
Non sappiamo se questo sia il punto di non ritorno per il Torino con il conseguente abbandono di ogni speranza di risalita in serie A. Il calcio è imprevedibile e può sempre riservare sorprese. Possiamo però affermare che la sconfitta in casa contro l’ultima in classifica (che aveva un distacco di undici punti dalla penultima) è il fallimento del presidente Cairo, è la mortificazione dell’allenatore Colantuono, è la bocciatura del direttore sportivo Petrachi, è la vergogna dei giocatori del Toro.
Presentiamo subito gli alibi per tutti. Eccoli. Cairo potrà sostenere di essersi affidato completamente al nuovo allenatore e al nuovo direttore sportivo. Già, ma a quale costo? Rispondiamo noi: a costo zero. Raccattando tutti i prestiti a miglior prezzo sul mercato riparatorio, chiudendo la sessione di gennaio in pareggio, richiamando un allenatore dopo averne silurato un altro che si era permesso di parlar chiaro e di chiedere rinforzi veri e non scarti. Non comprendiamo, a questo punto, la perseveranza di Cairo. Ma chi lo costringe a inanellare un fiasco dietro l’altro? Nessuno. E allora prenda l’unica decisione possibile: liberare il Toro.
Colantuono potrà affermare di avere l’organico ridotto all’osso per gli infortuni. Ma ci permettiamo di obiettare che anche il Toro 2 non avrebbe dovuto rimediare questa figuraccia contro la Salernitana. La squadra era senza né capo né coda, sciatta, assolutamente demotivata e priva di ogni minima capacità di reazione. I tre cambi in corsa sono ulteriore testimonianza di idee confuse. Ora lo spogliatoio è stato completamente ribaltato e Colantuono non può presentare scuse. Anche le sue responsabilità sono solari.
Petrachi è stato l’autore del rinnovamento operato a gennaio. Non lo dirà mai, ma potrà sicuramente sostenere di non aver avuto risorse adeguate e di essersi arrangiato con poco. La quantità ( 12 arrivi) non basta per sopperire alla qualità. Il Toro è andato in clamorosa sofferenza per due- tre assenze pesanti. Incredibilmente una rosa che appariva lunghissima è diventata drammaticamente corta. Tanti “ prestiti”, ma inutili? Comunque le scelte sono state sue.
Vogliamo parlare dei giocatori? No, ormai sono quelli che sono e bisognerà affidarsi a loro per non finire peggio. Purtroppo. Ma ricordiamo che il Toro doveva “tornare in Agià a marzo”, così era stato incautamente detto.

Tutti lanciano il sasso e poi nascondono la mano, accusano e poi dimenticano: un giochetto strategico, ma pericoloso. Anche perché a ognuno andrebbe rinfrescata la memoria. Gli errori arbitrali hanno colpito o avvantaggiato (a seconda dei punti di vista) senza esclusione di squadre. Nelle pagine interne proponiamo una piccola lista di sviste che hanno favorito, in particolar modo, chi di recente si è lamentato di complotti. Fa un po’ sorridere la veemenza delle accuse contro i presunti torti subiti in rapporto ai tanti “regalini”.
Consigliamo ai sacerdoti del tempio di rimanere ben coperti onde evitare il ridicolo. Perché si fa strada un atroce sospetto: se non è cambiato nulla adesso e i sospetti continuano vuol dire che, forse, non c’era nulla prima. O probabilmente ci si è accaniti con violenza inaudita contro una sola società: la Juve. Ai giudici (di Napoli) e ai giudiziosi l’ardua sentenza.
Nessuno nega l’errore arbitrale contro il Genoa, ma la critica che arriva dai più bravi della classe è irricevibile. Soprattutto da parte di chi guarda all’Italia quasi con disprezzo perché «è l’unico Paese dove possono accadere certe cose». Non è così, ma di sicuro è il Paese che ospita l’allenatore più pagato al mondo. Bella riconoscenza, no? Ma vuoi mettere l’emancipazione di dire certe cose, dai, fa tanto figo.
Più comprensibile la protesta genoana. Anche lì troviamo un eccesso forse dovuto al nervosismo. Chi si permette di accennare a “mancanza di lealtà” rivolgendosi a Del Piero lancia accuse gravissime e stonate. Lealtà, onestà, moralità sono parole serie. «Ognuno guardi in casa propria» dice bene Bettega..

Qualcosa sta succedendo alla Juve. La presa d’atto del fallimento sta per essere superata da una svolta societaria importante. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni, ma è forte l’idea di un cambiamento. In questi giorni abbiamo invitato la proprietà a intervenire per chiarire alcuni equivoci. Uno su tutti quello di Lippi. Il ct si è chiamato fuori. La sua posizione non è stata quella del suggeritore. E la Juve che brancola nel buio in questa stagione non è una sua creatura. Ma potrebbe diventarla in futuro. Con il ruolo di presidente, rappresenterebbe la società in quella complessa ragnatela di rapporti a livello istituzionale: Federazione, Lega, Uefa.
La carica di amministratore delegato rimarrebbe nelle mani di Blanc. Indipendentemente dallo scivolone di questa stagione, al manager francese viene riconosciuta competenza nella gestione economica e capacità nel portare avanti il progetto del futuro: lo stadio.
Si fa sempre più strada la figura di un direttore generale. Possiamo ipotizzare diversi nomi, il ventaglio è ampio e include quanto di meglio possa offrire il mercato. Bettega resterebbe come responsabile dell’area tecnica e Secco come direttore sportivo. L’allenatore, altro tasto importante. Si punta su un tecnico con il quale sia possibile programmare un ciclo basato su un solido assetto tattico e un concreto investimento su giovani talenti. Parallelamente si procederà a una rivoluzione nella squadra. Via i giocatori con pochi stimoli e con la pancia piena. La crisi di questi mesi ha ormai certificato l’esigenza di un cambiamento totale che faccia attenzione alla qualità e alla carta d’identità.
I soldi? Non sono un problema a patto che non vadano a tappare falle momentanee, ma facciano parte di un piano organico basato su un reale rilancio della squadra. Occhi aperti anche sulle dinamiche dei tanti infortuni. Se sarà necessario si rimetterà in discussione anche la struttura di Vinovo vista la forte incidenza dell’umidità. Insomma, che sia rivoluzione.

Questi non corrono. Hai voglia di provare la difesa a tre, a quattro, a cinque, di tentare tutte le soluzioni di attacco: la Juve non vincerebbe nemmeno in dodici. Ma avete visto il gol di Antonio Filippini? È alto 1,68. Grosso, 1 e 90, lo guardava dal basso. Complimenti vivissimi al campione del mondo per come ha interpretato (per l’ennesima volta) la fase difensiva. Forse il problema è proprio il Mondiale. In questa squadra c’è troppa gente seduta e con la pancia piena per ciò che ha vinto in carriera. Il prossimo obiettivo per costoro si chiama Sud Africa. La Juve è solo un mezzo per arrivarci.
Troppi equivoci hanno accompagnato la stagione dei bianconeri. Compreso un suggeritore ingombrante che ora si sta dileguando. Forse è il caso di tagliare con tutti questi equivoci. Ci vogliono scelte forti: la proprietà deve assumersene la responsabilità. Il povero Zac che può dire al termine di una partita così? Sì, certo «il Livorno fa un gioco sporco, nel senso che spezza il ritmo e costringe l’avversario a giocare male», ma con tutto il rispetto la Juve non può subire il gioco del Livorno. E meno male che, come ha riconosciuto Cosmi, la squadra toscana ha osato poco.
Insomma, un ulteriore passo indietro della Juve. Ma forse il segnale più significativo è giunto nel finale quando Zaccheroni ha inserito il giovane Giandonato. La strada è quella. AViareggio la Primavera ha ottenuto tre successi su tre partite (30, 4-0, 4-0) ed è la formazione campione in carica. Forse valgono più loro di quelli che aspettano il Mondiale o che ringraziano il cielo per tutto, anche per il conto in banca.