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E’ da mesi che sosteniamo un concetto: la competitività della Juve.
Il discorso scudetto è ancora aperto e l’ultima sfida contro la Roma conforta molto sullo stato di forma della squadra. C’era soprattutto un ragionamento che respingevamo con forza: “Con questi uomini la squadra sta già facendo il massimo”. Ma chi l’ha detto? Rileggetevi i nomi della rosa: parliamo dei Sissoko, degli Amauri e poi i Giovinco, i Marchisio e quando sarà di nuovo disponibile anche i De Ceglie per avere un quadro molto confortante perché a questi nomi vanno aggiunti i “grandi” come Del Piero, Trezeguet, Nedved (mamma mia che gol contro la Roma), Camoranesi, Buffon, Iaquinta, Chiellini e Legrottaglie. Ma c’è qualcosa da dire anche su nomi come quello di Mellberg o su Salihamidzic, Molinaro, Tiago o Grygera? No, spazziamo via ogni alibi e parliamoci con molta chiarezza come abbiamo fatto sin dall’inizio della stagione. Certo, completezza imporrebbe il discorso della qualità a centrocampo: ci sarebbe bisogno dell’ulteriore iniezione di un campione. Come di un solido difensore.
Ma siamo sicuri che arriveranno. Per il resto c’è poco da dire. La squadra c’è ed ha sostanza. Quanto fanno recriminare, adesso, quelle prove opache (poche, per la verità) che sono costate gli attuali punti di distacco da un Inter per nulla trascendentale. Noi però continuiamo ad avere fiducia soprattutto per i segnali incoraggianti che arrivano dai secondi tempi delle ultime due partite della Juve.

 
 
 
 
 
 
 


È un periodo delicato per la Juve. Il caso Trezeguet sembra momentaneamente congelato; c’è un po’ di inquietudine attorno ad Amauri diviso fra la scelta della Nazionale, un ritocco all’ingaggio e la tentazione milanista; i troppi infortuni accompagnati dalle critiche di un guru della preparazione come Neri che bacchetta i colleghi italiani («Siete rimasti indietro»); le schermaglie con il Milan che in realtà nascondono una più sostanziosa lotta di potere (difensiva) per non rimanere schiacciati o isolati. Eppure c’è una sfida delicatissima alle porte, quella con Roma che può rappresentare il bivio della stagione bianconera. È indispensabile, come sostengono Ranieri e molti giocatori juventini rimanere concentrati sull’obiettivo perché quei sette punti che li dividono dall’Inter non sono un distacco incolmabile. Anzi, visti i problemi che ci sono in casa nerazzurra tutto è ancora apertissimo.

 
 
 
 
 
 
 

José Mourinho, allenatore dell'Inter
L’Inter continua ad essere sempre e solo Ibrahimovic. Anche contro la Fiorentina si è visto lo schema unico dei nerazzurri: palla a Ibra che ci pensa lui. Su azione o su calcio piazzato è lo stesso. La Juve, soprattutto quella visto nel secondo tempo contro il Bologna è più squadra. Pensate che i bianconeri hanno già utilizzato più giocatori di tutti: 30 (Inter 27, Milan 26). Un dato che fotografa la situazione. Infine continuiamo a domandarci se il calcio italiano avesse proprio bisogno di un tipo come Mourinho. Anche ieri il tecnico dell’Inter è stato espulso per intemperanze. Ma la faccia finita con questi atteggiamenti.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

I limiti di questa Juve sono purtroppo i limiti del tecnico che la guida. Ci domandiamo: per­ché la squadra bianconera è arretrata di venti me­tri dopo aver segnato il gol? Risposta scontata: in campo ci sono pure gli avversari. Peccato che il Chelsea fosse alle corde e la Juve avesse il dovere di insistere non solo per cercare il raddoppio, ma anche per tenere gli avversari sotto pressione. In­vece tutti indietro in una tattica sparagnina che puntava soprattutto alla conservazione del van­taggio acquisito almeno fino all’intervallo. E co­me sempre accade nel calcio più fai calcoli e più vieni punito.

Ci domandiamo: chi doveva frena­re quel continuo e pericolosissimo rinculare dei giocatori? Chi doveva pretendere una gestione quanto meno più saggia a centrocampo (indipen­dentemente dall’infortunio di Nedved)? Giocato­re per giocatore la Juve non è stata inferiore al Chelsea. Sono le idee tattiche (e lo spirito che si trasmette) a renderla insicura e incapace di com­pletare il salto di qualità (che passa anche attra­verso l’acquisto, senza troppi tentennamenti, di qualche campione).

Diciamo ancora peccato, ma i colpevoli ci sono. Se finalmente si ha il coraggio di schierare una for­mazione offensiva col tridente (benché Del Piero non fosse quello visto contro il Real), si deve ave­re anche la capacità di credere fino in fondo nel­la scelta fatta che, per giunta, ha dato un risulta­to immediato nel gol realizzato da Iaquinta. E poi le reti si evitano soprattutto attaccando, ma quel­la fastidiosa immagine dei bianconeri che indie­treggiano davanti a un avversario al quale conce­di inspiegabilmente campo senza andarlo a pres­sare nella sua metà campo purtroppo rimarrà ne­gli occhi a lungo come simbolo di un suicidio tat­tico figlio della paura e di un calcolo sbagliato.

Inoltre si apre anche un altro capitolo. La Juve si è presentata all’appuntamento più importante della stagione priva di Legrottaglie, Marchionni, Camoranesi, Zanetti e Sissoko. Non è possibile! Troppi infortuni forse figli di un mancato poten­ziamento fisico in palestra. Su questo tema la so­cietà deve andare a fondo e fare le giuste conside­razioni. La partita contro il Chelsea e i sogni di Champions della Juve si sono purtroppo infran­ti su quel primo gol che non andava assolutamen­te preso. Il secondo tempo ha aumentato rabbia e accumulato rimpianti. Addirittura in dieci con­tro undici, dopo l’espulsione di Chiellini, la Juve ha trovato l’orgoglio per realizzare il 2-1. Poi il 2­2 ha chiuso definitivamente la partita. Questi gio­catori meritano applausi e riconoscenza. Ci fer­miamo a loro.

 
 
 
 
 
 
 

Questa è energia pura nelle gambe e nella testa della Juve in vista del match di mar­tedì contro il Chelsea. Vero che la partita l’ha condotta il Toro, ma i bianconeri sono stati pe­ricolosi in almeno tre occasioni caratterizzate da altrettante, strepitose parate di Sereni e in­fine efficaci a una manciata di minuti dalla fi­ne quando ormai si pensava che il risultato fos­se destinato a non sbloccarsi dallo 0-0.
Ci ha pensato Giorgio Chiellini, uno degli uo­mini simbolo della nuova Juve che con la grin­ta (e le parole al termine dell’incontro) ha mo­strato quanto i bianconeri tenessero a vincere questa sfida delicatissima e molto importante anche per non chiudere il discorso campionato. Ieri la Juve aveva in panchina una squadra me­ravigliosa, ma quella che è andata in campo ha giocato soprattutto con il cuore dimostrando coraggio e carattere. Ovviamente non si può giudicare questa prova con un eccessivo rigore tattico perchè, appunto, la squadra risentiva di un evidente squilibrio, ma è lampante che la Juve ha sempre bisogno di qualità per riuscire a fare la differenza. Non a caso, l’inserimento di Nedved, che ha poi offerto l’assist a Chielli­ni, è stato decisivo come importante è stato l’in­gresso in campo di un Sissoko che ha contri­buito, negli ultimi minuti, a gestire meglio il possesso del pallone davanti alle continue e or­mai disperate folate offensive dei granata.
Il Toro non esce ridimensionato da questa scon­fitta. Anzi, ai granata resta più rabbia (anche per quell’occasione di Stellone che ha sorvola­to la traversa) che delusione. Si interrompe la serie positiva, ma la sensazione di un Toro in sa­lute rimane, soprattutto in vista delle prossime sfide che risulteranno decisive per la salvezza. Aproposito della classifica, Mourinho, dall’al­to del suo primo posto, bontà sua, ha voluto ri­sparmiarsi in commenti sul gol fantasma realiz­zato (?) da Balotelli (che continua ad avere in campo atteggiamenti discutibili). Di sicuro l’In­ter ha una fase offensiva e una difensiva ormai molto chiare. La prima è: palla a Ibrahimovic che poi ci pensa lui. La seconda è: avere in por­ta Julio Cesar. Ci sembra poco per andarne fie­ri, soprattutto per chi è venuto in Italia con l’a­ria di insegnare qualcosa agli altri. Finora le uniche “lezioni” sono state date in alcune con­ferenze stampa da pub.

 
 
 
 
 
 
 

Ranieri è un signore e ri­sponde sempre al telefo­no, ci sarà rimasto male quan­do Mourinho ha lasciato squil­lare a vuoto il cellulare veden­do apparire il numero del col­lega. Chissà che cosa voleva dirgli l’allenatore della Juve. Di sicuro, il tecnico nerazzur­ro si è comportato male per l’irriverenza (non è la prima volta) e per l’indelicatezza esi­bita nel comunicare l’episodio ai giornalisti. Non è stato l’u­nico scivolone di Mourinho. Ieri mister Josè è stato prota­gonista di un autentico show mandando in onda la sua rab­bia contro la stampa, contro Ranieri e Spalletti, contro un clima che non gli piace e lo in­duce a contare i giorni che lo separano dal suo mese e mez­zo (beato lui) di vacanze. Dal­l’alto dei 9 milioni di euro che guadagna all’anno è facile pontificare contro tutti. In fondo, se dovesse finire male, andrà via con un bel mucchio di soldi e tanti saluti alle chiac­chiere e a chi si arrabbia. Pronto a firmare un altro con­tratto miliardario. Però lui specifica: «A me non piace la prostituzione intellettuale…». Da urlo.
Al di là dell’aspetto coreogra­fico e delle simpatie o antipa­tie che suscita Mourinho, abi­tuato spesso a spaccare l’opi­nione pubblica per le sue posi­zioni forti, il tecnico dell’Inter ha usato parole e concetti ver­gognosi per un motivo molto chiaro: ha paura e non regge la pressione. L’avete visto al termine del suo intervento? Aveva gli occhi lucidi come se stesse per piangere e il suo vol­to era provato come dopo una notte insonne. Gli altri allena­tori che lavorano in Italia, pur non percependo gli stessi com­pensi di Mourinho, sono inve­ce temprati a reggere le tensio­ni. E, francamente, una spara­ta come quella del tecnico ne­razzurro rappresenta una ve­ra novità (negativa) per il no­stro campionato. Guardate le reazioni che ha suscitato. Ri­portiamo una perla della con­ferenza stampa: «E’ meglio che Marino e Novellino non giochino contro Roma e Juve. Che mandino la seconda squa­dra o la Primavera. Chissà, magari sarà meglio anche per noi perché sta arrivando il giorno dello scandalo». Che cos’è questa? Istigazione? O invece, considerandolo un semplice paradosso, soltanto tanta paura per un avversario che si è avvicinato in classifi­ca? Torniamo su questo tema perché è forse quello centrale. Mourinho ha un punto in me­no rispetto all’Inter dello scor­so anno guidata da Mancini e nell’imminenza dell’incontro di ritorno contro il Manche­ster ricordiamo che nell’ulti­ma Champions i nerazzurri furono eliminati negli ottavi. Dunque, il tanto esaltato Spe­cial One rischia di non fare meglio del suo predecessore. Comprendiamo lo smacco, meno le parole usate per lo spavento.