
Sì, è stata una giornata di giochi di mano. Come quelle, mani, che mette avanti Adriano Galliani affermando che Ibra non può prendere più di due giornate di squalifica però è difficile non giudicare violento il comportamento del milanista. La rispettabile opinione del vicepresidente del Milan si proietta casualmente proprio sul confronto di campionato fra Milan e Juventus, appunto fra tre giornate. Ma guarda un po’? Come se un giudice possa tener conto del calendario per comminare le sue sanzioni. Opinioni e interpretazioni relative al caso Ibra in Milan-Napoli a parte, va invece sottolineato l’errore dell’arbitro Peruzzo che non assegna un rigore solare alla Juventus contro il Siena. Fa bene Conte a non nascondersi dietro l’alibi di un rigore non dato per giustificare la mancata vittoria sulla squadra toscana ottimamente plasmata da Sannino, come fa altrettanto bene Marotta a pretendere arbitri di livello internazionale per le partite della formazione che guida il campionato, anche alla luce della particolare classifica dei rigori concessi in questa stagione che vede il Milan al primo posto con sei penalty e la Juve all’ultimo con uno. Singolare vero? Il campionato entra nel vivo e tra coppa Italia, recuperi e Champions lo scontro fra Juventus e Milan diventa incandescente. Occhio a non scottarsi le mani. Con certi giochi.

Un grazie grande quanto la Mole bisogna rivolgerlo ad Antonio Conte. E’ lui l’artefice di questo miracolo. Sinceramente, indipendentemente dai nomi dei giocatori, uno spirito di squadra così devastante, raramente si vede sui campi di calcio. Il miglior complimento arriva soprattutto dai rivali. L’ultimo di turno, Colantuono, ha definito la Juve una squadra «impressionante» «soffocante» e «formidabile» sotto tutti i punti di
vista.
Le statistiche nel calcio, come sempre, lasciano il tempo che trovano, buone a far sbilanciare su terreni arditi chi ci crede e prontamente smentibili alla giornata successiva, ma sui grandi numeri assumono consistenza attendibile. Chi arriva in vetta a metà campionato, due volte su tre, vince lo scudetto. A questo punto è legittimo pronunciare per intero e con consapevolezza una parola troppe volte sprecata in queste ultime stagioni. La Juve ha affrontato tutti ed è prima al giro di boa. Non solo; anche a detta di un grande esperto come Arrigo Sacchi è la formazione che esprime calcio innovativo e di livello internazionale. Sconvolge gli avversari per intensità e capacità di gioco. Prima della sfida con l’Atalanta il suo difetto era creare molto e raccogliere poco. Sta migliorando anche sotto questo aspetto. Un palo, una traversa e almeno altre tre occasioni ma il successo contro i bergamaschi arriva con due gol di scarto. Per la cronaca uno più bello dell’altro.
E vogliamo parlare di chi è subentrato? Formidabile Giaccherini, eccellente Marrone. Fa bene
Conte a chiedere ancora di più ad Agnelli. Accontentarsi adesso sarebbe imperdonabil

È accaduto quello che non ti aspetti: nella giornata in cui la Juventus ha la sensazione di aver sciupato un’occasione, il derby le regala la gioia infinita di ritrovarsi da sola in testa a un turno dal termine del girone d’andata. A rendere la giornata ancora più clamorosamente favorevole ai bianconeri ci pensa anche la sconfitta dell’Udinese. Conte può tirare un sospiro di sollievo e, oltre a ringraziare Ranieri, può chiedere con più vigore un sostanzioso intervento della società sul mercato.
Servono acquisti veri altrimenti si rischia di sciupare tutto il buono fatto finora. Occorrono rinforzi a centrocampo e in difesa. Nomi veri come quelli di Behrami, Nainggolan e Caceres. Abbassare solo per questione di soldi l’asticella della qualità sarebbe improduttivo e dannoso. La parola passa a Marotta, ma soprattutto ad Agnelli. Il vertice di mercato avvenuto nello spogliatoio al termine della partita col Cagliari è servito per focalizzare ulteriormente le necessità. Conte sta facendo miracoli e merita uno sforzo da parte della società.
La gara contro i sardi è infatti la fotografia di una Juve con l’organico limitato e soprattutto senza valide alternative in settori nevralgici. Il malessere è ormai risaputo e si evidenzia anche nella incapacità di realizzare il secondo gol. E’ il vero grande peccato dei giocatori di Conte che ieri hanno giocato come sempre con grande intensità fallendo però il colpo del ko. Almeno un paio di volte con Matri, poi clamorosamente con Del Piero (quando gli capita un’altra palla così?), con Vidal, per non parlare di quello che ha divorato l’ormai inguardabile Krasic. Comunque la Juve può fare tesoro della partita col Cagliari per migliorare i difetti ed esaltare i tanti pregi. La squadra ha gioco, dinamismo, intesa: sarebbe un peccato non crescere ancora grazie, anche, a indispensabili rinforzi.

I casi della vita: ora la Juventus dovrà tifare per Ranieri, l’allenatore che solitamente offre il meglio di sé nel suo primo anno di lavoro e poi va in crisi di durata. Se nel derby dovesse frenare la corsa del Milan, i tifosi della Juventus potrebbero derogare (per una sola giornata) all’altrettanto cronica avversione per la squadra nerazzura. Scherzi del campionato che ieri ha regalato una giornata molto significativa.
Quella di Lecce potrebbe essere stata la madre di tutte le partite per la Juve del 2012. E solo chi ha vissuto da vicino le ultime stagioni dei bianconeri può capire di che cosa parliamo. Spesso le ripartenze dopo la sosta natalizia sono state mortificanti per una squadra che, invece, stavolta ha saputo reagire con umiltà e concretezza pur avendo nelle gambe carichi di lavoro ulteriori che saranno utili nel finale. Da oggi in poi comincia un altro campionato. Quello che porterà la Juventus a comprendere se potrà conquistare qualcosa in più della qualificazione in Champions che resta il primo obiettivo della stagione e indicato con chiarezza nel discorso programmatico del presidente Agnelli. La squadra bianconera lo fa con un vantaggio di 7 punti sul quarto posto, posizione che potrà dare ulteriore slancio a un mercato invernale commisurato alle reali esigenze della squadra. Anche le avversarie cercano di rinforzarsi, ma la Juventus sta dimostrando che la differenza non la fanno solo i soldi.
Mentre i rivali sportivi di sempre si contendono Tevez a suon di offerte milionarie e mostrano i muscoli in vista della supersfida milanese, la Juventus procede sul suo sentiero con i piedi per terra. La frase di Conte («Con la crisi che c’è in giro non possiamo spendere cifre folli») è giustamente inserita nel contesto in cui viviamo e rimbomba fragorosamente in un mondo dorato e un po’avulso dalla realtà. Eppure la Juve è in vetta con il Milan a due giornate dal termine del girone d’andata, segno evidente della bontà del lavoro svolto finora da società, tecnico e giocatori.
Bravo l’allenatore a tenere sempre le redini ben salde senza farsi distrarre dal fiorire di complimenti. E’ il suo momento visto che la Juve ha stabilito una striscia iniziale positiva da record con 17 risultati utili consecutivi ma il tecnico sa che l’organico è ancora inferiore, sulla carta, a quello di Milan, Inter e Napoli. Se la gioca con l’Udinese e non può sottovalutare la Roma. Sono altre le armi su cui punta per colmare il gap: organizzazione, mentalità, metodiche di allenamento, approccio psicologico che esaltano un rapporto
trasparente con la squadra.
«Non sono io a chiedere giocatori, ma non c’è giocatore che arrivi alla Juve senza il mio consenso»: un modo garbato e intelligente per far capire quanto sia capillare il suo inserimento in ogni scelta della società. In questo momento storico sempre più legato alla comunicazione ci sembra che Conte non parli mai a vanvera. E fa bene; è l’unico modo per farsi ascoltare.

Diego Della Valle rompe gli indugi e passa all’attacco avviando un’azione legale contro Guido Rossi. Le parole che hanno fatto traboccare il vaso sono state espresse giovedì sera dall’ex commissario straordinario della Federcalcio il quale, rispondendo all’invito dello stesso Della Valle a dire la verità sull’oscuro periodo di Calciopoli, affermava con distacco: «Parlano le sentenze». Già, ma quelle sentenze non tenevano conto delle telefonate emerse al processo di Napoli e che sarebbero state rilevantissime per la giustizia sportiva come certificato dal procuratore federale Stefano Palazzi con il suo pronunciamento nel quale – stante la prescrizione – riscontrava per l’Inter «una responsabilità diretta ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale e la lesione dei principi di alterità, terzietà imparzialità e indipendenza in violazione del pre vigente articolo 6 del codice di giustizia sportiva in vigore all’epoca e oggi sostituito dall’articolo 9». E contestava a Moratti la violazione dell’articolo 1. L’indagine portata avanti dal Carabinieri guidati dal colonnello Auricchio non tennero conto di quelle telefonate come di altre che avrebbero avuto un peso fondamentale per il processo sportivo. E’ questo il buco nero da chiarire agli occhi di Della Valle che vuole delle risposte non solo da Guido Rossi, ma probabilmente da Attilio Auricchio come da Francesco Saverio Borrelli che fu posto dallo stesso Rossi alla guida dell’ufficio Indagini. Qualcuno dovrà spiegare perché non si tenne conto delle parole di Paolo Bergamo che nell’interrogatorio dell’8 giugno 2006 da parte dell’ufficio indagini dichiarò: «Parlavo con tutti» e perché non vennero prese in considerazione le interviste di Tavaroli (che ammise l’opera di dossieraggio sul calcio), di Nucini (che disse di avere rapporti con l’Inter) e di Cipriani (che ammise di aver spiato per conto dell’Inter). Per non parlare delle telefonate segnalate come “rilevanti” (i famosi tre baffi) e scartate perché non riguardanti la cupola individuata dall’indagine. Su questo Diego Della Valle chiede risposte limpide e non battute da parte di chi intima «a far tacere» (come, di grazia?) chi parla di certi argomenti.

Non è andata male. Si poteva ottenere di più, ma il tavolo della pace è stato un primo, significativo passo sulla strada della revisione di un periodo difficile per il nostro calcio. La pietra miliare è stata posta con l’ammissione da parte di tutti i partecipanti che «Calciopoli fu giustizia frettolosa». Si è convenuto, attraverso un documento non reso pubblico, ma letto durante la riunione, che l’indagine fu troppo rapida e arrivò a sentenze, appunto, affrettate senza consentire alle difese di esprimere compiutamente e legittimamente il proprio ufficio. Era ora!
Sono le prime, clamorose conclusioni su quel pazzesco processo sportivo che andrebbe finalmente e definitivamente collocato nella sua giusta dimensione: un aborto giuridico. Certificato, oltretutto, dalla relazione del procuratore federale Stefano Palazzi scritta lo scorso 1° luglio. In quel documento, nelle 24 pagine dedicate all’Inter, veniva sostenuto che quella del club nerazzurro sarebbe - se non coperta dalla prescrizione - «una responsabilità diretta ad assicurare un vantaggio in classifica in favore della società Internazionale, mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale e la lesione dei principi di alterità, terzietà, imparzialità e indipendenza in violazione del pre vigente articolo 6 del codice di giustizia in vigore all’epoca e oggi sostituito dall’articolo 9». Per l’Inter, secondo Palazzi, «responsabilità diretta e presunta». Per il presidente Moratti, invece, il rilievo mosso è stato di violazione dell’articolo 1. D’accordo che su questo caso sia intervenuta la prescrizione, ma a un tavolo di ricomposizione di quei fatti non si poteva evitare di riconoscere il pasticcio compiuto all’epoca (all’Inter venne assegnato persino uno scudetto a tavolino in nome di un’etica che, secondo Abete, non dovrebbe andare mai in prescrizione) e documentato, appunto, dalla relazione di Palazzi.
Non tragga in inganno l’apparente amarezza con la quale si è concluso il confronto al termine di quasi cinque ore di discussione. Davanti alle telecamere nessuno dei protagonisti ha mostrato ottimismo perché su questo argomento c’è ancora molto da lavorare, ma la strada è stata aperta. Critico il patron della Fiorentina Diego Della Valle che non amando il politichese avrebbe gradito la sottoscrizione di un documento più coraggioso e comprensibile dalla gente. La disponibilità c’è, come restano aperti i ricorsi con richiesta danni che il presidente della Juventus Andrea Agnelli porta avanti con convinzione e non per assecondare le velleità di qualche suo avvocato. Comunque ci saranno tempi e modi per allontanare lo scontro dalle aule di un tribunale. Lo scetticismo del presidente del Coni, Gianni Petrucci è motivato più dalla mancata pubblicazione di un documento condiviso che dall’effettivà bontà dell’incontro. Vero, le ferite sono profonde, le posizioni radicalizzate, ma aver convenuto sul reale valore di quel processo sportivo è una nuova prospettiva con la quale guardare al futuro.
Il tavolo della pace poteva essere un flop, non lo è stato. Ora si prosegua, ma tutti facciano un passo indietro rispetto all’intransigenza delle proprie posizioni: lo compia Agnelli sulla richiesta danni, lo realizzi Moratti sullo scudetto ricevuto a tavolino, lo esegua Abete sul ruolo della federcalcio.

Non è più il tempo dei sagomanti o delle prese in giro che, spesso, sono le due facce della stessa medaglia. Oggi contano i fatti, la serietà, le scelte. E il coraggio. Torino è un laboratorio interessantissimo. Si batte su molti fronti e su ognuno di essi propone modelli o soluzioni. Intendiamoci, parliamo di dinamiche in un periodo di crisi nera, quindi nulla su cui sorridere, ma chi può farlo, oggi, in Italia? Però dal salone del libro, al festival del cinema, ai 150 anni dell’Unità d’Italia; dalla Fiat a un piano avveniristico di urbanizzazione; dal Politecnico (il cui rettore oggi è un ministro) fino al calcio c’è tanto su cui riflettere.
A Torino il pallone sta trovando una nuova dimensione con due club in testa ai rispettivi campionati. Entrambi i cammini sono frutto di determinazione, di scelte e, appunto, di coraggio. Strade trovate anche dopo alcuni errori. Insomma nessun “miracolo” dietro i successi, ma lavoro e ricerca della qualità. La Juventus è ancora un cantiere e se non si lascerà sedurre dalle tante sviolinate riuscirà a completare l’opera ovvero la costruzione di una squadra e di una mentalità vincente. Il Torino ha un percorso più lungo davanti, ma è finalmente nella direzione giusta.
Juventus e Torino sono esempi di un cambiamento determinato da logiche di mercato e da modelli economici, perché in ogni campo, anche quello legato alle passioni, alle emozioni e all’amore per la propria squadra, bisogna far quadrare i conti. Dunque ben vengano investimenti su uno stadio perché poi darà i suoi frutti, giusto evitare aste sui giocatori in nome di un fair play che si impone ancor prima di essere imposto. Inevitabile curare organizzazione e creare progettualità. Ma basilare è poi lavorare e competere in un mondo in cui esistano regole certe e valide per tutti. E il nostro calcio non è affatto questo luogo.
Guardiamo con attenzione all’iniziativa di Petrucci di offrire una data (14 dicembre) per suturare/non suturare vecchie ferite di un sistema sbagliato. Ma riteniamo che l’idea lanciata da Diego Della Valle, ripresa da Andrea Agnelli e accolta dal presidente del Coni non fosse questa. Ogni annacquamento rispetto alla via maestra di una spiegazione nitida sulla giustizia sportiva del 2006 non avrebbe alcun significato.
Mantenere segreta l’agenda della discussione e un alone di mistero sul nome degli invitati non facilita il raggiungimento dell’obiettivo finale che resta quello, molto più profondo, di riformare l’intero settore su questi cardini: credibilità delle istituzioni, codice di giustizia sportiva, riforma dei campionati, diritti televisivi e legge sugli stadi. Perché Abete non tiene conto delle forti richieste di cambiamento che gli giungono da più parti e si arrocca nella difesa dell’indifendibile? Lo diciamo con spirito costruttivo e con assoluto rispetto delle figure istituzionali, ma non è con atteggiamenti natalizi che si risponde a chi ha bisogno di regole certe per poter continuare a investire in un gioco.

Si può dire ciò che si vuole, ma ieri sera all’Olimpico di Roma si è vista una grande Juve. Proprio perché non è stata la migliore dall’inizio della stagione, certamente meno spettacolare del solito, ma solida, concreta e soprattutto squadra vera che ha saputo condurre la partita dal primo all’ultimo minuto, che ha affrontato, respinto, colpito, contenuto e infine domato un avversario solidissimo che non ci stava a perdere, ma forse nemmeno a pareggiare.
L’avevamo detto prima di questo miniciclo terribile: la Juve doveva dimostrare il suo effettivo valore contro la Lazio e martedì affrontando il Napoli. Il primo esame è stato superato alla grande. La Juve è cresciuta ovunque. Il sintomo più importante è che migliora sempre, partita dopo partita. Vero, nella serata contro la Lazio è mancato il colpo del ko, anche se sfiorato più volte (in particolare col palo di Matri), ma è stata impressionante la personalità della squadra di Conte che ha saputo seguire il suo allenatore in ogni fase della gara. Soprattutto all’inizio del secondo tempo quando ha lasciato sfogare la Lazio (andata vicinissima al pareggio con il palo colpito da Hernanes) e poi è salita in cattedra mantenendo magistralmente il controllo del gioco fino a sfiancare un rivale arrivato alla fine stravolto dalla fatica. Questo è il primo, vero segno, da anni, della nascita di una nuova mentalità, finalmente. E ora il Napoli, ma sempre con i piedi per terra (il palo colpito dalla Lazio trema ancora).

Ci sono partite del calcio italiano che fanno dormire. Se vedi la Juve no, hai sempre la sensazione che voglia vincere giocando bene. L’elogio attraverso la tv (Mediaset Premium) arriva direttamente da Arrigo Sacchi. L’allenatore che rivoluzionò il mondo del pallone con il suo Milan non è solito fare complimenti, ma stravede per Conte. Non sbaglia, anche perché il tecnico della Juve sa gestire i momenti difficili e paradossalmente
questo è uno di quelli. Proprio per i tanti complimenti che giustamente gli piovono addosso. Riuscire a governare le emozioni, saperle incanalare verso la squadra senza farle mai perdere concentrazione, visto che ancora non si è raggiunto nessun traguardo, è compito che Conte sa amministrare con sicurezza: «Il punto lo faremo al termine del girone d’andata». E chi può dargli torto visti gli impegni che l’attendono: Lazio e Napoli, entrambi fuori casa. Sì, il test contro il Palermo è stato insidioso e superato in modo trascinante, ma le prossime due partite diranno molto sulle reali ambizioni della Juventus. La ricetta è piedi per terra, concentrazione e applausi ai giocatori: da superMarchisio a numero 1 Buffon, a guerriero Vidal, a direttore Pirlo, a frecciarossa Lichtsteiner, a onnipresente Pepe, a martello Chiellini, a mitra Matri, a genio Vucinic, a ritrovato Quagliarella. Senza però trascurare gli altri, sarebbe sbagliato. Ottimo lavoro Conte, ottima Juve. Per ora, s’intende, anche se è prima e con una partita in meno.

A chi giova questo tavolo? Al calcio, si dirà. Ma in che senso? Procediamo con ordine e riconosciamo il copyright dell’idea a Diego Della Valle che in tempi alquanto agitati propose una riunione delle parti. Non andò in porto per diversi motivi, primo fra tutti il rifiuto di Moratti. Ora, evidentemente, i tempi sono maturi e, da sponda interista, giungono segnali positivi. Sarà tutta una commedia? Sarebbe sbagliato affermarlo a giudicare dalle durissime parole usate dal presidente del Coni, Gianni Petrucci, che hanno dato il via alle danze: «Non so se sia giusto aver assegnato quello scudetto all’Inter, non sta al Coni dirlo. Le regole però sono state rispettate e per il Coni il discorso è chiuso. Chi lo vuole riaprire creerà problemi alla serenità del calcio italiano».
A una porta sbattuta così violentemente sulla faccia della Juve faceva anche seguito un invito ai sostenitori bianconeri a «essere meno tifosi e ad usare il buon senso». Si fosse conclusa qui la vicenda, avremmo umilmente invitato il presidente Petrucci a cambiare tono perché non è questo il modo con il quale il numero uno dello sport italiano può rivolgersi a circa 14 milioni di sostenitori. Pur riconoscendo il carattere sanguigno e schietto di Petrucci, tutto ha un limite. Il discorsetto puntuto, teso a colpire anche l’eccessiva litigiosità della Lega e la sovraesposizione mediatica degli avvocati in ogni vicenda calcistica, ha però avuto un seguito molto interessante su sponda Juventus.
La conferenza stampa del presidente Andrea Agnelli è stata persino sorprendente: decisa e documentata, ma anche garbata e distensiva. Chi si aspettava una risposta rovente è rimasto deluso perché l’esposizione ha trovato il suo culmine, appunto, nella proposta di aprire un tavolo di dialogo con Ministro dello sport e Coni. Idea accolta immediatamente dallo stesso Petrucci, al quale Agnelli concederà il pallino di impostare la discussione. In un periodo di durissimo scontro fra la società bianconera e istituzioni sportive, riteniamo che questa mossa abbia il valore di un armistizio. Nessuno in questo momento può ipotizzare i termini dell’incontro, ma Agnelli è stato chiaro: «Fateci capire perché abbiamo subito un diverso trattamento davanti alla giustizia sportiva».
Dal Coni trapela che a questo tavolo non si potrà parlare di scudetti revocati e riassegnati, così come l’Inter fa sapere che certe vicende sono chiuse. E allora? Chi si veste da falco ritiene che questa sia l’unica strada a disposizione della Juventus per uscire da una situazione molto delicata dopo le battute d’arresto sul fronte del Tnas e dell’Uefa. E’ anche vero che su sponda bianconera nessuno è disposto a deporre le armi. Sorge dunque spontanea una domanda: chi paga? Per ora solo la Juventus…