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La Juve non può vivere di alibi: la serie B, la difficile risalita, la ricostruzione, il proget­to. Basta! Ieri John Elkann ha detto stop alle chiacchiere e «pensate a vincere». Finalmente! Era ora che dalla proprietà si levasse un nitido messaggio in grado di riposizionare la Juve nel suo alveo naturale lontano dalle modestie delle ultime settimane. Ne abbiamo viste e sentite troppe in questi giorni: era necessario chiarire. Il progetto «economicamente sostenibile» (che coinvolge anche lo stadio) proceda pure, ma quello sportivo è, al momento, deludente. E co­me potrebbe essere altrimenti? I risultati (nes­suno finora) dei bianconeri piacciono a tutti tranne che ai tifosi della Juve. Un motivo ci sarà e forse diventerà necessario prendere qualche decisione importante a fine stagione. Lo spar­tiacque dovrebbe essere il raggiungimento o meno del secondo posto.
Su un altro punto Elkann è stato netto: non ha confermato Ranieri «a prescindere» come inve­ce aveva detto qualche giorno fa l’amministra­tore delegato e direttore generale Jean Claude Blanc. «I bilanci si faranno alla fine della stagio­ne » ha detto il proprietario della Juve. Giusto.
La squadra deve dare il massimo per vincere tutte le cinque partite che restano al termine. Un’azienda sportiva come quella bianconera deve raggiungere dei risultati ogni anno, altri­menti è indispensabile intervenire.
Badate, questo concetto è ben presente ai gioca­tori. Tutti, dal primo all’ultimo, si sono battuti avendo questo convincimento nella testa. Ma i 66 infortuni non sono colpa loro, né tantomeno della sfortuna. Come non sono responsabilità dei giocatori le continue recidive o le partite se­rali o gli anticipi bislacchi o le scelte tecniche improbabili o le «sviste» arbitrali.
L’incontro Blanc-Lippi non può essere motivo di «disorientamento» per dei professionisti, ma, forse, certe cose si possono anche organizzare con maggiore accortezza. Siamo convinti che l’intervento di John Elkann riporti alcuni argo­menti nei giusti binari. Appuntamento a fine stagione.

 
 
 
 
 
 
 

Bastava non aver sprecato quella marea di punti contro Chievo, Genoa e Reggina. E so­prattutto non avventurarsi in assurde disamine psicologiche perché il calcio è più semplice di quel­lo che si crede: si basa su motivazioni forti e su di­sciplina mentale. I fatti dicono che la sconfitta del­l’Inter col Napoli dovrebbe far piangere la Juve peri rimpianti. E invece in casa bianconera si sciu­pano parole in distinguo, precisazioni e clamoro­si autogol. Ma perché? Occorrerebbe rispondere a delle semplici domande perannullare tutti i pre­testuosi argomenti del dopo Reggina-Juve.

Eccole. Del Piero, Buffon, Trezeguet, Camorane­si e Nedved sono rimasti alla Juve sapendo che sa­rebbero tornati a vincere dopo cinque anni? Amauri è stato acquistato con il convincimento che avrebbe impiegato almeno tre anni peralza­re un trofeo? Altro che difesa della stagione: c’è da mordersi le mani. Soprattutto quando ci si ar­rampica con le unghie sullo specchio del famoso (e fumoso) “progetto”. Come si possono dire, ora, certe cose riferendosi a persone abituate a vince­re scudetti, Champions e tanto altro ancora?
Ma allora perché Zanetti ammette candidamen­te la delusione a fronte di una squadra “costrui­ta per vincere”? Per il semplice motivo che non potrebbe essere altrimenti perqualsiasi giocato­re della Juventus. No, perfavore, lasciamo gli ali­bi fuori dalla porta. Siamo convinti che questa formazione, pur priva di quella qualità ripetu­tamente invocata a centrocampo, avrebbe potu­to e dovuto ottenere di più rispetto all’obiettivo del secondo posto. Adesso si parla di giocatori fiaccati dai preliminari Champions, si accenna ai tanti “lungo degenti”, si fa riferimento a un ca­lo psicologico. Tutte scuse.

Ci sono sempre quelle splendide sette partite vin­te consecutivamente che prima venivano tanto esaltate e adesso quasi svilite dall’imbarazzo del­la situazione attuale. Si sostiene che quel Real Madrid (battuto due volte) era uno dei più scar­si della storia e che in fondo la Juve ha vissuto so­lo una fase di grande condizione rispetto ad av­versari che, al contrario, correvano meno. Trop­po semplice parlare così. Noi non crediamo né all’esaltazione di quel periodo (perché la Juve è abituata da sempre ad attraversare momenti come quelli) né alla tesi di quanti sostengono che i bianconeri avrebbero fatto già più di quanto potessero.

La verità è sempre più complessa di quanto ap­pare. Sui difetti e sui limiti dell’allenatore ci sia­mo più volte soffermati. Li confermiamo. Ma Ranieri non è il solo responsabile di questa situa­zione. La società è coinvolta in pieno. Tutti i di­rigenti, chi più, chi meno, hanno fatto riferimen­to a traguardi di prestigio da raggiungere que­st’anno. Pubblichiamo alcune loro dichiarazio­ni in proposito a pagina 2 del giornale. Anche sul mercato è stato un continuo andare avanti e in­dietro sull’altare dei soldi da non sciupare (si sta ripetendo la stessa situazione con Diego). Sacro­santo, ma vogliamo parlare dei risultati ottenu­ti su questo fronte (vedi Poulsen e Knezevic)? E infine, nel nome della tanto sbandierata unità con il tecnico, è stata gestita malissimo la vicen­da Lippi. Comprensibile la reazione di Ranieri che rassicura tutti su un punto: non si dimet­terà. E adesso come la mettiamo? Avanti un’al­tra stagione con un tecnico delegittimato in at­tesa del salvatore della patria? Che pasticcio!

 
 
 
 
 
 
 

Mortificante. La Juve non può vedere pas­seggiare il Chievo, il Genoa e ora la Lazio. Due pareggi (compreso quello con l’In­ter) e due sconfitte nelle ul­time quattro partite. Lique­fatta. Ma che nessuno scagli la pietra dell’inconsistenza della squadra. Perché que­sta stessa formazione è sta­ta capace di vincere sette partite consecutive, di batte­re due volte il Real Madrid e di mettere paura all’Inter capolista. Il ritornello inac­cettabile è: con questi gioca­tori non si poteva fare di più. Non è vero! Si poteva e si doveva fare di più. So­prattutto avendo l’applica­zione e la costanza di quelle sette partite vinte di fila, presentando in campo sem­pre la miglior formazione (e non come ieri sera), propo­nendo un’analisi approfon­dita dei continui infortuni e delle ancora più inspiegabi­li recidive, facendo valere un peso politico che proteg­gesse la squadra da anticipi bislacchi e da sfide in not­turna che alla lunga hanno pesato su gambe e polmoni. E domandandosi infine se la preparazione era quella più giusta visto che poi, nel momento cruciale della sta­gione, la squadra è venuta meno sul piano fisico.
Atutto questo aggiungiamo la macchinosità di una società spesso piegata all’idea di un indefinibile progetto a lunga scadenza e poco at­tenta a una quotidianità che ha mutato situazioni e pro­spettive di ora in ora.
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Cannavaro, con altri validi acquisti, può essere un rinforzo reale. Fare da chioccia in una difesa che talora ha sbandato e riproporre una difesa Nazionale Mondiale: questo non è il Progetto, ma un progetto sì. A patto, però, che seguano due grandi acquisti: serve il cervello che detti tempi e modi e, in funzione delle altre operazioni di mercato in uscita, un attaccante importante e di prospettiva. Non mi sottraggo, poi, ad una riflessione che vi giro sul caso Balotelli, partendo dalla condanna più ferma dei cori purtroppo ascoltati sabato sera. Ha vinto, sta vincendo l’ipocrisia soprattutto di chi accusa gli altri con grande facilità come Moratti e fa fatica a guardare in casa propria per i casi di Zoro e dello striscione contro Napoli nel recente passato. Come sempre constatiamo che la Juve paga più duramente di tutti. Purtroppo i cori razzisti sono un motivo ricorrente ogni domenica negli stadi italiani: perché una mano così pesante solo con la Juve?

 
 
 
 
 
 
 

Un momento di Juve-Inter
Il Milan ha recuperato sette punti alla Juve in tre giornate. Certi numeri fanno impressione e fotografano il difficile momento della Juve. Ho sempre ritenuto la squadra bianconera competitiva seppur con una evidente lacuna qualitativa a centrocampo. Ma la mancanza di qualità non può essere un alibi come insegna Gasperini col Genoa. Altrettanto non può essere un problema cambiare un allenatore in corsa come insegna Hiddink col Chelsea.

Sapete qual è il filo conduttore di tutti i malesseri della Juve che coinvolge anche il mercato? L’indecisione. Che produce, infine, scelte sbagliate. Nel calcio non si può perseverare per questioni di principio o per piccoli interessi personali. In questo mondo è indispensabile la rapidità e la capacità di adattarsi a situazioni mutate. Soprattutto quando alla fine di un percorso non arrivano i risultati sperati. La Juve è una squadra che deve accontentarsi di combattere per il secondo posto in campionato e per la Coppa Italia? Non credo proprio.

 
 
 
 
 
 
 


Finiti i sogni di gloria? La rincorsa all’Inter si è spenta ancora prima di cominciare.

 
 
 
 
 
 
 


La frase più comica è il riferimento a Robin Hood. Un uomo che guadagna nove milioni all’anno si sente come l’eroe che rubava ai ric­chi per donare ai poveri. Ma a questo mondo ognuno può dire ciò che vuole. L’antidoto è non prenderlo sul serio. Anche perché un altro per­sonaggio così è difficile trovarlo. Il suo biglietto da visita era stato il seguente: mai nessun gioca­tore parla male di lui. Bene: Crespo ancora piange e lo maledice, Maxwell ha chiesto di an­dare via, Jimenez è un ufo che si lamenta perché gioca poco, Cruz conta i giorni che mancano al­la separazione. Insomma una balla. I colleghi allenatori? Il più sereno lo considera un maledu­cato. Ulivieri ha detto testualmente che «Mou­rinho l’ha fatta fuori dal vaso». Chiama voluta­mente «Barnetta» l’ex allenatore del Lecce, Be­retta, offende Ranieri dandogli senza mezzi ter­mini del «vecchio» e ieri «un allenatore che non ha vinto niente». Insomma, un grande (s)comu­nicatore. Eppure un simile professore che misu­ra la vita solo in «tituli» vinti non è riuscito a far meglio di Mancini facendosi eliminare negli ot­tavi di Champions come il suo predecessore. Ma non era stato assunto da Moratti soprattutto per vincere la competizione europea?
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