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La sconfitta della Juve pone qualche interrogativo. Prima di tutto l’approccio alla gara: la Juve non l’ha mai affrontata con il carattere delle gare migliori. Secondo, un lento, ma evidente declino fisico. Terzo, l’appannamento di alcuni giocatori chiave: Nedved, Sissoko, Legrottaglie, Amauri, Marchionni e Grygera. Quarto, il mancato apporto di un giocatore chiamato a fare la differenza in assenza di Alex: Giovinco.

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Da qualche giorno notiamo un certo nervosismo attorno alla Juve. La squadra bianconera è diventata improvvisamente bersaglio di critiche su una questione molto delicata: gli arbitri. Bene noi siamo andati a fondo e sul giornale pubblichiamo una tabella sugli errori degli arbitri dalla quale si evince che la Juve non è assolutamente fra le squadre che ha ricevuto particolari favori, anzi. Ai primi posti ci sono squadre insospettabili come Lecce e Bologna. Dunque? La verità è che la Juve torna a fare paura davvero. 

L’allenatore dell’Inter Mourinho, espulso durante Inter-Samp, ha detto delle cose gravi sull’ultimo arbitraggio della Juve. Se le poteva risparmiare. Ma è il secondo indizio che conferma la nostra ipotesi. La Juve fa paura e questo crea molto nervosismo. Meditate, gente.

 
 
 
 
 
 
 

Degli errori arbitrali non ne abbiamo mai fatto una malattia. Ieri Saccani ha “ top­pato” due volte. Svista grossolana la prima ( rigore su Jovetic), peccato veniale il secondo ( gol annullato a Gilardino per un fuorigioco che non c’era, questione di millimetri). Gli sbagli del direttore di gara fanno parte del calcio: prendere o lasciare. Altra cosa sono le sviste ripetute a favore di una sola squadra, ma non è questo il caso. L’anno scorso la Ju­ve fu pesantemente penalizzata in una sola partita dall’arbitro Bergonzi ( due rigori ine­sistenti) che consegnò la vittoria al Napoli. Al­lora c’era l’aggravante di un direttore di ga­ra non sereno perché forse condizionato da altre vicende.
Detto questo, la Juve è al primo posto in clas­sifica insieme all’Inter. Un risultato fantasti­co che metterà certamente ancora più pres­sione ai nerazzurri impegnati stasera contro la Samp senza un Ibra squalificato e con un Mourinho agitato.
Anche gli aspetti negativi di questa partita sembrano comunque segnali divinatori. Fran­camente è stata la peggior Juve della seconda fase, dal dopo- Napoli, per intenderci, in poi. In campo è successo di tutto. Fra il bello e il brutto segnaliamo in ordine sparso il rientro di Buffon ( determinante su Gilardino, ma an­che incerto in occasione del gol realizzato dal­lo stesso attaccante viola e poi annullato), la perla di Del Piero ( un assist favoloso per Mar­chisio), ma anche la rabbia del capitano che non ha digerito la sostituzione, la scialba se­rata di Nedved ( anche il pubblico attendeva più la sostituzione del ceco di quella di Alex). Fa niente: la partita va in archivio con le sue bellezze ( soprattutto il gol) e le sue contraddi­zioni. In certi momenti del campionato ( come della vita) contano i risultati. Le polemiche accompagneranno sicuramente questa gara, ma il significato dell’impresa della Juve tra­volgerà ogni parola con la forza dei fatti. Ora l’obiettivo non può essere più un’ipotesi, ma si chiama scudetto e sarà la dolce ossessione di tutti i giocatori juventini fino al termine della stagione. Un sogno che si accompagna naturalmente anche a quello della Cham­pions, senza dimenticare la coppa Italia.
Sulla spinta di questo entusiasmo si potranno rattoppare quelle piccole falle ( dovute anche a defezioni importanti) che hanno riportato indietro la Juve nel tempo. Ieri si è molto sen­tita la mancanza dello squalificato Sissoko, come di Chiellini. Ma il bello è sapere che en­trambi ci sono anche se momentaneamente bloccati ai box. La Juve, forse, si godrà per poche ore questo primato, ma è bello riveder­la lassù.

 
 
 
 
 
 
 


L’analisi dei numeri al termine del girone d’an­data dice che la Juve ha compiuto un’impre­sa straordinaria. E’ seconda a soli tre punti di di­stacco dall’Inter. Non solo, rispetto alla scorsa sta­gione ha guadagnato una posizione (era terza), ha sette punti in meno di distacco rispetto ai nerazzur­ri (erano dieci!) e ha quattro punti in più in classi­fica.
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Ricardo Kakà, attaccante del Milan
Un mercato che sembrava non presentare colpi eccezionali improvvisamente si anima con quello che ha tutta l’aria di essere l’affare più costoso di tutti i tempi. La cessione di Kakà al Manchester City. Ciò induce a più di una riflessione. Questo sarà solo il primo passo della società inglese in mano agli sceicchi. Il prossimo (o uno dei prossimi) potrebbe essere Buffon, se ne parla da tempo. Il Milan ha fatto la sua scelta molto discutibile e forse traumatica per i tifosi. Certo, con i soldi che incasserà potrà ricostruire la squadra come fece a suo tempo la Juve cedendo Zidane.

Altro punto: la razzia della società inglese rischia di impoverire il nostro campionato, ma soprattutto come reagiranno gli altri club a fronte del nuovo “mostro” calcistico che sta costruendo il Manchester City? L’interrogativo riguarda tutti, Juve compresa. Il mercato è anche questo: un continuo squilibrio e riequilibrio. I progetti societari dovrebbero prevedere simili varianti e adeguarsi in qualche misura.

 
 
 
 
 
 
 

La vittoria contro il Siena serviva come il pane e la Juve ha stretto i denti con orgoglio smisura­to pur di raggiungerla, perché dietro questo succes­so ora i bianconeri inquadrano, a soli quattro pun­ti di distanza, un’Inter sempre più vicina e sempre più ricca di problemi. Non è stata una gran partita, ma non importa, ci sarà tempo per recuperare rit­mo e sicurezza di gioco.

Certo che Ranieri non si smentisce mai. Ma davve­ro l’allenatore della Juve crede che l’ottima caval­cata dei bianconeri sia merito suo? Presunzione o protagonismo? Ma quale cretino o Einstein (frase sua)? La verità è che il tecnico bianconero stava per rompere un ottimo giocattolo ad inizio stagione, sal­vo poi ravvedersi e rattoppare in fretta e furia tutte le crepe che aveva creato. Aggiungiamo che grazie anche alle critiche di questo giornale, Ranieri ha proposto un gioco con i reparti più compatti e un ap­proccio alla gara sempre proteso alla ricerca del gol­tranquillità. Atteggiamenti tattici e mentali che la Juve, nella prima parte della stagione, non applica­va in campo. Non solo, si è stabilito, come avevamo chiesto, un dialogo migliore con alcuni giocatori fon­damentali. Se bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, occorre un’analisi approfondita e soprat­tutto sincera. Il tecnico continua a manifestare insof­ferenza nei nostri confronti a causa del titolo: “Ra­nieri, via”, ma evidentemente non sa o il suo amor proprio gli impedisce di capire quanto, quel titolo, gli sia stato utile. Il nostro quotidiano non ha mai fat­to una campagna personale (logica che non ci ap­partiene) contro Ranieri, ma ha espresso sempre e solo una critica giornalistica. Non ci andava di rive­dere difetti emersi anche nella scorsa stagione e ri­conducibili alla fiacchezza della guida tecnica. Era­vamo convinti, come rimaniamo convinti, del poten­ziale umano e professionale di una Juventus compe­titiva sia per il campionato, sia perla Champions. In estate abbiamo più volte esortato i dirigenti bianco­neri ad aggiungere qualità a centrocampo e siamo rimasti fortemente perplessi di fronte alla scelta, vi­dimata da Ranieri, di acquistare un altro interdito­re come Poulsen attraverso il quale si manifestava il cambiamento di idee del tecnico rispetto alla sta­gione precedente nella quale invece aveva puntato soprattutto su Tiago. Amen. Avevamo ragione noi. La Juve si esprime meglio al centro del campo quan­do riesce ad abbinare robustezza e piedi buoni che addirittura sono stati ritrovati in quel Tiago, psico­logicamente recuperato e adesso in Marchisio.

Il punto cruciale della vicenda, però, è un altro e lo diciamo con chiarezza: noi stiamo con la squadra. I giocatori della Juve sono riusciti a forgiare, con la propria forza, con il proprio convincimento e con la dottrina di fuoriclasse diventati autentici maestri di vita per i giovani, un gruppo che ha superato traver­sie incredibili. Difficoltà alle quali non tutti hanno re­sistito (andando via nell’estate del 2006) anche per banalissimi e volgarissimi motivi economici. Quelli che sono rimasti, e che rivendicano con orgoglio gli scudetti vinti sul campo, hanno piantato il seme del­la quercia cresciuta nella scorsa stagione e germo­gliata quest’anno. Ranieri faccia il giardiniere con diligenza: sfrondi qua e là, poti dove c’è da potare ma stia attento a non tagliare i rami vitali di questa pianta con scelte o decisioni sbagliate. Il tecnico del­la Juve ha 57 anni e per quanto ci racconti di Palan­ca e del suo Catanzaro, del Chelsea arrivato fino al­la soglia di qualche successo e dei pochi aneddoti di una carriera lunga, ma povera di vittorie, non fac­cia danni. Stia vicino, come sta facendo, a questi ra­gazzi che hanno una gran voglia di vincere e ne ap­profitti perché in fondo al percorso potrà finalmen­te cogliere quel primo significativo trionfo che inse­gue da una vita. Lo aspettiamo anche noi.

 
 
 
 
 
 
 

Claudio Ranieri, allenatore della JuventusTorna il campionato, evviva il campionato. Leggi tutto

 
 
 
 
 
 
 

Sorpresa, la cupola non c’è più, o s’è incrinata di brutto. Leggi tutto