
Il fallimento della Juve in Champions non può essere liquidato con un’analisi condizionata dal campionato da salvare o da altri traguardi (coppa Italia? Europa League?) da raggiungere. L’avevamo detto a inizio stagione, lo ribadiamo adesso: l’uscita dalla principale competizione europea, oltre a una mazzata economica, rappresenta anche una cocente delusione sportiva. Ed è un momento terminale della stagione, purtroppo. Urge capirne le cause e trovare le possibili soluzioni. Leggi tutto

Il sasso nello stagno va gettato. Per dire come stanno le cose e trovare una soluzione. I tre brasiliani acquistati dalla Juve per fare il salto di qualità sono una delusione. Inutile nascondersi dietro un dito. Nelle ultime quattro partite solo Diego è riuscito a raggiungere a stento la sufficienza (pagelle di Tuttosport). Amauri e Melo sono ampiamente sotto. Il giudizio dall’inizio della stagione è per tutti e tre deludente rispetto alle enormi aspettative. Attenzione, non mettiamo in dubbio il valore assoluto dei giocatori, ma il loro rendimento. La Juve ha speso la bellezza di 71,5 milioni per acquistarli: una cifra enorme. Ora è lecito, legittimo, obbligatorio auspicare che questi campioni facciano la differenza indipendentemente che si giochi con il 4-4-2, con il 4-1-3-2 o con il 4-2-3-1.
Non è una questione di formule, ma di mentalità. E’ insopportabile vedere Amauri e Melo sorridere fra di loro pochi minuti dopo la mortificante sconfitta con il Bordeaux. Da professionisti pagati rispettivamente 3,8 e 3 milioni all’anno ci aspettiamo un altro comportamento. Che si facciano carico, nel bene e nel male, delle responsabilità della squadra: lo sentano come un impegno morale. Invece Melo è impacciato, confuso e per lui Ferrara ha persino cambiato sistema di gioco: si svegli! E Diego, che fine ha fatto? Sempre disperso dietro l’avversario di turno o lungo disteso sul terreno di gioco per l’ennesimo fallo subito in seguito all’ennesimo dribbling inutile e caparbio. La Juve si aspetta la luce da lui: verticalizzazioni, assist, gol. Gli stessi che attende da un Amauri irriconoscibile e irritante. Dov’è sparito il mostro che schiacciava da solo le difese avversarie?
Obiezione: ma non deve essere l’allenatore a metterli in condizione di rendere al massimo? Accolta. Infatti Ferrara avrà ancora del tempo per farlo. Poco. Fino all’8 dicembre, data di Juve-Bayern che segue di un sospiro la sfida con l’Inter. Poi, a ognuno le proprie responsabilità.

Non era mai successo che con l’anticiclone ancora attivo e il caldo che assale le città italiane, il campionato emettesse già i suoi primi verdetti: sabato c’è Milan-Inter, domenica pomeriggio in un Olimpico di Roma bollente in tutti i sensi, Roma-Juventus. Le quattro più forti, almeno sulla carta, che incrociano: la sosta azzurra sedimenterà i risultati, le ultime ore di mercato renderanno definitivo - almeno fino a gennaio - l’esito delle campagne di rafforzamento o il timore d’essersi indeboliti, perché dal 31 agosto in poi rien ne va plus. C’è qualcosa di definitivo che intuisci oltre le ore 22.30 di domenica 30 agosto. Ci si avvicinano benissimo il Milan, che d’un colpo pare aver trasformato in punti esclamativi gli interrogativi di più d’una estate (Ronaldinho, la difesa, il recupero di Nesta, il mistero Flamini); bene la Juve che resta solida ed è sempre più a immagine e somiglianza di Ferrara (pur mancando di terzini all’altezza di portiere, difesa centrale, centrocampo illuminato da Diego e attacco “mondiali”). Ha steccato per mancanza di Ibra e di un gioco sostitutivo l’Inter, ha perso per sfortuna ma con tanta tensione interna accumulata e qualche depressione la Roma. E Mourinho e Spalletti - i tecnici più pagati ed esperti - devono già spiegazioni e punti ai “ragazzini” Ferrara e Leonardo.

Il mercato della Juve è in una fase cruciale. Dopo Diego e Cannavaro si attende il regista. La trattativa non sembra facile però la Juve si sta muovendo su più fronti. Salvo sorprese il lotto dei candidati si restringerà sempre più su due giocatori: D’Agostino e Felipe Melo. La sensazione che dietro tutte le strategie di mercato ci siano idee chiare è forte. Il cambio di marcia rispetto alla scorsa stagione è notevole. Sia per la caratura dei giocatori presi e da prendere, sia per il modo di condurre le trattative. Abbiamo anche il ragionevole presentimento che una volta trovato il regista la Juve non trascurerà la difesa. Insomma ci sono tutti i segnali per avere fiducia in attesa di tuffarsi nella nuova stagione con un ritrovato entusiasmo.

160 milioni di euro in poche ore: il Real mette in ginocchio il mercato, piega la resistenza di Milan e Manchester United e si prende di peso gli ultimi due palloni d’oro, Kakà e Ronaldo. C’è qualcosa di immorale (per le facilitazioni statali, per la fiscalità difforme, per la leggerezza con cui si contraggono debiti in Spagna) in questo impatto sul mercato del club di Perez. C’è poi, però, il confronto sportivo: la Juve ha puntato su bilanci in equilibrio e su acquisti mirati, che la stanno riportando in alto. Come annunciato dai dirigenti bianconeri qualche mese fa, anche le spendaccione d’Italia, Milan e Inter, sentono il peso della crisi. E vendono, accorciando distanze ormai nulle per la lotta scudetto: visto i bookmakers? Ma c’è anche la Champions e giova pensare che non sempre - anzi - quasi mai i galacticos che furono vinsero a prescindere. E un anno fa Real-Juve fu 0-2, netto e chiaro. Il progetto Juve può opporsi al progetto delle figurine adesive messe su un album certe volte a casaccio.

Quando è il momento di dire la verità, spuntano fuori i “coraggiosi” e con chi se la prendono? Con i giocatori. Invece in questo momento è sbagliato attaccare la squadra: è l’atteggiamento più dannoso che si possa assumere, perché c’è un secondo posto ancora acquisibile e soprattutto c’è un terzo posto da difendere con le unghie e con i denti. Le responsabilità, piuttosto, sono dell’allenatore e della società. E mai come stavolta emergono chiare, limpide, cristalline.
Sabato Ranieri sosteneva: «Potevamo fare di più», ieri al contrario ha detto «Con questi giocatori stiamo già ottenendo il massimo ». Insomma, si decida. L’allenatore si è spesso contraddetto nella stagione, ma mai con tanta rapidità. In effetti è stato sempre poco chiaro su Poulsen, sul mercato in genere (vedi il caso Diego), su Del Piero, sugli obiettivi della stagione. Un continuo procedere a zig-zag, fotografia dell’andamento in campo della sua squadra che dalle stelle delle sette partite vinte consecutivamente è caduta nella polvere dell’ultimo periodo, con sette gare senza vittoria. Ma limitarsi a criticare il tecnico è semplice e riduttivo.
La verità sulla situazione attuale della Juventus trova la sua esaltazione nell’ultimo Cda, seguito poi da una lunga riunione del direttivo sportivo durata più di sette ore. Un incontro nel quale non era presente nessun personaggio con conoscenze specifiche di calcio. Spia di una significativa lacuna del club. In qualche modo, però, sono stati delineati i problemi della Juve e, al di là dei formali ringraziamenti a Ranieri, sono stati messi a nudo i guai di un gruppo che da due stagioni non migliora. Anzi. Ieri contro un’Atalanta priva di molti titolari (tra i quali Floccari, Guarente, Padoin, Valdes, Ferreira Pinto) la Juventus ha rischiato anche di perdere (i nerazzurri hanno colpito tre traverse e Buffon è stato protagonista di interventi decisivi), ma soprattutto è stata surclassata dall’ordine e dall’organizzazione di una squadra che, senza nessuna voglia di strafare, ha messo per ben 12 volte in fuorigioco l’attacco bianconero. Ribadiamo, gli ultimi da colpevolizzare sono i giocatori. Più vittime che protagonisti di questa situazione. In altri tempi le intemperanze di Buffon e Camoranesi avrebbero meritato delle sacrosante censure, ma noi comprendiamo quegli atteggiamenti e quegli sfoghi perché nascono soprattutto dalla rabbia di aver buttato via un’altra stagione quando si poteva fare meglio. E siamo convinti che gente come Del Piero e Nedved, o giocatori come Chiellini, Zanetti e Legrottaglie, provino lo stesso sentimento. Questa squadra ha bisogno di fatti concreti come, ad esempio, una preparazione che non la svuoti di energia nei momenti topici della stagione e anche di un’attenzione alle dinamiche (infortuni e mercato) che la quotidianità propone.
Volete sapere chi è la persona più sensibile a certe problematiche all’interno della società? Gian Paolo Montali. L’ex d.t. della Nazionale di pallavolo è da mesi che si sbatte, inascoltato, per fornire una mano concreta. Niente da fare. La tanto sbandierata compattezza e unità di intenti nel nome del progetto si svuota ogni giorno di valore di fronte a personalismi ed egoismi che stanno trasformando il club in un mi(ni)stero dove tutto svanisce nella nebbia o nelle ripicche contro chi osa criticare. Noi ribadiamo l’elenco delle cose che non funzionano: da due anni la squadra non ha un gioco e un’identità precise, l’approccio alle partite è incostante e spesso sbagliato, la preparazione solleva molti dubbi e i continui infortuni sono strettamente legati ad essa, la società non esprime una vera e riconosciuta personalità sportiva in grado di rapportarsi con tecnico, giocatori e intervenire sul mercato. Il peso politico della Juventus non ha salvaguardato la squadra da anticipi e posticipi spesso penalizzanti. L’unico del club a dare legittimità a questi problemi è stato Gian Paolo Montali. Però tutti fanno finta che non esista(no).

Una crisi va bene, due o tre in un anno sono troppe, ha detto Buffon: questa squadra gioca bene solo con grandi motivazioni. Troppo poco per un organico che ha dimostrato di reggere il confronto: per l’amor di Dio, comunque vadano queste tre partite, che si proceda per la strada di un rinnovamento profondo, tecnico e motivazionale del gruppo.
Confermando i limiti dell’allenatore, quelli della gestione, i gravi problemi di preparazione, da Diego si riparta, senza fermarsi a lui. Si riparta dal colloquio Elkann-Buffon.

Si riparla già di mercato. Tiago infortunato fino a gennaio, Zanetti recidivo, Poulsen idem. Leggi tutto