Tutto Sport

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Gaetano D'Agostino, centrocampista dell'Udinese
Il mercato della Juve è in una fase cruciale. Dopo Diego e Cannavaro si attende il regista. La trattativa non sembra facile però la Juve si sta muovendo su più fronti. Salvo sorprese il lotto dei candidati si restringerà sempre più su due giocatori: D’Agostino e Felipe Melo. La sensazione che dietro tutte le strategie di mercato ci siano idee chiare è forte. Il cambio di marcia rispetto alla scorsa stagione è notevole. Sia per la caratura dei giocatori presi e da prendere, sia per il modo di condurre le trattative. Abbiamo anche il ragionevole presentimento che una volta trovato il regista la Juve non trascurerà la difesa. Insomma ci sono tutti i segnali per avere fiducia in attesa di tuffarsi nella nuova stagione con un ritrovato entusiasmo.

 
 
 
 
 
 

 

 

 

160 milioni di euro in poche ore: il Real mette in ginocchio il mercato, piega la resistenza di Milan e Manchester United e si prende di peso gli ultimi due palloni d’oro, Kakà e Ronaldo. C’è qualcosa di immorale (per le facilitazioni statali, per la fiscalità difforme, per la leggerezza con cui si contraggono debiti in Spagna) in questo impatto sul mercato del club di Perez. C’è poi, però, il confronto sportivo: la Juve ha puntato su bilanci in equilibrio e su acquisti mirati, che la stanno riportando in alto. Come annunciato dai dirigenti bianconeri qualche mese fa, anche le spendaccione d’Italia, Milan e Inter, sentono il peso della crisi. E vendono, accorciando distanze ormai nulle per la lotta scudetto: visto i bookmakers? Ma c’è anche la Champions e giova pensare che non sempre - anzi - quasi mai i galacticos che furono vinsero a prescindere. E un anno fa Real-Juve fu 0-2, netto e chiaro. Il progetto Juve può opporsi al progetto delle figurine adesive messe su un album certe volte a casaccio.

 
 
 
 
 
 
 

Ci siamo. Ciro Ferrara sarà il nuovo allenatore della Juventus e anche stando ai risultati del nostro sondaggio quasi l’unanimità della persone è favorevole al nuovo tecnico che alimenta il sogno di rivedere una Juve vincente. Ferrara ha tutti i requisiti per farcela: ha vinto tanto e tutto come la Juve, conosce l’ambiente e sa e saprà essere inflessibile. Lo hanno riconosciuto i suoi ex compagni e ora colleghi: «Ciro ha impostato il rapporto con noi sulla base del rispetto, l’amicizia c’è, c’è stata e ci sarà ancora. Ora il suo ruolo gli impone rapporti diversi».

Ci piace riconoscere in questo momento i meriti della società: ha scelto un allenatore giovane e vincente da atleta. Sta per chiudere con un dg da noi più volte indicato: Marotta, un altro numero uno nel suo campo. E la Juve è l’unica società italiana che ha comprato un grande talento dall’estero: Diego. Sta cercando un regista bravo come D’agostino. Ha richiamato un uomo d’esperienza come Cannavaro, che potrà fare bene alla difesa e siamo certi che la campagna acquisti proseguirà. Insomma, ci sentiamo di dire che questa è una vera e propria svolta da scudetto.

 
 
 
 
 
 
 

E’ diventata una corsa a cinque, ma un Giro d’Italia la gara per conquistare la panchina del club più vincente d’Italia. Il popolo allo stadio ha votato per Ciro Ferrara: acclamato per il doppio successo che ha rilanciato la Juve garantendole il secondo posto. Ma attenzione, grande popolarità e gradimento ci sono anche per Conte e Spalletti. Gli outsider sono Allegri e Ballardini, pronto a liberarsi dal Palermo. Insomma un gruppo di allenatori in grado di far fare il salto di qualità alla Juventus: la dirigenza si è presa dieci giorni di tempo per decidere, per non sbagliare nulla. Tanto è vero che sta curando nei particolari anche la squadra tecnica da mettere a disposizione del nuovo allenatore: in ogni caso bisognerà fare in fretta perché ci sono acquisti importanti da fare e che in ogni caso dovranno veder coinvolto il nuovo allenatore. Questa è comunque una svolta rispetto al passato: la Juve sceglie i giocatori da mettere a disposizione del tecnico, la Juve sceglie lo staff tecnico e quindi lavora in prospettiva, senza vincolarsi ad un singolo uomo attorno al quale doveva ruotare l’intero progetto. Che ne pensate?

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

E’ una questione di stile, ma anche di sostanza. Non si può trattare così un campione come Pavel Nedved costringen­do un fuoriclasse del suo livello a sparare due frasi che equival­gono a cazzotti: «Lascio la Juve, ma non il calcio» e «Non vado via per una questione economi­ca ». Tradotto, significa che con­tinuerà a giocare (ma non nella Juve) e che non ha gradito (usiamo un eufemismo) l’atteg­giamento della società nei suoi confronti.

Ma perché? Al netto del fasti­dio prodotto da tutte le media­zioni di procuratori più o meno esosi, c’è una considerazione che doveva cancellare il resto: l’ex Pallone d’Oro Pavel Ned­ved non è un giocatore come tutti gli altri perché fa parte del manipolo di eroi che ha reso possibile il miracolo di riporta­re subito la Juve in serie A, di farle conquistare il terzo posto (con qualificazione alla Cham­pions) l’anno scorso e di mante­nere, quanto meno, allo stesso livello di competitività la squa­dra anche in questa stagione.

Perché, se qualcuno crede che i meriti vadano anche suddivisi con altri componenti, allora non ci siamo proprio e vi spieghia­mo perché. Sull’allenatore non ritorniamo per evitare di sem­brare persecutori, ma Ranieri, non riuscendo a dare né gioco, né continuità alla squadra (e ci fermiamo qui), è solo la punta dell’iceberg e forse anche un co­modo capro espiatorio dietro il quale non possono essere nasco­ste responsabilità precise della società.

Il presidente Cobolli Gigli e l’amministratore delegato, non­ché direttore generale, Blanc devono riconoscere i tanti erro­ri commessi. Per carità, persone perbene, manager di qualità che si sono assunti il compito di traghettare la Juve in un mo­mento difficilissimo della sua storia, ma adesso basta. La ve­rità va detta e affrontata. La realtà dice che ci vuole un salto di qualità dirigenziale e che non fosse stato per quei campioni (Nedved, Del Piero, Camorane­si, Buffon e Trezeguet), oggi presidente e amministratore de­legato non potrebbero appun­tarsi alcuna medaglia sul petto. Non fosse stato per la rabbia che quegli eroi hanno messo e per la loro voglia di cancellare i momenti brutti, adesso la Juve non si batterebbe per il secondo posto in campionato. Quei fuo­riclasse non si sono mai accon­tentati, hanno sempre combat­tuto per vincere su ogni fronte, alla faccia di tutti i progetti a lunga scadenza. Non ci sono riusciti perché scarsamente as­sistiti e ascoltati. Tutto ciò ha ac­cresciuto lo scollamento fra una solida base di giocatori che ha piantato un seme importante nello spogliatoio e una società latitante, capace di fare emer­gere, invece, tutta la sua legge­rezza.
I problemi da risolvere sono principalmente due. 1) La man­canza di un vero direttore gene­rale o direttore sportivo, chia­matelo come volete, capace di curare i rapporti fra squadra, tecnico e società e in grado di gestire al meglio le operazioni di mercato. 2) L’assenza di un pre­sidente veramente rappresenta­tivo, “pesante” e soprattutto meno discutibile per l’estempo­raneità delle sue esternazioni: basterebbe il recente caso Pan­dev (con bacchettata di Lotito), per non parlare dell’assenza su questioni cruciali quali anticipi e posticipi spesso svantaggiosi e alla lunga determinanti per le gambe dei giocatori.

Siccome ci piace essere sempre costruttivi nelle nostre analisi, ribadiamo che già ad ottobre avevamo segnalato la via per ri­solvere il problema in panchi­na. Caso ha voluto che la nostra indicazione sia stata poi quella adottata dalla società. Ferrara ci sembrava e ci sembra una buona scelta. Nella Juve c’è an­che Gian Paolo Montali, unica voce che si sia più volte levata per sottolineare i problemi da risolvere. Purtroppo non è sta­to ascoltato. Un errore al quale ci sembra giusto porre rimedio consegnando all’ex ct della Na­zionale di volley un ruolo opera­tivo. Aggiungiamo infine, per­ché da lì siamo partiti, che tutti i grandi campioni che hanno aiutato la Juve in un periodo delicatissimo andrebbero trat­tati con uno stile diverso. Per la cronaca, Andrea Agnelli tor­nerà oggi allo stadio per l’addio di Pavel Nedved, dopo un’as­senza di tre anni. La Juve c’è e ha in casa risorse incredibili, basta non sciuparle e metterle in grado di rendere al meglio.

 
 
 
 
 
 
 

Ora la Juve fa tornare a godere. E’ bastata una partita per rivedere la squadra vincere dopo sette gare senza successi, guadagnare la seconda po­sizione in classifica e conquistare aritmeticamente un posto in Champions scansando i preliminari. La domanda legittima da porsi è la seguente: se il cam­bio in panchina fosse avvenuto prima che cosa avrebbe fatto la Juve?
Lasciamo il quesito in sospeso e mettiamo (per il momento) i possibili rimpianti da parte, applaudia­mo, finalmente, a una decisione giusta (da noi invo­cata sette mesi fa) presa dalla dirigenza e guardia­mo al futuro con ritrovata fiducia.

Abbiamo sempre sostenuto che il valore di questa Juve fosse competitivo nonostante qualche lacuna a centrocampo. Lo ribadiamo e lo ricordiamo soprat­tutto agli affezionati dei pronostici e del ritornello «Con questi giocatori non si poteva fare di più». In­vitiamo costoro, che avrebbero comunque apprez­zato anche un quarto posto della Juve, a rivedersi il filmato della partita contro il Siena. Niente di ecce­zionale, per carità, ma è bastato mandare in campo una squadra equilibrata, ridare a tutti i giocatori motivazioni “da Juve”, dettare i giusti ritmi del gio­co senza inutili lanci lunghi, per ritrovarsi con una vittoria per 3-0 che ha improvvisamente cambiato il volto dell’intera stagione bianconera.
Il piccolo miracolo è stato realizzato nel segno di un Ciro Ferrara, che ha saputo “parlare” ai suoi giocatori tanto da ricevere subito una risposta tangibile. Le frasi di ammirazione nei confronti del nuovo allenatore di Zebina e soprattutto di Del Piero sono la testimonianza di un clima com­pletamente mutato. Sciocco e sbagliato sostenere adesso che lo spo­gliatoio era spaccato contro Ranieri. Niente di più falso. Quella Juve era semplicemente svuota­ta di energie mentali e fisiche. Ferrara ha lavo­rato soprattutto sulle prime per ritrovare anche le seconde. Ed è stupendo sentir dire al nuovo tecnico che lui ha adesso in testa una sola cosa: la prossima sfida con la Lazio.

C’è ancora molto da lavorare in questa settimana perdare continuità all’ottimo debutto accompagna­to anche dalla concomitante fortuna di risultati fa­vorevoli alla Juve (ko del Milan e pareggio della Fio­rentina) ma l’aria che si respira è diversa. In pan­china si è visto un allenatore teso, ma deciso e un suo vice (Maddaloni) anche lui proteso a dare suggeri­menti; il quadro era completato dalla presenza del “tattico” Sormani e dai preparatori Rampulla e Scanavino. Ci hanno regalato l’immagine di team velico in grado di riportare il vento in poppa alla barca Juve. Era ora.

 
 
 
 
 
 
 

E alla fine il cambio è avvenuto. La Juve è arrivata a un punto tale da non riuscire a disputare con Ranieri le ultime due partite della stagione. Al suo posto ci sarà Ciro Ferrara. Questo cambio l’avevamo auspicato già il 16 ottobre scorso. E siamo convinti che, forse, la Juve avrebbe potuto ottenere qualche risultato. I cambi in corsa non rappresentano affatto un salto nel buio, anzi, Hiddink con il Chelsea ha dimostrato l’esatto contrario. E’ anche vero però che sarebbe sbagliato adesso avventurarsi in simili previsioni, ma qualche dubbio rimane. Ora c’è da salvare l’accesso diretto alla Champions e Ferrara dovrà far ricorso a tutto il suo carisma per rimotivare una squadra a terra psicologicamente e mentalmente. Riuscisse nell’impresa entrerà anche lui nel gruppo dei candidati a sedere sulla panchina della Juve nella prossima stagione.

 
 
 
 
 
 
 

Quando è il momento di dire la verità, spuntano fuori i “coraggiosi” e con chi se la prendono? Con i giocatori. Invece in questo momento è sbagliato attaccare la squadra: è l’atteggiamento più dannoso che si possa assumere, perché c’è un secon­do posto ancora acquisibile e soprattutto c’è un terzo posto da difendere con le un­ghie e con i denti. Le responsabilità, piutto­sto, sono dell’allenatore e della società. E mai come stavolta emergono chiare, limpi­de, cristalline.
Sabato Ranieri sosteneva: «Potevamo fare di più», ieri al contrario ha detto «Con que­sti giocatori stiamo già ottenendo il massi­mo ». Insomma, si decida. L’allenatore si è spesso contraddetto nella stagione, ma mai con tanta rapidità. In effetti è stato sempre poco chiaro su Poulsen, sul mercato in ge­nere (vedi il caso Diego), su Del Piero, sugli obiettivi della stagione. Un continuo proce­dere a zig-zag, fotografia dell’andamento in campo della sua squadra che dalle stelle delle sette partite vinte consecutivamente è caduta nella polvere dell’ultimo periodo, con sette gare senza vittoria. Ma limitarsi a criticare il tecnico è semplice e riduttivo.
La verità sulla situazione attuale della Ju­ventus trova la sua esaltazione nell’ultimo Cda, seguito poi da una lunga riunione del direttivo sportivo durata più di sette ore. Un incontro nel quale non era presente nes­sun personaggio con conoscenze specifiche di calcio. Spia di una significativa lacuna del club. In qualche modo, però, sono stati delineati i problemi della Juve e, al di là dei formali ringraziamenti a Ranieri, sono sta­ti messi a nudo i guai di un gruppo che da due stagioni non migliora. Anzi. Ieri contro un’Atalanta priva di molti titolari (tra i quali Floccari, Guarente, Padoin, Valdes, Ferreira Pinto) la Juventus ha rischiato an­che di perdere (i nerazzurri hanno colpito tre traverse e Buffon è stato protagonista di interventi decisivi), ma soprattutto è stata surclassata dall’ordine e dall’organizzazio­ne di una squadra che, senza nessuna voglia di strafare, ha messo per ben 12 volte in fuorigioco l’attacco bianconero. Ribadiamo, gli ultimi da colpevolizzare so­no i giocatori. Più vittime che protagonisti di questa situazione. In altri tempi le intem­peranze di Buffon e Camoranesi avrebbe­ro meritato delle sacrosante censure, ma noi comprendiamo quegli atteggiamenti e quegli sfoghi perché nascono soprattutto dalla rabbia di aver buttato via un’altra stagione quando si poteva fare meglio. E siamo convinti che gente come Del Piero e Nedved, o giocatori come Chiellini, Zanet­ti e Legrottaglie, provino lo stesso sentimen­to. Questa squadra ha bisogno di fatti con­creti come, ad esempio, una preparazione che non la svuoti di energia nei momenti to­pici della stagione e anche di un’attenzione alle dinamiche (infortuni e mercato) che la quotidianità propone.
Volete sapere chi è la persona più sensibile a certe problematiche all’interno della so­cietà? Gian Paolo Montali. L’ex d.t. della Nazionale di pallavolo è da mesi che si sbat­te, inascoltato, per fornire una mano con­creta. Niente da fare. La tanto sbandierata compattezza e unità di intenti nel nome del progetto si svuota ogni giorno di valore di fronte a personalismi ed egoismi che stan­no trasformando il club in un mi(ni)stero dove tutto svanisce nella nebbia o nelle ri­picche contro chi osa criticare. Noi ribadia­mo l’elenco delle cose che non funzionano: da due anni la squadra non ha un gioco e un’identità precise, l’approccio alle partite è incostante e spesso sbagliato, la prepara­zione solleva molti dubbi e i continui infor­tuni sono strettamente legati ad essa, la so­cietà non esprime una vera e riconosciuta personalità sportiva in grado di rapportar­si con tecnico, giocatori e intervenire sul mercato. Il peso politico della Juventus non ha salvaguardato la squadra da anticipi e posticipi spesso penalizzanti. L’unico del club a dare legittimità a questi problemi è stato Gian Paolo Montali. Però tutti fanno finta che non esista(no).

 
 
 
 
 
 
 

L’ultimo Cda e il successivo comitato sportivo hanno posto le basi per una svolta importante in casa Juve. Acquisti di qualità, una guida tecnica sicura, possibilmente giovane e riconosciuta sono i capisaldi per non fallire nella prossima stagione. Sinceramente non credo che il riconoscimento per il lavoro svolto da Ranieri possa realmente significare un rinnovo della fiducia al tecnico anche per il prossimo campionato. Troppi gli errori commessi sui quali si è dibattuto soprattutto nel comitato sportivo. In particolare i continui infortuni (con recidive legate forse alla preparazione), lo scadimento della forma atletica, alcune deludenti scelte di mercato e il calo di rendimento contro le formazioni medio-piccole. Sotto accusa è andato tutto lo staff tecnico. Però, alla fine, si è convenuto che il terzo posto della scorsa stagione e la competitività della squadra per buona parte di quest’ultimo campionato costituiscano attestati di stima per l’allenatore. Ora, però, giustamente, si pretende il salto di qualità e allora il discorso cambia. Ranieri non è ritenuto all’altezza per questo passo. Oltre ai soliti noti Spalletti, Conte, Gasperini si pronunciano altri nomi come quello di Wenger, ma c’è anche l’ipotesi di un traghettatore per un anno in attesa di Lippi. Sul fronte mercato, intanto oltre a Diego, la società farà ulteriori sforzi sia per rinforzare la difesa (Kolarov?) sia per l’esterno sinistro. E’ ovvio che, comunque, il discorso del nuovo allenatore deve, per forza, intrecciarsi con quello di mercato. E in questa delicatissima fase vengono al pettine anche alcuni nodi della stagione: primo fra tutti Del Piero che è stato l’autentico trascinatore della squadra nel periodo d’oro. Il capitano è rabbuiato perché non si sente più al centro delle attenzioni della società e forse comincia a sentire odore di bruciato. Al contrario di Buffon che ha ricevuto rassicurazioni da Elkann in persona. Camoranesi è un altro della vecchia guardia sul quale la Juve continuerà a fare affidamento anche per il prossimo campionato, mentre resta tutto da definire il discorso Trezeguet (verso l’addio?). Insomma, quello in corso nella Juve è un po’ più di un restyling.

 
 
 
 
 
 
 

Una crisi va bene, due o tre in un anno sono troppe, ha detto Buffon: questa squadra gioca bene solo con grandi motivazioni. Troppo poco per un organico che ha dimostrato di reggere il confronto: per l’amor di Dio, comunque vadano queste tre partite, che si proceda per la strada di un rinnovamento profondo, tecnico e motivazionale del gruppo.

Confermando i limiti dell’allenatore, quelli della gestione, i gravi problemi di preparazione, da Diego si riparta, senza fermarsi a lui. Si riparta dal colloquio Elkann-Buffon.