio da Barzagli. Contro il Milan non sa­ranno sopportabili altre amnesie.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Molto farà l’esempio. Niente di meglio per indicare un cammino o una sua correzio­ne. Dalla reazione nel secondo tempo contro il Bologna, alla punizione economica a Vucinic, alla identificazione (a breve) con daspo del tifo­so che ha tentato di schiaffeggiare Di Vaio. Tre esempi da tenere in mente per il futuro. La Ju­ve impara in fretta e lascia ottime sensazioni. Peccato che una squadra finalmente in grado di mostrare carattere e gioco sia stata penalizza­ta dalle stecche di De Ceglie e Chiellini. Pur­troppo recidivi. Per quanto Conte potrà porre rimedio a certe amnesie del reparto arretrato sembra ormai indispensabile completare il pia­no di rinforzo difensivo al centro e a sinistra nel mercato di gennaio. Certe cose vanno dette nel rispetto di un lavoro ammirevole svolto dal­la società e dal tecnico. Pochi credevano che la Juve potesse cambiare volto dopo aver subito tanti cambiamenti. Ma Conte si impegna mol­to su ogni aspetto. Dal piano fisico a quello mentale. Fino all’anno scorso una reazione d’orgoglio in 10 contro 11 come quella mostra­ta contro il Bologna non si sarebbe mai vista. E invece c’è stata. Siamo convinti che in questa fase siano fondamentali certi esempi. Quelli che sarebbe giusto aspettarsi anche dai giocatori importanti. Insomma meno frasi fatte e più fat­ti. I tifosi della Juve ne hanno sentite troppe (le prime) e visti pochi (i secondi). La strada è an­cora lunga.

 
 
 
 
 
 
 

Dopo la cascata di emozioni all’i­naugurazione dello stadio, la Juve fa sognare ancora i suoi tifosi con uno spettacolare debutto in campionato. Asuon di splendidi gol. Tutti bellissimi, addirittura sublime (e non esageriamo) quello di Mar­chisio. Piace tremendamente anche il congelamento di ogni euforia. Vanno sottolineati i progressi sotto il profilo del gioco, della qualità, del temperamento, dell’approccio e del­la tenuta, ma siamo all’inizio e trop­pe volte la Juve si è già bruciata sul­l’altare dell’entusiasmo. L’avete vi­sto Conte spronare ancora la squa­dra sul 3 a 0? Bell’atteggiamento del tecnico che anche nell’intervallo si è fatto sentire per sistemare qualcosi­na. Così come alla fine della partita, davanti alle telecamere, per sottoli­neare gli errori arbitrali: un rigore negato, un gol regolare annullato e un’espulsione frettolosa a De Ceglie. Il 4-1 non può far passare in secon­do piano certi episodi

Si è parlato tanto di qualità per que­sta Juve e bisogna ammettere che le invenzioni di Pirlo, la sostanza di Li­chtsteiner, la bravura di Marchisio e poi gli inserimenti di Vidal e Vuci­nic hanno costituito con Del Piero un quadro decisamente convincen­te. Aulteriore conferma dello sforzo della società su questo argomento, vanno aggiunte le chiare parole di Andrea Agnelli che ha fatto un ac­cenno al mercato di gennaio. E non solo.

«Piedi per terra», aggiunge saggia­mente Marotta. Da domani si rico­mincia su tanti fronti. Sulla Juve soffia il vento del cambiamento e c’è bisogno di alimentarlo costante­mente, ma questo refolo rinfrescan­te fa veramente bene.

 
 
 
 
 
 
 

Bellissimo. Entusiasmante. Unico. Innovativo. Trascinante. Emozionante. E non esageriamo per niente. Da troppo tempo la Juve non riusciva ad imporsi con uno spettacolo così convincente. Nella speranza che l’eccellenza nel giudizio della serata inaugurale possa essere espressa anche per le prove sul campo della squadra di ConteIeri c’era il mondo del calcio ad assistere all’aper­tura dello stadio bianconero. L’avvio di una nuo­va era per la Juve che ora rappresenta la punta di diamante dell’intero movimento pallonaro italia­no all’inseguimento di un ruolo perduto. Erava­mo i re d’Europa, siamo costretti ad inseguire In­ghilterra, Spagna e persino Germania prosciuga­ti nelle risorse e nel talento ma non nelle idee. La Juve è l’esempio da seguire perché mostra final­mente un segnale concreto sulla strada del pro­gresso. Traggano motivo di riflessione le nostre istituzioni sul gap da colmare perché se qualcuno indica un percorso come ha fatto la Juve sarebbe saggio incoraggiare anche altri a fare altrettanto. La smettano, i governanti del nostro calcio, di li­mitarsi a guardare i presidenti che litigano solo perché cercano affannosamente una soluzione o una via d’uscita e li aiutino anziché mostrare fa­stidio o, peggio ancora, permettersi insopportabi­li giudizi morali. Fra tanto parlare di regole e di riforme, c’è qualcuno che si è mosso ed è la Juven­tus. La società che ha pagato di più (ingiustamen­te) per calciopoli e che sta faticosamente risalen­do la china, si rilancia con un gioiello di tecnolo­gia e di modernità. La Juve proclama a gran vo­ce: “Noi ripartiamo da qui”.

E’ lo sforzo più importante, ma non è il solo. La società bian­conera è impegnata su tutti i fronti. Lo stadio è lo scenario dentro il quale dovrà esibirsi una squadra sempre più forte. L’im­pazienza dei tifosi è pari solo all’entusiasmo di Andrea Agnelli. Diciamolo francamente, quest’anno tutti si aspettavano un altro tipo di mercato da parte della società però adesso appare tutto molto più chiaro. Si è puntato alla sostanza e non all’apparen­za. Marotta è sembrato sballottato fra una marea di trattative, alcune persino contraddittorie (caso Ziegler), ma nessuno potrà mai contestargli impegno, elasticità e capacità di far quadrare i numeri. Dietro aveva un pitbull come Conte che non mollava la presa. E fra i due c’è stata intesa nel centrare gli obiettivi strate­gici. Così si crea un’organizzazione efficace. Quella che nasce dalla volontà di un presidente tifoso e si dirama attraverso tut­ti i componenti dello staff, per giungere compatta sulla squadra. La differenza rispetto alle precedenti gestioni è evidente. Bisogna soltanto avere la pazienza di far crescere questa rinnovata crea­tura e darle il tempo di imporsi avendo sempre cura di rinfor­zarla strada facendo. Ricominciando già da gennaio (opziona­to Rhodolfo). Con “Gente che abbia fame” come li vuole Conte.

L’allenatore della Juve intende “insegnare a vincere” ai suoi gio­catori e soprattutto non si accontenta. E’ lo spirito Juve che ri­torna. Ecco ciò che mancava da troppo tempo nello spogliatoio. Il rinnovamento della Juventus è ovunque: vogliamo parlare della pulizia sui tanti ingaggi esagerati rispetto all’effettivo va­lore dei giocatori? Un’altra piccola rivoluzione nella rivoluzione, ma, anche qui, finalmente è stata imboccata la strada del risa­namento. Amauri è il caso emblematico che vale solo da esem­pio per avere nitido il quadro di una situazione ormai sfuggita di mano. Da qui l’esigenza di dare impulso al rinnovo del con­tratto dei calciatori che tante polemiche ha suscitato ed è culmi­nato addirittura in uno sciopero. Pure su questo argomento c’è stato il determinante impegno della Juventus.

Insomma il dopo calciopoli è stato durissimo per la società bian­conera che lungi da un’idea di disimpegno (quante ne abbiamo registrate di voci stonate…) ha rilanciato la sua volontà di far rie­mergere la Juve eleggendola persino a modello da imitare. Ma attorno c’è bisogno di un contesto diverso. Il nostro calcio va rifor­mato come la giustizia sportiva e nessuno si illuda che il passa­to con cui si è frettolosamente liquidata una società gloriosa non verrà ripercorso (indipendentemente dal Tnas) sotto una lente di ingrandimento che dia un valore compiuto alla parola giustizia. Dopo, e soltanto dopo, si potrà avviare quel processo di rinnova­mento diventato ormai indispensabile per rilanciare le ambizio­ni calcistiche del nostro campionato. Lo stadio è dunque una pietra d’angolo perché rappresenta il progetto di un calcio pia­cevole, bello e soprattutto sostenibile. La Juventus colpevolmen­te assente dal palcoscenico italiano, europeo e mondiale vuole tor­nare a recitare un ruolo da protagonista. Lo rivendica per il suo passato, ma anche nel segno di una forte modernità. Non c’è ar­roganza o presunzione in questo percorso, ma solo la consapevo­lezza che sono ormai maturi i tempi del cambiamento. Welcome Home, Juventus.