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L’anno scorso la Ju­ventus avrebbe perso una partita come quella di Catania. E for­se anche due anni fa.
Come, probabilmente, avrebbe perso anche con­tro il Bologna. Fa bene Conte a ricordare da do­ve sia partita la Juve, co­me giova rammentare che proprio di quella Ju­ve non è rimasto quasi nulla, per fortuna.

Abbiamo ancora davan­ti agli occhi quelle anna­te disastrose con certi svarioni clamorosi, segui­ti poi dalla paura e infine dalla dissoluzione totale dei bianconeri dell’ulti­mo Ranieri, di Ferrara e di Del Neri. Ieri la Juven­tus è stata sul punto di ri­cadere in quei gorghi mentali, ma non l’ha fat­to. Già, non l’ha fatto. Ha saputo resistere al disfa­cimento. Anche dopo i colpi sciagurati di un gio­catore una volta simbolo e ora incubo: Chiellini. Il fatto nuovo è che la Juve ha resistito allo sbraca­mento. Contro il Bologna era stata capace di reagi­re, con orgoglio, in dieci. Ieri a Catania ha prova­to a vincere. Rischiando sì, ma inseguendo un obiettivo e senza smarrir­si nel nulla. Se a qualcu­no può sembrare mode­sto questo atteggiamento per una squadra che si chiama Juventus, dicia­mo che non siamo affatto d’accordo.

Troppe volte i bianconeri sono stati lanciati verso l’Olimpo delle illusioni, troppe volte sono finiti con la faccia nella polve­re. Il percorso del risana­mento passa attraverso la sofferenza anche da­vanti ad avversari che adesso non hanno più al­cun timore reverenziale verso una formazione contro la quale da troppi anni appare legittimo per chiunque togliersi stori­che soddisfazioni. Chia­rito questo fondamenta­le approccio mentale sul quale Conte sta lavoran­do egregiamente, restano i problemi tecnici di alcu­ni singoli. Chiellini era una roccia, sembra un fringuello. Che gli sta succedendo? Torni il guerriero di una volta. Può farcela. Prenda esempio da Barzagli. Contro il Milan non sa­ranno sopportabili altre amnesie.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Molto farà l’esempio. Niente di meglio per indicare un cammino o una sua correzio­ne. Dalla reazione nel secondo tempo contro il Bologna, alla punizione economica a Vucinic, alla identificazione (a breve) con daspo del tifo­so che ha tentato di schiaffeggiare Di Vaio. Tre esempi da tenere in mente per il futuro. La Ju­ve impara in fretta e lascia ottime sensazioni. Peccato che una squadra finalmente in grado di mostrare carattere e gioco sia stata penalizza­ta dalle stecche di De Ceglie e Chiellini. Pur­troppo recidivi. Per quanto Conte potrà porre rimedio a certe amnesie del reparto arretrato sembra ormai indispensabile completare il pia­no di rinforzo difensivo al centro e a sinistra nel mercato di gennaio. Certe cose vanno dette nel rispetto di un lavoro ammirevole svolto dal­la società e dal tecnico. Pochi credevano che la Juve potesse cambiare volto dopo aver subito tanti cambiamenti. Ma Conte si impegna mol­to su ogni aspetto. Dal piano fisico a quello mentale. Fino all’anno scorso una reazione d’orgoglio in 10 contro 11 come quella mostra­ta contro il Bologna non si sarebbe mai vista. E invece c’è stata. Siamo convinti che in questa fase siano fondamentali certi esempi. Quelli che sarebbe giusto aspettarsi anche dai giocatori importanti. Insomma meno frasi fatte e più fat­ti. I tifosi della Juve ne hanno sentite troppe (le prime) e visti pochi (i secondi). La strada è an­cora lunga.

 
 
 
 
 
 
 

Dopo la cascata di emozioni all’i­naugurazione dello stadio, la Juve fa sognare ancora i suoi tifosi con uno spettacolare debutto in campionato. Asuon di splendidi gol. Tutti bellissimi, addirittura sublime (e non esageriamo) quello di Mar­chisio. Piace tremendamente anche il congelamento di ogni euforia. Vanno sottolineati i progressi sotto il profilo del gioco, della qualità, del temperamento, dell’approccio e del­la tenuta, ma siamo all’inizio e trop­pe volte la Juve si è già bruciata sul­l’altare dell’entusiasmo. L’avete vi­sto Conte spronare ancora la squa­dra sul 3 a 0? Bell’atteggiamento del tecnico che anche nell’intervallo si è fatto sentire per sistemare qualcosi­na. Così come alla fine della partita, davanti alle telecamere, per sottoli­neare gli errori arbitrali: un rigore negato, un gol regolare annullato e un’espulsione frettolosa a De Ceglie. Il 4-1 non può far passare in secon­do piano certi episodi

Si è parlato tanto di qualità per que­sta Juve e bisogna ammettere che le invenzioni di Pirlo, la sostanza di Li­chtsteiner, la bravura di Marchisio e poi gli inserimenti di Vidal e Vuci­nic hanno costituito con Del Piero un quadro decisamente convincen­te. Aulteriore conferma dello sforzo della società su questo argomento, vanno aggiunte le chiare parole di Andrea Agnelli che ha fatto un ac­cenno al mercato di gennaio. E non solo.

«Piedi per terra», aggiunge saggia­mente Marotta. Da domani si rico­mincia su tanti fronti. Sulla Juve soffia il vento del cambiamento e c’è bisogno di alimentarlo costante­mente, ma questo refolo rinfrescan­te fa veramente bene.

 
 
 
 
 
 
 

Bellissimo. Entusiasmante. Unico. Innovativo. Trascinante. Emozionante. E non esageriamo per niente. Da troppo tempo la Juve non riusciva ad imporsi con uno spettacolo così convincente. Nella speranza che l’eccellenza nel giudizio della serata inaugurale possa essere espressa anche per le prove sul campo della squadra di ConteIeri c’era il mondo del calcio ad assistere all’aper­tura dello stadio bianconero. L’avvio di una nuo­va era per la Juve che ora rappresenta la punta di diamante dell’intero movimento pallonaro italia­no all’inseguimento di un ruolo perduto. Erava­mo i re d’Europa, siamo costretti ad inseguire In­ghilterra, Spagna e persino Germania prosciuga­ti nelle risorse e nel talento ma non nelle idee. La Juve è l’esempio da seguire perché mostra final­mente un segnale concreto sulla strada del pro­gresso. Traggano motivo di riflessione le nostre istituzioni sul gap da colmare perché se qualcuno indica un percorso come ha fatto la Juve sarebbe saggio incoraggiare anche altri a fare altrettanto. La smettano, i governanti del nostro calcio, di li­mitarsi a guardare i presidenti che litigano solo perché cercano affannosamente una soluzione o una via d’uscita e li aiutino anziché mostrare fa­stidio o, peggio ancora, permettersi insopportabi­li giudizi morali. Fra tanto parlare di regole e di riforme, c’è qualcuno che si è mosso ed è la Juven­tus. La società che ha pagato di più (ingiustamen­te) per calciopoli e che sta faticosamente risalen­do la china, si rilancia con un gioiello di tecnolo­gia e di modernità. La Juve proclama a gran vo­ce: “Noi ripartiamo da qui”.

E’ lo sforzo più importante, ma non è il solo. La società bian­conera è impegnata su tutti i fronti. Lo stadio è lo scenario dentro il quale dovrà esibirsi una squadra sempre più forte. L’im­pazienza dei tifosi è pari solo all’entusiasmo di Andrea Agnelli. Diciamolo francamente, quest’anno tutti si aspettavano un altro tipo di mercato da parte della società però adesso appare tutto molto più chiaro. Si è puntato alla sostanza e non all’apparen­za. Marotta è sembrato sballottato fra una marea di trattative, alcune persino contraddittorie (caso Ziegler), ma nessuno potrà mai contestargli impegno, elasticità e capacità di far quadrare i numeri. Dietro aveva un pitbull come Conte che non mollava la presa. E fra i due c’è stata intesa nel centrare gli obiettivi strate­gici. Così si crea un’organizzazione efficace. Quella che nasce dalla volontà di un presidente tifoso e si dirama attraverso tut­ti i componenti dello staff, per giungere compatta sulla squadra. La differenza rispetto alle precedenti gestioni è evidente. Bisogna soltanto avere la pazienza di far crescere questa rinnovata crea­tura e darle il tempo di imporsi avendo sempre cura di rinfor­zarla strada facendo. Ricominciando già da gennaio (opziona­to Rhodolfo). Con “Gente che abbia fame” come li vuole Conte.

L’allenatore della Juve intende “insegnare a vincere” ai suoi gio­catori e soprattutto non si accontenta. E’ lo spirito Juve che ri­torna. Ecco ciò che mancava da troppo tempo nello spogliatoio. Il rinnovamento della Juventus è ovunque: vogliamo parlare della pulizia sui tanti ingaggi esagerati rispetto all’effettivo va­lore dei giocatori? Un’altra piccola rivoluzione nella rivoluzione, ma, anche qui, finalmente è stata imboccata la strada del risa­namento. Amauri è il caso emblematico che vale solo da esem­pio per avere nitido il quadro di una situazione ormai sfuggita di mano. Da qui l’esigenza di dare impulso al rinnovo del con­tratto dei calciatori che tante polemiche ha suscitato ed è culmi­nato addirittura in uno sciopero. Pure su questo argomento c’è stato il determinante impegno della Juventus.

Insomma il dopo calciopoli è stato durissimo per la società bian­conera che lungi da un’idea di disimpegno (quante ne abbiamo registrate di voci stonate…) ha rilanciato la sua volontà di far rie­mergere la Juve eleggendola persino a modello da imitare. Ma attorno c’è bisogno di un contesto diverso. Il nostro calcio va rifor­mato come la giustizia sportiva e nessuno si illuda che il passa­to con cui si è frettolosamente liquidata una società gloriosa non verrà ripercorso (indipendentemente dal Tnas) sotto una lente di ingrandimento che dia un valore compiuto alla parola giustizia. Dopo, e soltanto dopo, si potrà avviare quel processo di rinnova­mento diventato ormai indispensabile per rilanciare le ambizio­ni calcistiche del nostro campionato. Lo stadio è dunque una pietra d’angolo perché rappresenta il progetto di un calcio pia­cevole, bello e soprattutto sostenibile. La Juventus colpevolmen­te assente dal palcoscenico italiano, europeo e mondiale vuole tor­nare a recitare un ruolo da protagonista. Lo rivendica per il suo passato, ma anche nel segno di una forte modernità. Non c’è ar­roganza o presunzione in questo percorso, ma solo la consapevo­lezza che sono ormai maturi i tempi del cambiamento. Welcome Home, Juventus.

 
 
 
 
 
 

Un gol fallito all’ultimo minuto non può condi­zionare il giudizio sulla prova complessiva di una squadra, così come aver mancato (per ora) l’acquisto di un difensore centrale da parte della Juve nella giornata finale non può essere una con­danna sul mercato della società bianconera. Ra­gionando in maniera serena, il voto da assegnare a Marotta è sopra la sufficienza e poteva essere eccel­lente se avesse conquistato anche Bruno Alves. Non ce l’ha fatta (e fa rabbia il modo), ma è quasi cer­to che l’assalto sarà coronato dal successo a gen­naio. Piuttosto, al direttore generale della Juve va rimproverata la comunicazione. Ribadiamo, se­condo noi, la Juve esce qualitativamente rinforza­ta da questo mercato, ma tanti proclami andati de­lusi strada facendo hanno creato delle aspettative elevatissime. Allo stesso tempo hanno sminuito gli ottimi acquisti effettuati. Come tecnica pura Vuci­nic non ha nulla da invidiare ad Aguero, eppure il top player era considerato l’argentino. E vogliamo parlare di un altro fuoriclasse come Pirlo? O di ot­timi giocatori come Vidal, Lichtsteiner ed Elia? A noi non dispiace affatto nemmeno Giaccherini e siamo curiosi di vedere all’opera Estigarribia. Comprendiamo che il mercato sia un terreno sci­voloso, e qualunque frase ha mille risvolti, ma for­se una maggiore cautela sarebbe stata opportuna. Elencare tanti “top player” non spiazza solo gli ad­detti ai lavori, come dovrebbe avvenire nelle inten­zioni di chi ne parla per abbassarne le pretese, ma disorienta anche moltissimi tifosi che alla fine han­no difficoltà a comprendere se il piatto che viene lo­ro servito sia un pesce fresco o congelato. Ciò non sminuisce il buon lavoro svolto da Marotta, ma certamente non ha contribuito a farlo apprezzare come avrebbe meritato ed è un peccato. Ora Con­te ha più qualità (e quantità) sulle fasce, a centro­campo e in attacco, ma non in difesa: starà a lui fa­re in modo che questo settore non costituisca anco­ra un punto dolente della Juve come nelle ultime stagioni.