
Nella partita vinta dalla Juve contro il Genoa ci sono tutte le contraddizioni della stagione bianconera.
I numeri, come sempre nel calcio, spiegano nulla. Le tre vittorie consecutive che mancavano da settembre 2009 hanno fisionomie diverse e non danno la fotografia di una squadra improvvisamente risanata. Anzi. Solo i numeri su periodi molto lunghi hanno un senso. Come sosteniamo da mesi, la Juve ha bisogno di qualità, soprattutto in difesa ( malissimo Motta, male Bonucci), ma ha anche qualità sulla quale lavorare: le rivoluzioni non si fanno in un anno, ma vanno completate e soprattutto hanno bisogno di una guida sicura. In questo momento Del Neri è fuori per la prossima stagione e anche contro il Genoa ha destato perplessità. I continui cambiamenti sulle fasce e la mancanza di una torre non si conciliavano con i ripetitivi cross a vuoto. Nel secondo tempo ( al 17’) l’ingresso di Toni ha ovviamente cambiato tutto, ma non si poteva fare prima? E poi perché sostituire Pepe ( il migliore) per un ingiudicabile Martinez? Queste domande si infrangono sulla positività di una vittoria importantissima che tiene la Juve in corsa persino per quel quarto posto che sancirebbe un’automatica conferma del tecnico.

Come abbiamo scritto per mesi, c’è molto da salvare in questa Juve al fine di costruire una squadra adeguata alle tradizioni e alla storia secondo il piano annunciato nella scorsa estate. Quando si rifonda è difficile ipotizzare con certezza gli effetti della ricostruzione. La Juve continua a comportarsi bene con le grandi e male con le medio-piccole. Contro la Roma si è avuta l’ennesima conferma di questo cammino. La squadra ha bisogno di rinforzi importanti, ci vogliono campioni e non si può puntare su qualche singola partita positiva per elaborare teorie inadatte alla situazione. C’è bisogno di qualità in ogni reparto però si può dire che c’è già qualità in ogni reparto. Insomma un minimo di fondamenta sono state poste. Onde evitare continui sussulti e scossoni negativi alternati a qualche occasionale prova positiva è necessario insistere su ciò che è stato promesso: completare l’operazione iniziata l’anno scorso con l’inserimento di almeno tre campioni e un’altra buona manciata di giocatori (5-6) adeguati per completare la rosa. Chiuso il capitolo Del Neri se ne apra uno con un tecnico adatto alle ambizioni. Del lavoro svolto finora si può salvare tanto, basta non essere disfattisti ma nemmeno pensare che il peggio sia alle spalle.

Peggio di così non si poteva. E non tragga in inganno il risultato: il dominio del Milan è stato totale perché ha controllato la partita dal primo all’ultimo minuto. La Juve ha fatto quello che ha potuto, ma è apparsa incapace di esprimersi, inerme. Non crediamo che questo sia il reale valore della squadra bianconera (-20 dal Milan!), ma riteniamo che con tanta, disarmante assenza di gioco e di idee non possa fare di più. E ora sarà responsabilità della società protrarre lo stillicidio fino al termine della stagione o dare una svolta. Non sappiamo se un traghettatore possa cambiare la situazione, ma la Juve ha bisogno di una scossa perché è impaurita, insicura e incapace di essere minimamente pericolosa (non segna da 330’, non accadeva da oltre 12 anni). L’uomo giusto potrebbe essere Vialli. Basterebbe chiederglielo perché c’è il rischio che anche quel po’di patrimonio giocatori possa depauperarsi in fretta. Vedere Marchisio correre a vuoto, Chiellini dannarsi senza costrutto, Matri fuori da ogni finalizzazione, Krasic spegnersi contro la ripetitività della propria azione fa male. Settima sconfitta nelle ultime 11 di campionato e l’allenatore dichiara: «E’un momento così, dobbiamo rimboccarci le maniche». Pazzesco! Ma questa è davvero la Juve?

La crisi è evidente e riconosciuta, ma la Famiglia è unita, il piano procede, i soldi ci saranno nonostante lo sbilancio di 60 milioni e le scelte andranno nella direzione di un potente rilancio. Questo, per grandi linee, il senso dell’incontro nella sede della Juve fra John Elkann e Andrea Agnelli. L’analisi del momento difficile è stata precisa e meticolosa, ma il percorso per uscirne è quello delineato a inizio stagione: la rifondazione andrà avanti. Andrea Agnelli continuerà a dare impulso alla sua squadra che poggerà su Marotta e Del Neri fino a fine stagione. Al termine si tirerà una riga per gli eventuali correttivi. La sensazione comunque è già chiara adesso: l’allenatore per il prossimo campionato sarà un altro. La società ha impostato un programma e intende seguirlo fino in fondo pur cambiando qualche interprete in corsa. Le risorse economiche - soldi - per completare il programma verranno messe a disposizione e riserveranno gradevoli sorprese ai tifosi bianconeri. Si proseguirà sulla strada del fair play finanziario, ma saranno presi anche quei campioni che potranno superare il tetto di ingaggio fissato a due milioni e mezzo a giocatore. Si parla di sei-otto acquisti a fronte di un ulteriore piano di cessioni, alcune anche clamorose: tutto dipenderà dal prossimo cammino della Juve. Insomma il punto della situazione è servito per delimitare i contorni del problema e per fare chiarezza sul futuro. I cugini ci sono e nonostante questo momento buio, la Juve c’è e rinascerà.

Superata la rabbia e la rassegnazione non resta che la nausea. Sì, questa Juve è proprio nauseante. Non si può non pensare a ciò che era questa formazione gloriosa per non rimanere stomacati davanti a ciò che è diventata. Colpa di tutti: della società, del tecnico, dei giocatori. Impossibile salvare qualcuno pur avendo la massima comprensione per la straordinaria rivoluzione cominciata nella scorsa estate. Ma se questi sono i frutti forse è il caso di rimediare energicamente con immediate prese di coscienza e rinunciando subito a qualsiasi vana speranza. Così non si va da nessuna parte. L’avevamo detto dopo la sconfitta di Lecce, lo ribadiamo dopo l’indecorosa batosta in casa contro il Bologna. Era stato concesso ampio credito all’allenatore e alla squadra, ora la misura è colma e ci aspettiamo, da parte di chi ha responsabilità, il coraggio di prendere decisioni importanti. I guasti sono sotto gli occhi di tutti. Chiunque affronti la Juve abbatte qualche record pluridecennale. Il Bologna non vinceva a Torino da 31 anni. I tifosi della Juve non meritano questo scempio.
La squadra bianconera non ha un gioco e le scelte iniziali dell’allenatore sono state subito sconfessate. Ovviamente sostituiti gli improponibili Iaquinta e Martinez, allora perché schierarli all’inizio? E vogliamo parlare della difesa colabrodo? Scarsa e presuntuosa, ma la sensazione è che ci sia confusione in ogni settore. E nel conto va messo anche Vinovo. I guasti sono ovunque. Che qualcuno salvi la Juve.

C’è una frase che ci è rimasta impressa all’inizio dell’avventura di questa nuova Juve: «Stiamo costruendo una squadra in grado di vincere contro chiunque». La proferì il neo presidente Andrea Agnelli il giorno della presentazione. Vero, verissimo: Milan, Lazio e Inter sono lì a dimostrarlo. Ma oggi, dopo 26 giornate di campionato e dopo aver dato una veste compiuta al lavoro svolto, quella frase può essere completata con la seguente constatazione: la Juve è anche una squadra in grado di perdere contro chiunque. Ma proprio chiunque.
La sconfitta di Lecce segna il punto più basso e forse di non ritorno della gestione Del Neri. Perdere contro una squadra decimata dalle squalifiche (fuori Giacomazzi, Gustavo, Jeda, Olivera) e in lotta per non retrocedere, diventa inaccettabile per quanto sgradevole possa risultare questo termine, dovendo parlare di un confronto calcistico. Inaccettabile la Juve scesa in campo a Lecce; inaccettabile lo spirito con il quale si è battuta soprattutto quando è stata in parità numerica all’inizio e dopo l’espulsione di Vives; inaccettabile il ripetersi di situazioni simili (era accaduto anche contro il Parma alla ripresa dopo la sosta natalizia); inaccettabile l’amnesia collettiva della difesa; inaccettabile lo smarrimento globale di una squadra che non riesce a riappropriarsi della propria identità come se facesse uno sforzo sovrumano per battere le avversarie del proprio rango e poi, svuotata di ogni energia, si abbattesse nell’oblio settimanale perché il successivo confronto, magari con squadre meno nobili, non ha importanza.
Ma come è possibile? Questa è una mentalità provinciale e, ragionando così, non si raggiunge nessun traguardo. La colpa è di chi non riesce a tenere sulla corda ora perora, giorno dopo giorno, una congrega di giocatori che ha la fortuna di indossare la maglia bianconera e che non riesce a diventare squadra. Sentirsi appagati dopo ogni piccola e insignificante soddisfazione senza invece migliorare i tanti difetti è sintomo di approssimazione ai limiti del dilettantismo. Qui stiamo parlando di Juve, signori! Ci rivolgiamo all’allenatore, ma anche ai dirigenti. Ci sono troppe aspettative sulla rinascita della Juve e non si può continuare all’infinito a produrre sforzi che non approdino a nulla. Abbiamo seguito con attenzione la rivoluzione della scorsa estate perché siamo stati testimoni dei tanti errori del passato. Sappiamo che proseguirà nella prossima. L’abbiamo accompagnata nell’incerto avvio come nell’incedere caracollante, ma adesso si è passato il limite della pazienza: si intervenga prima che sia troppo tardi, anche se ci aspettiamo dalla società una fisiologica difesa del tecnico.
Sì, perché la nostra critica maggiore è rivolta proprio a lui. Il tracollo di Lecce gli va messo in conto, non ha attenuanti. Ieri ha sbagliato approccio alla gara e scelte (perché togliere Krasic rinunciando alle fasce su cui ha costruito il suo credo?). A Del Neri riconosciamo dedizione al lavoro, ma evidentemente non basta con la Juve. Il tecnico è preso dalla foga di farbene. Legittima e comprensibile, però qui è in gioco altro e vanno spese, forse, altre qualità. Come quelle di Spalletti (anche se per qualcuno sono “minchiate”)? La giornata di ieri porta i bianconeri a meno sette dal quarto posto. Adodici turni dalla fine non era questo l’obiettivo della stagione.

Compito di un giornale è anche riportare l’umore dei propri lettori e, in questo momento, chi ha a cuore la Juve è molto disorientato. Soprattutto non capisce l’immobilismo di una società che ha provveduto a una forte rivoluzione durante l’estate e che rischia di sciupare tutto adesso. Il popolo juventino non afferra perché vengano negati quegli investimenti necessari per consentire un salto di qualità. Il minimo perraggiungere la Champions. I tifosi hanno ben compreso il fair play finanziario e il nuovo corso varato da Andrea Agnelli, ma se poi la realtà si rivela diversa da quella che è stata prospettata allora bisogna ricordare che la pazienza ha un limite perché un “progetto” era già stato allestito dopo il 2006 ed era andato in fumo per i ben noti problemi di incompetenza e disorganizzazione: un secondo flop sarebbe molto più difficile da digerire.
Il rischio è che poco alla volta l’enorme credito concesso alla nuova dirigenza si eroda con il passare delle giornate e delle delusioni. In prima linea adesso c’è l’allenatore, costretto ad arrangiarsi con quello che ha, subito dietro c’è Marotta il quale mostra ancora molta fiducia e spera di fare le nozze con i fichi secchi che in questo momento gli mette a disposizione la società. E sinceramente ci appare incomprensibile la ferrea decisione di non effettuare investimenti a gennaio in confronto al pericolo di perdere l’obiettivo vitale di approdare in Champions nel nuovo stadio. Insomma, sarebbe un autogol.
Lo sosteniamo ben sapendo tutte le dinamiche finanziarie che la Juve si è imposta e che nulla hanno a che vedere con un ridimensionamento. Anzi, ma qui i casi sono due: o la Juve è sicura di quello che ha tra le mani adesso, o siamo davanti a una clamorosa sottovalutazione del problema.

Se vogliono continuare a farle del male, prego, si accomodino signori. Se qualcuno vuole seguire il pifferaio che approfitta dell’ennesima occasione per attaccare subdolamente la Juve, avanti. Se poi altri, addirittura, presi dall’orrido incantesimo sognano l’emiro che sfili la società alla famiglia Agnelli, allora noi diciamo: qui Torino, pianeta terra, anno 2011. Proviamo a rientrare nella realtà e affrontiamola per quello che è senza seguire strampalati teoremi. Inaccettabile parlare in questo momento di ridimensionamento della Juve. Chi lo fa semina terrore ideologico perché cerca solo di entrare nelle paure del popolo juventino. Sovrapporre in maniera dolosa i vari momenti storici per elaborare disegni destabilizzanti, prospettando una nuova dimensione della Juve, allarga una crepa per creare una falla. Perché certi assurdi ragionamenti nessuno li ha espressi dopo Milan-Juve o dopo Juve-Lazio? O andando indietro nel tempo perché nessuno ha posto il problema già alla prima stagione di A dopo la caduta in B per calciopoli? O anche alla seconda? Lo diciamo noi perché: per il semplice motivo che questo mondo è governato dalla mannaia del risultato che copre tutto nel bene e nel male. Il problema, quello vero, che mordeva il collo della Juve era già presente e visibile tre anni fa e non si chiamava ridimensionamento bensì disorganizzazione e coloro che adesso montano in cattedra, puntando il ditino accusatore ai primi risultati negativi, allora stavano zitti. Tutti tranne questo giornale che invocava in ogni occasione e già in quei tempi una rivoluzione che attraversasse ogni brandello di pelle juventina. Esortavamo la Juve ad avere un approccio meno distaccato, più programmatico e capillare, ma ci veniva risposto che esisteva un “progetto” preciso e che le cose procedevano bene. E invece no. Noi non ci accontentavamo nè di un terzo, nè di un secondo posto in classifica perché quello non era il ruolo della Juve. La Juve era nata per competere a livelli assoluti e per vincere. Quelle battaglie le abbiamo portate avanti con insistenza. E di sicuro, oggi, non siamo così presuntuosi (conosciamo altri che lo farebbero) da prenderci i meriti del cambiamento avvenuto nella scorsa estate, ma certamente il nostro lavoro ha pungolato qualche coscienza. La società si è svestita della propria inconsistenza e ha avuto il coraggio di rifondarsi. Nuovo presidente (energico ed entusiasta), nuovo manager (finalmente è arrivato un direttore generale ed è uno dei migliori in assoluto, lo sottoscriviamo anche adesso), nuovo allenatore (persona di polso e preparata), nuovi acquisti. Tutto ciò ha però un prezzo salato, salatissimo. Il “progetto” del passato ha lasciato delle voragini spaventose che si sono sommate alla gestione attuale. I soldi, già: i famosi soldi. I moderni cultori del dato numerico, i nuovi soloni dell’era mediatica elaborano l’originale teoria che si fonda proprio sui soldi: la Juve non spende, quindi si ridimensiona. Che panzana! La Juve ha scucito fra i 150 e i 200 milioni negli ultimi tre anni e nella scorsa stagione è fra le squadre che hanno investito di più. Magari avrà sbagliato qualche acquisto, ma che c’entra il ridimensionamento?
Nessun grande giocatore, dicono i profeti del linciaggio. Falso anche questo: Aquilani, Krasic, Bonucci, Quagliarella e Pepe sono giocatori sui quali programmare il futuro. Ci sono anche gli errori come dicevamo, ma pure quelli si pagano e costano altri soldi. Ricordiamo che nel 1994-95, quando arrivarono alla Juve che non vinceva lo scudetto da nove anni, Moggi e Giraudo chiamati da Umberto Agnelli, trovarono la seguente situazione. Citiamo solo i nomi principali: Peruzzi e Rampulla; Carrera, Torricelli, Kohler, Porrini, Marocchi, Tacchinardi, Conte, Di Livio, Baggio, Del Piero, Ravanelli e Vialli. Insomma, una struttura già bella solida. La Juve di oggi paga ancora calciopoli (su cui farebbe bene a rivalersi), ma bisogna darle il tempo di rinascere senza spararle nella culla. Soprattutto se si è cambiata strada dopo averne imboccata una sbagliata. Dalla logica dei due colpi buoni (o presunti tali) all’anno per far felice la piazza si è passati a un cambiamento totale: prima rifondazione e poi inserimento graduale di qualità. Ci vuole coraggio per farlo in corsa ma soprattutto tanto impegno. E ora al primo, preventivabile, periodo di flessione che cosa bisognerebbe fare? Incutere insicurezze, aggredire tutti, destabilizzare, distruggere ogni cosa e invocare l’emiro? O sarebbe più giusto avere pazienza, sopportare qualche scivolone e proseguire con le necessarie correzioni di rotta in attesa del secondo massiccio intervento nella prossima estate?
Noi sosteniamo che occorre avere fiducia e continuare a costruire perché la Juve ha sempre avuto l’intenzione di posizionarsi nel suo alveo naturale, checché ne pensi qualcuno. Questo programma accompagnato all’investimento sullo stadio ha delle potenzialità competitive, economiche e gestionali che lanceranno la Juve nei prossimi 15-20 anni. Poche altre società in Italia o in Europa potranno fare altrettanto.

La Juve continua a migliorare di partita in partita. Riteniamo che ci sia ancora molta strada da percorrere, ma questo è il tragitto giusto intrapreso grazie al rinnovamento societario e a uno staff tecnico (Del Neri in testa) finalmente in grado di portare avanti un indispensabile programma di rifondazione. Di recente abbiamo incontrato Del Neri a Vinovo e ne abbiamo ricevuto una positiva impressione di sicurezza. Quella dell’allenatore bianconero è una figura interessante che ha saputo far tesoro di tutte le esperienze maturate rielaborandole in elasticità e capacità di apprendimento. Che differenza con qualche suo predecessore!
Del Neri trasmette i suoi concetti ai giocatori che poi vedono concretamente, sul campo, i risultati. Del Neri non è una figura carismatica ma sa insegnare calcio e soprattutto non è banale. I suoi concetti vanno oltre le tante frasi fatte che si ascoltano solitamente da taluni allenatori. Colpisce soprattutto per le sue conoscenze tecniche e per l’abilità che ha nell’essere innovativo, intraprendente, metodico e capillare. Dei giocatori conosce tutto e non trascura assolutamente l’aspetto umano (o ludico) pur essendo un sergente di ferro. Ama fortemente il suo lavoro, è schivo, riservato e piacevole da scoprire nel lavoro che svolge. Insomma, con lui, la Juve può sicuramente migliorare per ambire a quei traguardi prestigiosi che fanno parte della sua storia. Ne vedremo della belle ma, occhio, piedi per terra perché è possibile registrare ancora qualche turbolenza in quota.

Ieri la Juve ha perso in modo netto e ha compiuto un passo indietro rispetto alla vittoria sull’Udinese. Niente paura, lo sapevamo, l’abbiamo scritto più volte: le montagne russe continueranno fino a quando la squadra bianconera non troverà un suo assetto definitivo. Nel frattempo va applaudito il Palermo che trova nel suo trascinatore Pastore un giocatore destinato a diventare un campione, questo sì da Juve.
La Juve deve leccarsi le ferite e continuare sulla strada tracciata senza abbattersi per le sconfitte né esaltarsi per le vittorie. Chi affronta i bianconeri di questi tempi potrebbe avere l’impressione di sentirsi un supereroe o una superpippa. Sapere come scenderà in campo la Juve, con che stato d’animo, con quale concentrazione, continuerà ad essere una scommessa. Certo, molto dipenderà dagli avversari, ma moltissimo sarà determinato dalla Juve stessa. Inutile stare a recriminare per il rigore non dato: i lamenti, la squadra bianconera li lascia volentieri ad altri.
La Juve bada ai suoi problemi e alle sue qualità. La difesa va registrata, il centrocampo non ha ancora i tempi giusti, ma intanto continua a crescere Krasic. Piccoli segnali accompagnati a una nuova delusione, ma bisogna tenere duro e avere fiducia: invito sottinteso anche nell’applauso finale dei tifosi. Fra due giorni c’è il Cagliari. Per un’altra scommessa.