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La domanda che ci siamo po­sti legittimamente ieri (ma che Juve è?) ha bisogno di alcune risposte. Oggi le daranno il presi­dente Andrea Agnelli e il diretto­re generale Beppe Marotta. Ne siamo lieti anche a nome dei tan­ti tifosi che ci scrivono con preoc­cupazione. Nel frattempo ci sem­bra giusto proporre alcuni temi di riflessione e offrire qualche in­teressante anticipazione sul futu­ro. Giovedì scorso non si è gioca­ta Juve-Roma bensì Juve2-Ro­ma. Si può forse definire forma­zione titolare una squadra bian­conera priva di gente come Aqui­lani, Krasic e Marchisio? Pernon parlare delle carenti condizioni dell’attacco (al quale prima o poi bisognerà porre rimedio) e volen­do trascurare il fatto che si è deci­so di mandare in campo Motta per non bruciare un giovane in crescita come Sorensen. Per con­tro, la miglior Roma priva solo dello squalificato Totti. Sulla carta, in questo momento, non c’è match. E per assurdo la partita è stata addirittura in bili­co, con la Juve che ha giustamen­te recriminato per un rigore non dato e inelegantemente negato da Ranieri. Quella giallorossa è tra le squadre più forti in Europa e ap­pare davvero inconcepibile che nella scorsa stagione non sia riu­scita a vincere nulla. La speranza dei tifosi romanisti è che almeno quest’anno si porti a casa qualco­sa: avrebbero il dovere di preten­derlo visto che la squadra è stata ulteriormente rinforzata. E la­sciamo stare le vicende societarie. In certi casi le difficoltà esaltano il gruppo, costituiscono motivazio­ni vincenti come quelle, sia pur diverse, che portarono l’Italia al successo mondiale nel 2006. Alla luce di quanto detto, Juve2-Roma non ha potuto proporre nulla di tecnicamente confronta­bile. Il punto semmai è un altro: perché Del Neri ha fatto un cam­biamento così repentino di for­mazione all’ultimo istante? Evi­dentemente pernon mettere a re­pentaglio l’unico, vero, obiettivo della stagione: la qualificazione in Champions League. Ha voluto preservare i tre gioielli fondamen­tali per il campionato. Una deci­sione non facile, ma questa è la realtà. Il problema è sempre l’or­ganico già corto messo a disposi­zione del tecnico e ulteriormente assottigliato da infortuni vari.

Con chi prendersela allora? Con il club? Forse, ma qui il discorso diventa più complesso perché proprio in questi giorni si discute un piano finanziario che potreb­be portare nuove risorse e addi­rittura qualche cambiamento in società. Il programma prevede­rebbe un aumento di capitale fino a 150 milioni e un socio nel cam­po immobiliare-finanziario. Da tempo sosteniamo che la Juve stia vivendo un momento particolare della sua storia e riteniamo che presto, forse a febbraio, potreb­bero esserci delle novità. I disar­manti tentennamenti del merca­to di gennaio (aver perso Pazzini fa male, malissimo) trovano una parziale spiegazione.

Il resto, forse, sarà chiarito oggi. E’necessario, come abbiamo più volte scritto, rimettere sui giusti binari una società che ha accu­mulato, nel nome di una proble­matica rinascita, una serie di er­rori ai quali è indispensabile por­re rimedio pergarantirle un futu­ro nel solco della tradizione. Quindi, nessun ridimensiona­mento, ma un rilancio nel segno della modernizzazione economi­ca grazie alla sintonia fra John Elkann e Andrea Agnelli che stanno ridelineando le strategie per non costringere più i tifosi ad assistere a partite con in campo una formazione rattoppata di no­me Juventus.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Compito di un giornale è anche riportare l’umo­re dei propri lettori e, in questo momento, chi ha a cuore la Juve è molto disorientato. Soprattut­to non capisce l’immobilismo di una società che ha provveduto a una forte rivoluzione durante l’esta­te e che rischia di sciupare tutto adesso. Il popolo ju­ventino non afferra perché vengano negati quegli in­vestimenti necessari per consentire un salto di qua­lità. Il minimo perraggiungere la Champions. I tifo­si hanno ben compreso il fair play finanziario e il nuovo corso varato da Andrea Agnelli, ma se poi la realtà si rivela diversa da quella che è stata prospet­tata allora bisogna ricordare che la pazienza ha un limite perché un “progetto” era già stato allestito dopo il 2006 ed era andato in fumo per i ben noti problemi di incompetenza e disorganizzazione: un secondo flop sarebbe molto più difficile da digerire.

Il rischio è che poco alla volta l’enorme credito con­cesso alla nuova dirigenza si eroda con il passare delle giornate e delle delusioni. In prima linea ades­so c’è l’allenatore, costretto ad arrangiarsi con quel­lo che ha, subito dietro c’è Marotta il quale mostra ancora molta fiducia e spera di fare le nozze con i fi­chi secchi che in questo momento gli mette a dispo­sizione la società. E sinceramente ci appare incom­prensibile la ferrea decisione di non effettuare inve­stimenti a gennaio in confronto al pericolo di perde­re l’obiettivo vitale di approdare in Champions nel nuovo stadio. Insomma, sarebbe un autogol.

Lo sosteniamo ben sapendo tutte le dinamiche fi­nanziarie che la Juve si è imposta e che nulla han­no a che vedere con un ridimensionamento. Anzi, ma qui i casi sono due: o la Juve è sicura di quello che ha tra le mani adesso, o siamo davanti a una cla­morosa sottovalutazione del problema.

 
 
 
 
 
 
 

Marotta Agnelli

Come scritto oggi da Vittorio Oreggia o nei giorni precedenti da Guido Vaciago, Gianni Lovato e Marco Bo, la Juve farebbe male a sottovalutare questo mercato di gennaio. Nel precedente intervento su questo blog avevamo delineato i punti di un cambiamento che ha profondamente trasformato la Juve come società e come squadra. Continuiamo a ritenere che sia necessario, in questo momento, tenere i nervi saldi e guardare ai fatti: la Juve ha due punti in più della scorsa stagione, il Milan un punto in più, la Roma gli stessi punti, l’Inter 14 punti in meno (deve recuperare una gara), meglio hanno fatto il Napoli (+3) e la Lazio (+16). Nelle posizioni di testa questa è la situazione.

Ora, lungi dall’essere ottimisti, ribadiamo non è possibile nemmeno essere del tutto pessimisti. Anche perché da questo momento in poi, nello scorso campionato la Juve ebbe un andamento mediocre tale da portarla poi al settimo posto finale. Ovviamente c’è da aspettarsi che quest’anno la squadra non abbia lo stesso calo. Per evitarlo, forse, sarebbe doveroso guardare con maggiore determinazione, rispetto a quanto si è fatto in questi giorni, al mercato di gennaio e andare a sistemare la squadra in quei ruoli in cui già si sapeva, da inizio campionato, che che ci sarebbe stata maggiore sofferenza: parliamo di difesa e attacco. Proprio per questo motivo appare chiaro che se dovessero arrivare i rinforzi giusti non si rischierebbe di mettere in pericolo quello che appare il traguardo minimo della stagione: la qualificazione in Champions League.

 
 
 
 
 
 
 

Juve

Se vogliono continuare a farle del male, pre­go, si accomodino signori. Se qualcuno vuole seguire il pifferaio che approfitta dell’en­nesima occasione per attaccare subdolamente la Juve, avanti. Se poi altri, addirittura, presi dall’orrido incantesimo sognano l’emiro che sfili la società alla famiglia Agnelli, allora noi diciamo: qui Torino, pianeta terra, anno 2011. Proviamo a rientrare nella realtà e affrontia­mola per quello che è senza seguire strampala­ti teoremi. Inaccettabile parlare in questo mo­mento di ridimensionamento della Juve. Chi lo fa semina terrore ideologico perché cerca solo di entrare nelle paure del popolo juventino. So­vrapporre in maniera dolosa i vari momenti storici per elaborare disegni destabilizzanti, prospettando una nuova dimensione della Ju­ve, allarga una crepa per creare una falla. Perché certi assurdi ragionamenti nessuno li ha espressi dopo Milan-Juve o dopo Juve-La­zio? O andando indietro nel tempo perché nes­suno ha posto il problema già alla prima stagio­ne di A dopo la caduta in B per calciopoli? O anche alla seconda? Lo diciamo noi perché: per il semplice motivo che questo mondo è go­vernato dalla mannaia del risultato che copre tutto nel bene e nel male. Il problema, quello vero, che mordeva il collo della Juve era già presente e visibile tre anni fa e non si chiama­va ridimensionamento bensì disorganizzazione e coloro che adesso montano in cattedra, pun­tando il ditino accusatore ai primi risultati ne­gativi, allora stavano zitti. Tutti tranne questo giornale che invocava in ogni occasione e già in quei tempi una rivoluzione che attraversasse ogni brandello di pelle juventina. Esortavamo la Juve ad avere un approccio meno distacca­to, più programmatico e capillare, ma ci veni­va risposto che esisteva un “progetto” preciso e che le cose procedevano bene. E invece no. Noi non ci accontentavamo nè di un terzo, nè di un secondo posto in classifica perché quello non era il ruolo della Juve. La Juve era nata per competere a livelli assoluti e per vincere. Quelle battaglie le abbiamo portate avanti con insistenza. E di sicuro, oggi, non siamo così pre­suntuosi (conosciamo altri che lo farebbero) da prenderci i meriti del cambiamento avvenuto nella scorsa estate, ma certamente il nostro la­voro ha pungolato qualche coscienza. La so­cietà si è svestita della propria inconsistenza e ha avuto il coraggio di rifondarsi. Nuovo pre­sidente (energico ed entusiasta), nuovo mana­ger (finalmente è arrivato un direttore genera­le ed è uno dei migliori in assoluto, lo sottoscri­viamo anche adesso), nuovo allenatore (perso­na di polso e preparata), nuovi acquisti. Tutto ciò ha però un prezzo salato, salatissimo. Il “progetto” del passato ha lasciato delle voragi­ni spaventose che si sono sommate alla gestio­ne attuale. I soldi, già: i famosi soldi. I moder­ni cultori del dato numerico, i nuovi soloni del­l’era mediatica elaborano l’originale teoria che si fonda proprio sui soldi: la Juve non spende, quindi si ridimensiona. Che panzana! La Juve ha scucito fra i 150 e i 200 milioni negli ultimi tre anni e nella scorsa stagione è fra le squadre che hanno investito di più. Magari avrà sba­gliato qualche acquisto, ma che c’entra il ridi­mensionamento?

Nessun grande giocatore, dicono i profeti del linciaggio. Falso anche questo: Aquilani, Kra­sic, Bonucci, Quagliarella e Pepe sono giocato­ri sui quali programmare il futuro. Ci sono an­che gli errori come dicevamo, ma pure quelli si pagano e costano altri soldi. Ricordiamo che nel 1994-95, quando arrivarono alla Juve che non vinceva lo scudetto da nove anni, Moggi e Giraudo chiamati da Umberto Agnelli, trova­rono la seguente situazione. Citiamo solo i no­mi principali: Peruzzi e Rampulla; Carrera, Torricelli, Kohler, Porrini, Marocchi, Tacchi­nardi, Conte, Di Livio, Baggio, Del Piero, Ra­vanelli e Vialli. Insomma, una struttura già bel­la solida. La Juve di oggi paga ancora calcio­poli (su cui farebbe bene a rivalersi), ma biso­gna darle il tempo di rinascere senza spararle nella culla. Soprattutto se si è cambiata strada dopo averne imboccata una sbagliata. Dalla lo­gica dei due colpi buoni (o presunti tali) all’an­no per far felice la piazza si è passati a un cam­biamento totale: prima rifondazione e poi in­serimento graduale di qualità. Ci vuole corag­gio per farlo in corsa ma soprattutto tanto im­pegno. E ora al primo, preventivabile, periodo di flessione che cosa bisognerebbe fare? Incu­tere insicurezze, aggredire tutti, destabilizza­re, distruggere ogni cosa e invocare l’emiro? O sarebbe più giusto avere pazienza, sopporta­re qualche scivolone e proseguire con le neces­sarie correzioni di rotta in attesa del secondo massiccio intervento nella prossima estate?

Noi sosteniamo che occorre avere fiducia e continuare a costruire perché la Juve ha sem­pre avuto l’intenzione di posizionarsi nel suo alveo naturale, checché ne pensi qualcuno. Questo programma accompagnato all’inve­stimento sullo stadio ha delle potenzialità competitive, economiche e gestionali che lan­ceranno la Juve nei prossimi 15-20 anni. Po­che altre società in Italia o in Europa potran­no fare altrettanto.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Juve

Poco tempo fa il Real Madrid ha battuto il Siviglia giocando in dieci contro undici ed esprimendo uno schiacciante dominio nel gioco. Sarebbe impos­sibile aspettarsi un simile atteggiamento dalla Juve? Abbiamo scritto atteggiamento per non apparire ir­riverenti. Non c’entra la forza intrinseca di una squa­dra, quanto la testa. Quella che manca alla Juve. C’è ancora molto della passata stagione nella mente di al­cuni giocatori: paure, mollezze, cali di concentrazio­ne, scarsa grinta. Tutte zavorre che vanno rimosse. I 18 risultati utili consecutivi, seppur con i rimpian­ti per i troppi pareggi, sono la memoria da cui ripar­tire. Non era una squadra di fenomeni quella, non è una formazione di schiappe quella che si è fatta tra­volgere in casa dal Parma ma urgono correzioni. Ci sono ancora alcuni giocatori che sono inadeguati per capacità e permentalità alla Juve: vadano via! Libe­rino la Juve dai loro problemi e la lascino crescere. Non si può accogliere con fatalismo ogni sconfitta. Basta! E non stiamo parlando di Melo che ha sem­pre problemi di testa, ma di altro genere. Ora è ne­cessario ripartire perché fra due giorni c’è un Napo­li che vorrà riscattare il ko contro l’Inter. Aquesta Juve non bastavano 12 rinforzi, ne occorrevano 20 e il grave infortunio a Quagliarella riapre in manie­ra ineludibile il discorso mercato. Toni è solo il pri­mo rimedio.

 
 
 
 
 
 
 

Dzeko

La delusione per la vicenda Dzeko ha attraversato come una spada il popolo juventino. Non fosse stato per Mancini che ha improvvisamente rialzato la testa chiedendo l’acquisto dell’attaccante  bosniaco, la Juve avrebbe avuto certamente più chance se la trattativa fosse stata affrontata a giugno. Ma chi può contare su un emiro che non badi a spese, ovviamente ne approfitta. Eppure la Juve ha combattuto fino all’ultimo istante per fare saltare l’affare del City e Tuttosport è stato l’unico giornale che ha riportato ora per ora lo sviluppo della vicenda perché l’ha seguita praticamente in diretta mentre altri giornali davano per fatto un accordo che fatto non era per niente. Poi nella notte del 4 gennaio c’è stata la firma del giocatore che nel frattempo aveva chiesto ulteriore tempo per decidere. Al di là della cronaca e dei retroscena che riportiamo sul nostro quotidiano, resta, ovviamente, l’amarezza per un affare sfumato. Dzeko avrebbe rappresentato (a giugno, prima non sarebbe stato possibile) un’altra delle pietre angolari sulle quali edificare la nuova Juve. Il nostro giornale ha spiegato con forza e chiarezza quale sarebbe stata l’importanza di un simile acquisto. Di più non potevamo fare. Nessuno, però, esclude che la Juve possa proporre valide alternative. Le piste sono tante e interessanti. 

Adesso è indispensabile guardare avanti ed evitare gli effetti deleteri della delusione. La Juve continua a muoversi avendo la priorità di un difensore centrale, poi di un attaccante, infine di un laterale senza per questo trascurare la pista di un centrocampista che possa rimpiazzare Sissoko. Ora c’è il campionato, le trattative restano aperte e noi le seguiremo tutte come sempre, senza illudere nessuno, ma esponendo i fatti per come si sviluppano e ricordando che non è colpa di Tuttosport se poi gli affari avviati non si concludono sempre in un acquisto.