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E’ una questione di stile, ma anche di sostanza. Non si può trattare così un campione come Pavel Nedved costringen­do un fuoriclasse del suo livello a sparare due frasi che equival­gono a cazzotti: «Lascio la Juve, ma non il calcio» e «Non vado via per una questione economi­ca ». Tradotto, significa che con­tinuerà a giocare (ma non nella Juve) e che non ha gradito (usiamo un eufemismo) l’atteg­giamento della società nei suoi confronti.

Ma perché? Al netto del fasti­dio prodotto da tutte le media­zioni di procuratori più o meno esosi, c’è una considerazione che doveva cancellare il resto: l’ex Pallone d’Oro Pavel Ned­ved non è un giocatore come tutti gli altri perché fa parte del manipolo di eroi che ha reso possibile il miracolo di riporta­re subito la Juve in serie A, di farle conquistare il terzo posto (con qualificazione alla Cham­pions) l’anno scorso e di mante­nere, quanto meno, allo stesso livello di competitività la squa­dra anche in questa stagione.

Perché, se qualcuno crede che i meriti vadano anche suddivisi con altri componenti, allora non ci siamo proprio e vi spieghia­mo perché. Sull’allenatore non ritorniamo per evitare di sem­brare persecutori, ma Ranieri, non riuscendo a dare né gioco, né continuità alla squadra (e ci fermiamo qui), è solo la punta dell’iceberg e forse anche un co­modo capro espiatorio dietro il quale non possono essere nasco­ste responsabilità precise della società.

Il presidente Cobolli Gigli e l’amministratore delegato, non­ché direttore generale, Blanc devono riconoscere i tanti erro­ri commessi. Per carità, persone perbene, manager di qualità che si sono assunti il compito di traghettare la Juve in un mo­mento difficilissimo della sua storia, ma adesso basta. La ve­rità va detta e affrontata. La realtà dice che ci vuole un salto di qualità dirigenziale e che non fosse stato per quei campioni (Nedved, Del Piero, Camorane­si, Buffon e Trezeguet), oggi presidente e amministratore de­legato non potrebbero appun­tarsi alcuna medaglia sul petto. Non fosse stato per la rabbia che quegli eroi hanno messo e per la loro voglia di cancellare i momenti brutti, adesso la Juve non si batterebbe per il secondo posto in campionato. Quei fuo­riclasse non si sono mai accon­tentati, hanno sempre combat­tuto per vincere su ogni fronte, alla faccia di tutti i progetti a lunga scadenza. Non ci sono riusciti perché scarsamente as­sistiti e ascoltati. Tutto ciò ha ac­cresciuto lo scollamento fra una solida base di giocatori che ha piantato un seme importante nello spogliatoio e una società latitante, capace di fare emer­gere, invece, tutta la sua legge­rezza.
I problemi da risolvere sono principalmente due. 1) La man­canza di un vero direttore gene­rale o direttore sportivo, chia­matelo come volete, capace di curare i rapporti fra squadra, tecnico e società e in grado di gestire al meglio le operazioni di mercato. 2) L’assenza di un pre­sidente veramente rappresenta­tivo, “pesante” e soprattutto meno discutibile per l’estempo­raneità delle sue esternazioni: basterebbe il recente caso Pan­dev (con bacchettata di Lotito), per non parlare dell’assenza su questioni cruciali quali anticipi e posticipi spesso svantaggiosi e alla lunga determinanti per le gambe dei giocatori.

Siccome ci piace essere sempre costruttivi nelle nostre analisi, ribadiamo che già ad ottobre avevamo segnalato la via per ri­solvere il problema in panchi­na. Caso ha voluto che la nostra indicazione sia stata poi quella adottata dalla società. Ferrara ci sembrava e ci sembra una buona scelta. Nella Juve c’è an­che Gian Paolo Montali, unica voce che si sia più volte levata per sottolineare i problemi da risolvere. Purtroppo non è sta­to ascoltato. Un errore al quale ci sembra giusto porre rimedio consegnando all’ex ct della Na­zionale di volley un ruolo opera­tivo. Aggiungiamo infine, per­ché da lì siamo partiti, che tutti i grandi campioni che hanno aiutato la Juve in un periodo delicatissimo andrebbero trat­tati con uno stile diverso. Per la cronaca, Andrea Agnelli tor­nerà oggi allo stadio per l’addio di Pavel Nedved, dopo un’as­senza di tre anni. La Juve c’è e ha in casa risorse incredibili, basta non sciuparle e metterle in grado di rendere al meglio.

 
 
 
 
 
 
 

Ora la Juve fa tornare a godere. E’ bastata una partita per rivedere la squadra vincere dopo sette gare senza successi, guadagnare la seconda po­sizione in classifica e conquistare aritmeticamente un posto in Champions scansando i preliminari. La domanda legittima da porsi è la seguente: se il cam­bio in panchina fosse avvenuto prima che cosa avrebbe fatto la Juve?
Lasciamo il quesito in sospeso e mettiamo (per il momento) i possibili rimpianti da parte, applaudia­mo, finalmente, a una decisione giusta (da noi invo­cata sette mesi fa) presa dalla dirigenza e guardia­mo al futuro con ritrovata fiducia.

Abbiamo sempre sostenuto che il valore di questa Juve fosse competitivo nonostante qualche lacuna a centrocampo. Lo ribadiamo e lo ricordiamo soprat­tutto agli affezionati dei pronostici e del ritornello «Con questi giocatori non si poteva fare di più». In­vitiamo costoro, che avrebbero comunque apprez­zato anche un quarto posto della Juve, a rivedersi il filmato della partita contro il Siena. Niente di ecce­zionale, per carità, ma è bastato mandare in campo una squadra equilibrata, ridare a tutti i giocatori motivazioni “da Juve”, dettare i giusti ritmi del gio­co senza inutili lanci lunghi, per ritrovarsi con una vittoria per 3-0 che ha improvvisamente cambiato il volto dell’intera stagione bianconera.
Il piccolo miracolo è stato realizzato nel segno di un Ciro Ferrara, che ha saputo “parlare” ai suoi giocatori tanto da ricevere subito una risposta tangibile. Le frasi di ammirazione nei confronti del nuovo allenatore di Zebina e soprattutto di Del Piero sono la testimonianza di un clima com­pletamente mutato. Sciocco e sbagliato sostenere adesso che lo spo­gliatoio era spaccato contro Ranieri. Niente di più falso. Quella Juve era semplicemente svuota­ta di energie mentali e fisiche. Ferrara ha lavo­rato soprattutto sulle prime per ritrovare anche le seconde. Ed è stupendo sentir dire al nuovo tecnico che lui ha adesso in testa una sola cosa: la prossima sfida con la Lazio.

C’è ancora molto da lavorare in questa settimana perdare continuità all’ottimo debutto accompagna­to anche dalla concomitante fortuna di risultati fa­vorevoli alla Juve (ko del Milan e pareggio della Fio­rentina) ma l’aria che si respira è diversa. In pan­china si è visto un allenatore teso, ma deciso e un suo vice (Maddaloni) anche lui proteso a dare suggeri­menti; il quadro era completato dalla presenza del “tattico” Sormani e dai preparatori Rampulla e Scanavino. Ci hanno regalato l’immagine di team velico in grado di riportare il vento in poppa alla barca Juve. Era ora.

 
 
 
 
 
 
 

E alla fine il cambio è avvenuto. La Juve è arrivata a un punto tale da non riuscire a disputare con Ranieri le ultime due partite della stagione. Al suo posto ci sarà Ciro Ferrara. Questo cambio l’avevamo auspicato già il 16 ottobre scorso. E siamo convinti che, forse, la Juve avrebbe potuto ottenere qualche risultato. I cambi in corsa non rappresentano affatto un salto nel buio, anzi, Hiddink con il Chelsea ha dimostrato l’esatto contrario. E’ anche vero però che sarebbe sbagliato adesso avventurarsi in simili previsioni, ma qualche dubbio rimane. Ora c’è da salvare l’accesso diretto alla Champions e Ferrara dovrà far ricorso a tutto il suo carisma per rimotivare una squadra a terra psicologicamente e mentalmente. Riuscisse nell’impresa entrerà anche lui nel gruppo dei candidati a sedere sulla panchina della Juve nella prossima stagione.

 
 
 
 
 
 
 

Quando è il momento di dire la verità, spuntano fuori i “coraggiosi” e con chi se la prendono? Con i giocatori. Invece in questo momento è sbagliato attaccare la squadra: è l’atteggiamento più dannoso che si possa assumere, perché c’è un secon­do posto ancora acquisibile e soprattutto c’è un terzo posto da difendere con le un­ghie e con i denti. Le responsabilità, piutto­sto, sono dell’allenatore e della società. E mai come stavolta emergono chiare, limpi­de, cristalline.
Sabato Ranieri sosteneva: «Potevamo fare di più», ieri al contrario ha detto «Con que­sti giocatori stiamo già ottenendo il massi­mo ». Insomma, si decida. L’allenatore si è spesso contraddetto nella stagione, ma mai con tanta rapidità. In effetti è stato sempre poco chiaro su Poulsen, sul mercato in ge­nere (vedi il caso Diego), su Del Piero, sugli obiettivi della stagione. Un continuo proce­dere a zig-zag, fotografia dell’andamento in campo della sua squadra che dalle stelle delle sette partite vinte consecutivamente è caduta nella polvere dell’ultimo periodo, con sette gare senza vittoria. Ma limitarsi a criticare il tecnico è semplice e riduttivo.
La verità sulla situazione attuale della Ju­ventus trova la sua esaltazione nell’ultimo Cda, seguito poi da una lunga riunione del direttivo sportivo durata più di sette ore. Un incontro nel quale non era presente nes­sun personaggio con conoscenze specifiche di calcio. Spia di una significativa lacuna del club. In qualche modo, però, sono stati delineati i problemi della Juve e, al di là dei formali ringraziamenti a Ranieri, sono sta­ti messi a nudo i guai di un gruppo che da due stagioni non migliora. Anzi. Ieri contro un’Atalanta priva di molti titolari (tra i quali Floccari, Guarente, Padoin, Valdes, Ferreira Pinto) la Juventus ha rischiato an­che di perdere (i nerazzurri hanno colpito tre traverse e Buffon è stato protagonista di interventi decisivi), ma soprattutto è stata surclassata dall’ordine e dall’organizzazio­ne di una squadra che, senza nessuna voglia di strafare, ha messo per ben 12 volte in fuorigioco l’attacco bianconero. Ribadiamo, gli ultimi da colpevolizzare so­no i giocatori. Più vittime che protagonisti di questa situazione. In altri tempi le intem­peranze di Buffon e Camoranesi avrebbe­ro meritato delle sacrosante censure, ma noi comprendiamo quegli atteggiamenti e quegli sfoghi perché nascono soprattutto dalla rabbia di aver buttato via un’altra stagione quando si poteva fare meglio. E siamo convinti che gente come Del Piero e Nedved, o giocatori come Chiellini, Zanet­ti e Legrottaglie, provino lo stesso sentimen­to. Questa squadra ha bisogno di fatti con­creti come, ad esempio, una preparazione che non la svuoti di energia nei momenti to­pici della stagione e anche di un’attenzione alle dinamiche (infortuni e mercato) che la quotidianità propone.
Volete sapere chi è la persona più sensibile a certe problematiche all’interno della so­cietà? Gian Paolo Montali. L’ex d.t. della Nazionale di pallavolo è da mesi che si sbat­te, inascoltato, per fornire una mano con­creta. Niente da fare. La tanto sbandierata compattezza e unità di intenti nel nome del progetto si svuota ogni giorno di valore di fronte a personalismi ed egoismi che stan­no trasformando il club in un mi(ni)stero dove tutto svanisce nella nebbia o nelle ri­picche contro chi osa criticare. Noi ribadia­mo l’elenco delle cose che non funzionano: da due anni la squadra non ha un gioco e un’identità precise, l’approccio alle partite è incostante e spesso sbagliato, la prepara­zione solleva molti dubbi e i continui infor­tuni sono strettamente legati ad essa, la so­cietà non esprime una vera e riconosciuta personalità sportiva in grado di rapportar­si con tecnico, giocatori e intervenire sul mercato. Il peso politico della Juventus non ha salvaguardato la squadra da anticipi e posticipi spesso penalizzanti. L’unico del club a dare legittimità a questi problemi è stato Gian Paolo Montali. Però tutti fanno finta che non esista(no).

 
 
 
 
 
 
 

L’ultimo Cda e il successivo comitato sportivo hanno posto le basi per una svolta importante in casa Juve. Acquisti di qualità, una guida tecnica sicura, possibilmente giovane e riconosciuta sono i capisaldi per non fallire nella prossima stagione. Sinceramente non credo che il riconoscimento per il lavoro svolto da Ranieri possa realmente significare un rinnovo della fiducia al tecnico anche per il prossimo campionato. Troppi gli errori commessi sui quali si è dibattuto soprattutto nel comitato sportivo. In particolare i continui infortuni (con recidive legate forse alla preparazione), lo scadimento della forma atletica, alcune deludenti scelte di mercato e il calo di rendimento contro le formazioni medio-piccole. Sotto accusa è andato tutto lo staff tecnico. Però, alla fine, si è convenuto che il terzo posto della scorsa stagione e la competitività della squadra per buona parte di quest’ultimo campionato costituiscano attestati di stima per l’allenatore. Ora, però, giustamente, si pretende il salto di qualità e allora il discorso cambia. Ranieri non è ritenuto all’altezza per questo passo. Oltre ai soliti noti Spalletti, Conte, Gasperini si pronunciano altri nomi come quello di Wenger, ma c’è anche l’ipotesi di un traghettatore per un anno in attesa di Lippi. Sul fronte mercato, intanto oltre a Diego, la società farà ulteriori sforzi sia per rinforzare la difesa (Kolarov?) sia per l’esterno sinistro. E’ ovvio che, comunque, il discorso del nuovo allenatore deve, per forza, intrecciarsi con quello di mercato. E in questa delicatissima fase vengono al pettine anche alcuni nodi della stagione: primo fra tutti Del Piero che è stato l’autentico trascinatore della squadra nel periodo d’oro. Il capitano è rabbuiato perché non si sente più al centro delle attenzioni della società e forse comincia a sentire odore di bruciato. Al contrario di Buffon che ha ricevuto rassicurazioni da Elkann in persona. Camoranesi è un altro della vecchia guardia sul quale la Juve continuerà a fare affidamento anche per il prossimo campionato, mentre resta tutto da definire il discorso Trezeguet (verso l’addio?). Insomma, quello in corso nella Juve è un po’ più di un restyling.

 
 
 
 
 
 
 

Una crisi va bene, due o tre in un anno sono troppe, ha detto Buffon: questa squadra gioca bene solo con grandi motivazioni. Troppo poco per un organico che ha dimostrato di reggere il confronto: per l’amor di Dio, comunque vadano queste tre partite, che si proceda per la strada di un rinnovamento profondo, tecnico e motivazionale del gruppo.

Confermando i limiti dell’allenatore, quelli della gestione, i gravi problemi di preparazione, da Diego si riparta, senza fermarsi a lui. Si riparta dal colloquio Elkann-Buffon.

 
 
 
 
 
 
 

E’ un grandissimo colpo, questo di Diego: forse cambia il destino della Juventus del futuro, di sicuro regala speranze per il domani prossimo nelle ore in cui si mette in ballo il presente e il recente passato. Non basta, però: ci sarà anche Cannavaro, ma la Juve - che ha fatto bene a spendere tanto per il brasiliano vero uomo-squadra - cerca un allenatore e deve intervenire con un mercato forte. Spalletti, Conte, Gasperini i nomi in lizza: tanto lavoro per la dirigenza in una primavera caldissima… Ognuno di questi tre nomi è un progetto diverso, in ogni caso una scelta per costruire un ciclo nuovo.

 
 
 
 
 
 
 

Eppure l’esempio ce l’hanno in casa e si chiama Sergio Marchionne. Che cosa fa l’amministratore delegato della Fiat di macroscopicamente comprensibile? Pensa in grande, delega e punta sui giovani. Con quale intento? Vincere per non morire. Sarebbe bello applicare questo slogan e la stessa ricetta alla Juve. Scendiamo più a fondo. Marchionne è meticoloso, non lascia nulla al caso, programma, corregge in corsa, lavora dalla mattina alla sera. Ha cambiato un’intera classe dirigente per promuoverne una con più capacità e più coraggio. Affronta difficoltà immani (c’è ancora la cassa integrazione), ma sta ponendo le basi per un futuro competitivo con le altre grandi case mondiali del settore auto. E intanto genera un tale entusiasmo che persino il presidente degli Stati Uniti applaude al progetto Fiat: come aver vinto la Champions! Al contrario, alla Juve troviamo stagnazione, povertà di idee, risultati deludenti e ora persino una preoccupante frattura all’interno della squadra perché ormai i dissapori con l’allenatore sono sedimentati. Insomma granellini che vanno ulteriormente a inceppare un ingranaggio già difettoso.
I fronti su cui intervenire sono tanti: mercato, squadra, tecnico, politica di Palazzo, strategie, difesa dei propri diritti. Perché anche dopo un pareggio deludente contro il Lecce bisognerebbe metterci la faccia. E non basta quella triste e sconsolata dell’allenatore. Sinceramente questa dirigenza sembra ormai inadeguata alla situazione. Va bene il progetto stadio, ma c’è bisogno di più. Soprattutto di risposte a troppi interrogativi. Perché la squadra è così affaticata rispetto agli avversari? Perché tanti infortuni in questa stagione? Perché non schierare mai dal primo minuto la formazione migliore ed essere spesso costretti a cambiamenti in corsa? E poi perché tanti errori arbitrali (l’ultimo anche contro il Lecce)? Perché tanti anticipi e uno “spezzatino” che chiede vendetta? E soprattutto perché non marcare con più assiduità un avversario impegnativo e insidioso come Galliani? Questi sono impegni da dirigenti, come è impegno da dirigenti comprendere gli umori di una squadra in cerca di una saldatura fra vecchi e nuovi campioni, ma anche di un dialogo maggiore che possa migliorarne il comportamento tattico. E vogliamo parlare del mercato? Lasciamo da parte il discorso Poulsen-Xabi Alonso, ormai fin troppo criticato; ma non è possibi le che la Juve non abbia una equipe di osservatori fra le migliori al mondo e soprattutto non è possibile non riuscire ad agire con grande anticipo e programmazione su questo settore. Il problema? Purtroppo una macchina burocratica che blocca tutto nel nome di decisioni collegiali che poi non ven­gono mai prese. O peggio, si rivelano sbagliate.
La Juve, oggi, si macera nelle sue piccolezze. Eppure, come la Fiat, ha tecnologia (leggasi campioni) e storia che le possono per mettere un radioso futuro. E’ necessario avere il coraggio di pensare in grande, come sta insegnando Marchionne. E seguirlo. In fondo fanno parte della stessa famiglia.